Il Paese alpino, che pure non possiede alcuna pianta di caffè sul proprio territorio, è uno dei leader del settore. La sua ricetta: dominare il commercio e la lavorazione dei chicchi e affermarsi anche sul mercato delle macchine da caffè, scrive Le Monde.

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Per quanto il riscaldamento globale abbia superato ogni previsione nelle ultime settimane, bisognerà ancora attendere un po’ prima di vedere crescere le piante di caffè nelle pianure della Confederazione Svizzera e le fattorie trasformarsi in fazendas brasiliane. Eppure, è proprio tra il Lago Lemano e Basilea che batte il cuore dell’industria mondiale del caffè. Nel 2026, l’1% del PIL svizzero (stimato a circa 875 miliardi di euro) sarà garantito dal caffè. Come sempre in simili «miracoli», la spiegazione va ricercata in parte negli uffici climatizzati e dietro gli schermi piuttosto che sui terreni dove cresce la materia prima.

Primo pilastro: il commercio. Tra il 60% e il 70% del commercio mondiale di caffè verde è gestito o finanziato dal territorio svizzero. Tra i principali attori figurano società svizzere come Louis Dreyfus Company (Ginevra), Ecom (Losanna), Sucafina (Ginevra); o ancora il colosso americano Starbucks, che da solo acquista il 3% del caffè mondiale per rifornire i suoi 40’000 caffè e punti vendita, con un team speciale con sede a Losanna, da dove gestisce l’acquisto dei chicchi e noleggia i carichi.

I volumi fisici di questa merce virtuale fanno girare la testa, ammontando a diversi milioni di tonnellate di chicchi che transitano ogni anno nei libri contabili delle imprese locali. Se la Svizzera non ha mai avuto alcuna colonia, né alcuna piantagione nei tropici, i suoi grandi commercianti hanno a loro modo ampiamente contribuito al fenomeno coloniale, almeno sul piano economico. Ma più che questa tradizione, è soprattutto l’ecosistema del finanziamento del commercio delle materie prime (che si tratti di energie fossili, metalli o prodotti alimentari), a cui si aggiunge un quadro giuridico poco vincolante, a facilitare la presenza dei grandi trader sul territorio svizzero.

Entrato a 5 dollari al chilo, uscito a 27 dollari
Secondo pilastro: la trasformazione. Secondo le regole del commercio internazionale, la torrefazione è considerata una «trasformazione sostanziale». Di conseguenza, un chicco acquistato a basso prezzo in Etiopia o in Honduras, poi torrefatto e confezionato in Svizzera, esce dai confini con il marchio «Swiss Made» a un valore moltiplicato. Secondo il barometro del commercio elaborato dall’Università di San Gallo, il caffè verde entra in Svizzera a una media di 5 dollari al chilo, per poi uscire a 27 dollari. Questo margine rende il caffè il principale prodotto agricolo di esportazione svizzero, davanti al formaggio e al cioccolato, quest’ultimo seguendo lo stesso principio della catena del valore: anche il cacao non cresce sugli alberi in Svizzera.

Il Paese è così diventato il campione mondiale nella vendita di caffè tostato, generando un fatturato di 3,3 miliardi di franchi svizzeri (3,5 miliardi di euro) all’anno dalle esportazioni. Dall’inizio degli anni 2000, il volume delle esportazioni fisiche di caffè è decuplicato, raggiungendo lo scorso anno le 109’400 tonnellate uscite dal territorio doganale svizzero.

In testa a questa classifica c’è Nestlé con il suo impero Nespresso, che ha mantenuto sul territorio nazionale la parte più redditizia dell’attività. Dai suoi tre unici siti di produzione, tutti situati nella Svizzera romanda, non lontano dalla sede centrale di Vevey (cantone di Vaud), il gruppo rifornisce il mondo di caffè in capsule di alluminio. […]

Un altro attore di primo piano nella trasformazione è il gruppo svizzero della grande distribuzione Migros, che a Basilea tosta i chicchi trasportati sul Reno dai grandi porti del caffè di Rotterdam (Paesi Bassi) e Anversa (Belgio). Con il marchio Café royal, la sua filiale Delica distribuisce in tutta Europa e produce anche marchi propri per diversi mercati del continente, in particolare in Francia. […]

Terzo e ultimo pilastro: le macchine da caffè professionali ad alta precisione, settore in cui anche l’ingegneria svizzera si distingue, a cominciare da Thermoplan, che rifornisce gli Starbucks di tutto il mondo. Grazie a queste macchine, il valore aggiunto tecnologico rimane elvetico.

Il lato nascosto del chicco
Non resta che congratularsi per l’ennesimo successo della Svizzera, con il suo modello di business inarrestabile. A meno che non ci si soffermi sul suo retrogusto amaro come un espresso mal preparato, come fa l’ONG Public Eye. In un rapporto al vetriolo intitolato «Il Piano Nescafé o la favola del caffè sostenibile», pubblicato nel 2024, l’organizzazione mette in luce il grande divario tra le promesse di sostenibilità di Nestlé e la realtà economica dei produttori di caffè in Messico e in Brasile. Mentre il gruppo si assegna margini di profitto superiori al 20% sul caffè, i milioni di piccoli produttori dell’Africa o dell’America Latina vivono spesso al di sotto della soglia di povertà, subendo in pieno il contraccolpo della volatilità dei prezzi mondiali.

Più in generale, l’ONG critica il polo svizzero del caffè per la mancanza di una regolamentazione vincolante. Lanciata nel giugno 2024 dal ministro dell’economia svizzero, Guy Parmelin, la Swiss Sustainable Coffee Platform sarebbe l’ennesima iniziativa basata sul volontariato, definita «parole al vento» da Public Eye, poiché priva di qualsiasi obbligo giuridico che costringa i commercianti a garantire ai contadini un prezzo dignitoso nei paesi produttori. Qualche settimana fa, una nuova inchiesta di Public Eye, condotta in collaborazione con Reporter Brasil, ha inoltre documentato diversi casi di schiavitù moderna presso i fornitori di caffè della Nestlé in Brasile. La multinazionale promette tuttavia da anni una tolleranza zero.