C’era una volta il sogno americano racchiuso in un piccolo cerchio di metallo. Dal 1793 a oggi, per oltre due secoli, la moneta da un centesimo – il celeberrimo penny – ha scandito i passi di una nazione in crescita, incarnandone l’identità quotidiana e le speranze più spicciole. Eppure, il 12 novembre 2025, presso la Zecca di Philadelphia, è calato definitivamente il sipario: l’ultimo penny è stato coniato, ponendo fine a un’era e inaugurando una riflessione profonda su cosa sia diventata, oggi, l’economia della prima superpotenza globale.
Per chi, da questa parte dell’Atlantico o direttamente sul suolo americano, si domandasse ancora se il penny esista o se sia solo un fantasma della memoria, la risposta è ormai scolpita nella storia recente. La sua dismissione non è un semplice cambio di inventario monetario, ma la fotografia nitida di una trasformazione strutturale profonda. Un’economia ormai proiettata verso la dematerializzazione e costruita attorno ai pagamenti digitali non poteva più permettersi il lusso della nostalgia.
Quando George Washington e i padri fondatori ne approvarono la nascita nel 1793, il penny era una moneta pesante, fiera, dotata di un potere d’acquisto reale: permetteva di comprare beni di uso quotidiano, rappresentando una vera unità di scambio economico. Nel corso delle generazioni, quel metallo (diventato prevalentemente zinco dal 1982) ha visto scorrere la Guerra di Secessione, l’industrializzazione, e dal 1909 ha ospitato il profilo solenne di Abraham Lincoln, il primo storico presidente a conquistare lo spazio su una moneta americana. Ma il tempo e le rigide regole della macroeconomia non fanno sconti alla memoria e il valore reale del centesimo si è progressivamente azzerato, riducendolo a un mero feticcio simbolico spesso ignorato nelle transazioni di tutti i giorni.
In economia esiste una regola aurea: la moneta deve facilitare gli scambi, non gravare su di essi. Il penny, negli ultimi anni, si era invece trasformato in un clamoroso controsenso industriale. Produrlo costava alla United States Mint circa 3,7-4 centesimi per unità, a fronte di un valore legale di un solo centesimo. In altre parole, era una moneta a valore negativo: lo Stato spendeva quattro volte tanto il valore nominale per il solo gusto di immetterla in circolazione. Un paradosso insostenibile. Non è un caso che durante la cerimonia di chiusura, il Tesoriere degli Stati Uniti, Brandon Beach, abbia pronunciato parole che sanno di quel pragmatismo tipicamente oltreoceano: “Dio benedica l’America, faremo risparmiare ai contribuenti 56 milioni di dollari”.
Cosa significa questo per il mercato e per le imprese che esportano o operano negli Stati Uniti? Dal punto di vista pratico, i miliardi di penny esistenti sul territorio mantengono il corso legale, ma la fine della produzione introduce implicitamente la pratica dell’arrotondamento per i pagamenti in contanti. Una transizione che noi di ExportUSA monitoriamo con attenzione, ma che l’America ha già metabolizzato: il 60% dei penny giaceva già dimenticato nei cassetti, nei salvadanai o sul fondo delle automobili degli americani, escluso dai distributori automatici e snobbato persino dai mendicanti.
Mentre gli ultimi esemplari coniati a Philadelphia volano alle aste numismatiche per la gioia dei collezionisti raggiungendo cifre record, l’addio al penny ci lascia un’importante lezione di economia comportamentale. Ci dice che la perdita del potere d’acquisto e l’avanzata tecnologica ridefiniscono continuamente i confini di ciò che consideriamo “denaro”. Il vecchio Lincoln di metallo esce di scena, lasciando spazio a un’America più efficiente e digitale, forse, ma sicuramente un po’ meno romantica.
Fogli d’archivio: curiosità che pochi conoscono sul Penny
• Un’evoluzione di peso: il primissimo penny del 1793 era gigantesco, grande quasi come una moneta moderna da 2 euro. Peso e composizione sono cambiati più volte nei secoli per ridurre i costi.
• L’illusione del rame: dal 1982, l’anima della moneta è quasi interamente di zinco; del rame resta solo una sottilissima placcatura esterna.
• Il volto della Repubblica: quella di Lincoln è stata la prima vera effigie presidenziale su una moneta statunitense, rompendo la tradizione che preferiva la personificazione della Libertà.
• Tesori nascosti: a causa di rari errori di conio storici, esistono penny rarissimi che oggi valgono milioni di dollari nei mercati dei collezionisti.
• Fede e comportamento: anche sul penny campeggiava il celebre motto “In God We Trust”, rendendolo uno degli oggetti più studiati dagli economisti per analizzare il distacco emotivo dell’individuo dal denaro fisico di scarso valore.
















