SILVIO BERLUSCONI PRESIDENTE FORZA ITALIA

 

“Se faccio un partito e porto a casa almeno il 20% dei voti, forse mi salvo: altrimenti, i comunisti mi fanno fuori, non desiderano altro”: con queste parole testuali Silvio Berlusconi spiegava, nel ’93, la vera ragione per la quale aveva deciso di “scendere in campo”.

Altro che patriottismo, altro che spirito di servizio: interesse personale. E forse – diciamolo – aveva anche ragione. Non sul fatto che i dalemiani fossero comunisti (e non semplicemente affaristi – salvo pochi – come la storia si è incaricata di classificarli); ma sul fatto che se avessero potuto, lo avrebbero spianato. Insomma, la storia del rapporto tra Berlusconi e la politica nasce all’insegna del suo interesse privato: un interesse che però il Cavaliere, nel suo originario ed eterno delirio narcisista ed egocentrico, ha da sempre assimilato all’interesse della nazione cui invece ha sistematicamente nociuto, moltissimo nei quasi nove anni al governo e poi di meno, ma non poco, nelle fasi in cui il suo partito era all’opposizione.

Nel giorno in cui, dopo una lunga degenza, il Cavaliere è stato dimesso dall’ospedale, bisogna fare all’uomo Berlusconi gli auguri più sinceri di lunga e serena vita, ma bisogna cogliere l’occasione rasserenante per ricordare – a scanso della disgustosa agiografia decollata un mese e mezzo fa al momento di un ricovero che sembrava molto preoccupante – quanto sia sbagliato erigergli un monumento di gloria da statista illuminato quale non è mai stato, neanche quando, sempre perseguendo i suoi interessi, si è trovato a fare qualcosa di giusto.

All’inizio degli Anni Novanta, il gruppo Fininvest non andava affatto bene. Era pieno di debiti. L’espediente formalmente legale ma sostanzialmente illecito con il quale Berlusconi aveva aggirato per anni la legge che assegnava alla Rai il monopolio delle trasmissioni televisive in diretta nazionale – le videocassette dei programmi trasmesse in contemporanea su scala regionale – non era più necessario, grazie alle legge Mammì, che aveva rappresentato un compromesso decoroso. Ma la concorrenza Rai era forte e le pressioni politiche oggettivamente fortissime, contro di lui. Era stato considerato, essendolo effettivamente stato, come il principale supporter di Bettino Craxi, che con Mani Pulite era stato indotto ad esiliarsi da latitante in Tunisia. Berusconi aveva perso il suo tutore. E per quanto nella sinistra italiana più di una mente intelligente riteneva possibile ricondurre perfino il Cavaliere a un atteggiamento pluralista – fu il progetto “Telesogno”, propostogli da Maurizio Costanzo e Michele Santoro per Retequattro – lui non si fidava.

In quel ’93 le cose nazionali giravano male. L’Italia aveva beccato la batosta della manovra Amato, Tangentopoli imperversava sputtanando il Paese agli occhi del mondo, la Fiat era in crisi, le privatizzazioni stentavano anche se il patto Andreatta-Van Miert ci imponeva di cedere precocemente un pezzo di sovranità alla causa europea. E i governi tecnici di Amato e Ciampi avevano dato spazio al Pds, che li sosteneva, assai più che ai partiti di destra. Erano tecnici, ma di parte, senza dubbio.

Fu lì che Berlusconi trovo la visione e la determinazione di proporre agli italiani una formula completamente nuova. Creò un prodigio di marketing. Ci mise dentro tutta l’ipocrisia cattolica (le cinque zie suore a coprire pratiche che in fatto di soldi, divorzio, sesso e modelli culturali e di consumo avevamo ben poco di cattolico); tutto il patriottismo di facciata (“Forza Italia”) alla fine più calcistico (vedi alla voce Milan) che valoriale; tutta la rabbia contro un fisco schifoso, che tale era e tale è rimasto, forse peggiorando, per inefficienza e iniquità; e tutto il miraggio connesso all’idea liberale di poter fare soldi con meno vincoli burocratici e normativi.

Inopinatamente vinse. Si capì che aveva visto giusto, che quei modelli, per quanto discutibili, erano attraenti per molti italiani e contevano risposte teoriche a domande di cambiamento in buona parte sacrosante.

Ma cos’è successo, poi, in concreto, soprattutto nei cinque anni stabili di governo di centrodestra, tra il 2001 e il 2006?

E’ accaduto tutto il contrario. Inebriato dal successo, entusiasta del potere, adulato da una folta corte di miserabili approfittatori, Berlusconi ha tradito una per una tutte le sue promesse. Non è riuscito a modernizzare e ridimensionare la burocrazia, a debellare l’iniquità fiscale, a riformare la magistratura (capitolo a parte), non ha fatto nulla di liberale ed anzi ha ceduto alle spinte stataliste di An e insieme a quelle decentralizzatrici della Lega. Ha fatto un fritto misto di compromessi consensualisti ed ha mediato con chiunque pur di perpetuarsi al potere.

Ha ridicolizzato l’Italia all’estero con atteggiamenti, motti, burle e sconvenienze da avanspettacolo. E se ha saputo destreggiarsi bene tra Bush Junior e Putin, ha deteriorato l’immagine e i rapporti del nostro Paese in Europa.

Inoltre, ha usato o cercato di usare in tutti i modi ruolo e potere per difendersi dalle inchieste, in parte senza dubbio cervellotiche e infondate, ma in parte no, che gli sono state scagliate contro da una magistratura che in molti casi davvero lo odiava. La sua resistenza però, che comunque non lo ha riparato da una sentenza definitiva che ha impugnato simbolicamente davanti alla Corte di Giustizia europea dopo aver scontato la pena, gli ha tolto quella necessaria “terzietà” che un uomo di governo deve avere quando prende decisioni di interesse collettivo, perché era animato da un’esigenza preminente di autotutela. Ma così facendo ancora una volta Berlusconi proiettava nel suo immaginario, e in quello dei suoi corifei, il suo interesse a debellare le Procure come se fosse un interesse nazionale: laddove al Paese sarebbe servita e servirebbe una magistratura qualificata ed efficiente e non parassitaria e inadeguata com’è oggi, mentre una serie di leggi proposte e mai varate per iniziativa del Cavaliere e dei suoi puntavano in realtà e disarmarla completamente.

E va steso un particolare velo pietoso sugli ultimi due o tre anni di governo, dalla tragicommedia di Noemi Letizia fino all’epopea di Ruby e al Bunga Bunga, dove semplicemente si è coperto di ridicolo, contribuendo in modo decisivo a farsi mollare anche da quelle lobby internazionali che tutto sommato di un’Italia malgovernata da un personaggio ambiguo ma allineato potevano anche accontentarsi e che invece, nel settembe del 2011, per interposta Deutsche Bank e speculazione anti-Btp, lo hanno definitivamente mandato a casa.

Insomma: lunga vita a Silvio, ma in assoluto riposo politico, per il suo bene e per il nostro. Stavolta gli interessi coincidono.

 

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Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.