Lo spirito del tempo digitale cambia la sfera dei valori

La notizia: Federico Rampini la titola “Biden si schiera con i lavoratori di Amazon”, riportando un’affermazione del neo presidente statunitense Joe Biden: «Non sta a me decidere se un lavoratore deve iscriversi al sindacato. Ma non sta neppure al suo datore di lavoro. Non devono esserci intimidazioni o minacce». Biden scende dunque in campo per appoggiare la campagna che punta a introdurre il sindacato in un magazzino Amazon dell’Alabama.

Nell’era della tecnologia spinta, del lavoro sempre più domestico e indipendente e dell’individualismo sempre più diffuso – che arriva a rifiutare ogni forma di autorità precostituita … anche quella scientifica – stanno ritornando dunque al centro i temi sindacali, di giustizia collettiva. Perché sindacato – etimologicamente – vuol dire proprio mi metto insieme per ottenere giustizia. La questione potrebbe essere allora: lottare oggi per quali diritti? Il digitale cambia anche la sfera dei valori oppure no? Il diritto all’accesso, Internet come servizio universale devono avere la forza di diritti o sono l’ennesimo prodotto del consumerismo senza controllo? Noi cerchiamo e vogliamo credere in valori universali; ma talvolta anche questi valori, e i diritti sottesi, si piegano allo spirito del tempo.

Oggi consideriamo, giustamente, il precariato diffuso una devastazione per la società che rischia di addirittura di disgregarla. È però interessante notare che il Codice Civile italiano del 1865 vietava il lavoro a tempo indeterminato considerandolo una forma mascherata di schiavismo: l’articolo di quel codice statuiva infatti che «nessuno può obbligare la propria opera all’altrui servizio che a tempo o per una determinata impresa». Oggi, come noto, la parola d’ordine si è invece trasformata in “lotta alla precarietà”. Forse le reminiscenze con il rapporto di servitù vita natural durante erano ancora troppo vive e il concetto e i meccanismi che consentono la rescindibilità di un contratto non erano ancora cultura vigente. La voglia di più giustizia anche nell’ambito lavorativo sta mettendo sul tavolo negoziale tre questioni calde. Innanzitutto la differenza delle retribuzioni fra capi e dipendenti.

Come ci ricorda James Hansen, in Inghilterra gruppi del calibro di-British American Tobacco, Bae Systems, AstraZeneca e lo stesso London Stock Exchange stanno affrontando vere e proprie ribellioni a causa dei piani di remunerazione e di bonus dei loro più alti dirigenti. Particolarmente controversa è stata la questione legata allo stipendio astronomico che Tim Steiner, il ceo di Ocado, ha percepito nel 2019: 67,6 milioni di euro, 2.605 volte il reddito medio annuo dei suoi dipendenti. Il tema è anche acutizzato dal crescente turismo verso le varie forme di paradiso fiscale che le multinazionali tendono a praticare con sempre maggiore assiduità. Quanto siamo distanti dai precetti di uno dei padri del digital, Adriano Olivetti: «Nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo». In secondo luogo l’erosione delle occupazioni tradizionali da parte dei “lavoratori digitali”. Il tema è oramai incontrovertibile. La perdita di occupazione relativa ai mestieri tradizionali non verrà sostituita in egual misura dai nuovi mestieri. E soprattutto non tutti i mestieri della new economy sono attraenti e possono essere svolti da chi ha perso il lavoro. È stata perfino riesumata la parola sotto-proletariato per caratterizzare alcuni mestieri creati dalle aziende vincenti della nuova economia.

Non si tratta ovviamente di fermare il progresso, ma di guardare in faccia tutte le sue implicazioni, anche quelle più problematiche. Solo così si potranno studiare soluzioni appropriate. Infine il crescente potere dei dati – causato soprattutto dalla conoscenza proattiva dei gusti e comportamenti dei consumatori e dal controllo sempre più fine dei comportamenti e delle credenze dei dipendenti. L’affermazione “informazione è potere” non è mai stata così reale. Il valore stellare di alcune star digitali del Nasdaq non dipende tanto dagli utili generati quanto dalla ricchezza dei dati che queste aziende hanno in pancia. Il concetto di asimmetria informativa coglie in maniera pallida le implicazioni economiche e sociali che creerà il divario fra chi ha i dati e chi non ce li ha. Queste questioni domineranno gli scenari negoziali sul mercato del lavoro e richiederanno anche azioni specifiche delle istituzioni per controbilanciare gli effetti negativi sulla società. Questi temi escono infatti dai perimetri delle aziende e diventeranno questioni di interesse nazionale.