“Sono passato da manager a imprenditore e infine a investitore, soprattutto negli Stati Uniti. Il minimo comune denominatore è stato il mio continuo vivere e girare il mondo. Ho iniziato a 9 anni in Spagna con mio padre e ho continuato così fino ad oggi: Stati Uniti, America Latina, Estremo Oriente, Europa, da Parigi al Lussemburgo”. 

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Chi parla è Luca Burei, importante investitore italiano nel mercato borsistico (Usa e Francia) e immobiliare (Florida e Andalusia). Master alla Bocconi e all’Insead a Fontainebleau, Burei ha lavorato per 20 anni nel colosso francese della cosmesi, L’Oréal (in Francia, Asia e America Latina, come Ceo) fino al 2014. E’ stato poi imprenditore in ambito alimentare nel settore dei biscotti (JV con Colussi), della pasta fresca (con sue marche) e con una attività di snack biologici. Infine, investitore soprattutto nei mercati azionari pubblici e privati, con il suo family office in Lussemburgo. Oltre a essere uno dei pochissimi italiani ad essere presente in Tiger21, uno dei più rilevanti gruppi di peer to peers di investitori a livello internazionale. Sposato, 4 figlie, Burei trascorre più del 70% del suo tempo a viaggiare per ragioni di lavoro, dividendosi tra Lussemburgo e le Americhe, i suoi due quartier generali.

Che cosa l’ha appassionata di più?

“Sono tutte esperienze arricchenti, fatte in diversi periodi della mia vita. Attività che si completano l’una con l’altra. Oggi mi occupo solo di investimenti — che faccio con approccio multidisciplinare e multiculturale. Cerco di scoprire delle gemme che gli analisti non hanno ancora visto o di trovare delle blue chips con potenziale di crescita non riconosciuto nel prezzo. Avere avuto diverse esperienze nella mia carriera deve permettermi di vedere piu in profondita i target assets — aiutato da un networking internazionale che coltivo”

Quando ha deciso di fare il salto?

“Era da tanto che ci pensavo. Ho iniziato nel 2001 con investimenti nei mercati azionari e in aziende che operano in settori che conosco (consumer e tech). Le competenze acquisite in L’Oréal mi hanno poi permesso di analizzare con logiche diverse dagli altri investitori, i bilanci delle aziende e gli statement dei CEO. Mi sono così creato un vantaggio competitivo — che e’ stato premiante per i miei investimenti. “

 E la passione per l’immobiliare ?

“Nel 2018, una volta che la strategia nei miei investimenti azionari funzionava e faceva compounding (via un portfolio di lunghissimo termine concentrato su 5 aziende), ho focalizzato la mia attenzione sul mercato immobiliare. Volevo una strategia di “buy & hold” — come in Borsa, anche nell’immobiliare compro per il lungo termine, non vendo mai se i fondamentali non cambiano e rinforzo costantemente gli investimenti sugli asset migliori. Il problema era di poter affittare ad inquilini a basso rischio e con una profittabilita netta (cap rate) vicina al 10% (come la Borsa). Non evidente.”

 Che cosa intende? 

“Con l’immobiliare volevo e voglio : poca volatilità e passive income (oltre a capital gains, cercando di comprare unità di valore assoluto basso perchè piccole me nelle best location). Girando e analizzando, mi sono reso conto che il mercato di Miami aveva grosso potenziale. Gli affitti di 12 mesi erano poi protetti dalle rigide leggi americane. Last but not least : in USA, le transazioni immobiliari sono sicure e standardizzate — e fatte digitalmente (inclusa firma contratto).  Era quindi tutto giusto per investire e ho così iniziato a comprare piccoli appartamenti a Miami Beach. Con il Covid la situazione è cambiata drasticamente. L’investimento immobiliare tracolla, ma decido che era il momento perfetto per fare il contrario degli altri: comperare nel momento di crisi. Questa scelta ha premiato, permettendomi di estendere gli investimenti a Malaga, in Spagna”

 Perché ha scelto gli Stati Uniti?

“In primo luogo perché conosco bene il Paese — ne apprrezzo il suo spirito imprenditoriale, le sue infinite opportunità e la certezza del rispetto delle sue leggi. E poi ci sono 3 ragioni strutturali fondamentali”.

Quali sono?

“La prima è il finanziamento per lanciare e operare un’attività. Negli Usa le idee imprenditoriali, la professionalità e la passione vengono facilmente finanziate. Esistono vari modi per cercare danaro: dal venture capital al private equity, dai business angels ai Club deal, dall’Hard money alle banche. Tutti questi soggetti possono finanziare a debito o più comunemente via equity con l’obiettivo finale di ricchi capital gains. In Europa, e in particolar modo in Italia, è tutto più complicato e tutto, o quasi, passa dalle banche con iter burocratici e costi che scoraggiano gli investitori. Mentre negli Usa un imprenditore senza soldi, ma con una buona idea, ha molte più chances di successo”.

 E la seconda ragione?

“E’ il tessuto culturale. Gli Usa favoriscono e premiano la libera iniziativa. Tollerano, mette nel conto che ci possa essere un fallimento e questo permette a un imprenditore di rimettersi nuovamente in gioco senza essere socialmente stigmatizzati. In Europa, al contrario, chi cade difficilmente riesce a rialzarsi”.

 E infine la terza?

“Quando lanci una start-up e assume dimensioni accettabili, hai di fronte a te diverse opportunità: continuare a sviluppare il business o cederlo a terzi: vendendo a un gruppo più importante, andare in Borsa per finanziare la crescita, cedere a un fondo. Negli Usa è semplice, mentre in Europa la formula più comune è farsi acquistare. Questione di mentalità, ma anche di minore trasparenza delle regole e dei mercati”.

Nel suo CV leggiamo della sua presenza in Tiger21. Di che cosa si tratta?

“E’ un gruppo di peer to peers UHNW (ultra-big net worth individuals, insomma i super-ricchi, ndr). Un perfetto esempio della capacità della cultura americana di creare gruppi di interesse dove i membri condividono esperienze, si aiutano reciprocamente e influenzano stakeholder esterni. Siamo in 1.500 investitori e imprenditori. Non ci sono ruoli: ci occupiamo di aiutarci reciprocamente a creare ricchezza addizionale, darla in parte in beneficienza, come educare i figli alle regole del business etc. I criteri — anche morali — per farne parte sono molto rigidi.”