Una media impresa torinese che produce pezzi di alta precisione per Ferrari, Aston Martin, Porsche, per i treni di Alstom, per le centrali nucleari di Framatome. È Cisla, il cui amministratore delegato Giancarlo Buffo dà a Economy uno spaccato di come stanno cambiando le richieste dei gruppi multinazionali committenti: «stanno rimodellando la catena del valore, con un’attenzione particolare al rischio Paese».
Come procede il business in questa fase convulsa?
Nelle scorse settimane abbiamo ricevuto, così come credo tutte le aziende che sono nell’ambito della catena del valore delle multinazionali, una richiesta da parte dei nostri clienti per sapere se abbiamo dei problemi di approvvigionamento delle materie prime di fronte alla crisi internazionale. Questa è un’indicazione di natura strategica: i grandi acquisitori internazionali stanno rimodellando la catena del valore e quella di approvvigionamento, vogliono garantirsi in questo momento di particolare difficoltà che i fornitori siano in grado di dare supporto e garanzia alla loro costruzione del valore, agli obiettivi e ai programmi che hanno messo in campo.
Come interpretare questa richiesta?
È il segnale che tutto quello che avevamo pensato in precedenza viene visto in una logica differente: io lo definisco localismo strategico, che guarda le singole nazioni e la capacità di queste di costruire valore aggiunto, la disponibilità di una continuità della produzione e quindi anche della fornitura di beni e servizi. Una logica diversa rispetto ad una globalizzazione molto spinta che invece individuava solo nell’elemento prezzo l’assegnazione delle commesse. Oggi c’è anche un elemento che per tanti anni non è stato considerato, quello del rischio Paese: oggi mi pare che sia l’elemento sul quale verranno prese le decisioni dei grandi player internazionali. Ma io credo che a livello europeo ci sarà una selezione fra coloro che hanno uno standard di produzione qualitativo più elevato e coloro che invece non hanno fatto gli investimenti per portarsi su questo livello.
E da noi?
Nel nostro Paese la selezione è già stata fatta negli anni scorsi. Le produzioni con quantità molto elevate ormai sono decenni che non sono più presenti, quindi la selezione è già stata fatta. Quel che è rimasto è un’economia che affronta le difficoltà dei singoli periodi, ma con delle strutture che difficilmente vanno in difficoltà e rischiano di uscire dal mercato. Su questo punto di forza occorre costruire un meccanismo che consenta alle imprese, soprattutto quelle piccole e medie che hanno una flessibilità e una creatività differente rispetto ad altri Paesi, di continuare ad essere protagoniste nel nostro mercato con una dimensione, un orizzonte globale. Questo lo si vede anche perché l’export è aumentato, siamo uno dei Paesi, a livello europeo, in grado di esportare di più. Questo significa anche che se ci fosse un blocco nel sistema Italia, molte catene dei valori di prodotti che vengono realizzati altrove subirebbero uno shock non indifferente. E poi…
Dica.
La competizione internazionale fatta con un insieme di regole europee che sono totalmente differenti e difformi rispetto a quelle che vengono negli altri continenti ci mette in difficoltà. Nel Vecchio Continente sono molto stringenti, sia per quanto riguarda il lato della produzione, sia per la qualità dei servizi e dei prodotti. Quindi c’è la necessità di ripensare il modello europeo nella logica di un confronto fra grandi continenti, e soprattutto di analisi di quali sono le differenze anche in termini delle regolamentazioni dei singoli settori produttivi.
















