Sono 15 anni che gli sport in Italia crescono come pratica almeno abituale se non agonistica: riguarda oltre il 35% della popolazione dagli 11 anni in su, almeno il doppio dei 15 anni precedenti. E la pratica corrisponde a successi crescenti nei grandi eventi – dalle Olimpiadi ai campionati internazionali. E sono successi multipli e sistemici (non solo un atleta ma più atleti per più discipline).
L’Italia domina nel tennis, nello sci, nella pallavolo, nell’atletica leggera, nel nuoto… e altro, compresi gli sport motoristici. Successi che sono anche rappresentativi dei grandi e veloci cambiamenti antropologici, culturali, etnici che segnano la struttura sociale del Paese. Basta vedere chi sono i campioni e le campionesse che hanno portato l’Italia in testa ai vari recenti medaglieri degli europei di nuoto e atletica.
Dalla Curtis alla Battocletti, dalle vittorie individuali a quelle di squadra, abbiamo soprattutto vittorie al femminile e il predominio di atleti italiani di seconda e terza generazione, figli e nipoti di immigrati, di africani, cubani, europei dell’Est…
L’effetto della multietnicità è anche questo ed è evidente che la questione del talento ha, sul piano fisico come su quello mentale, a che fare proprio con l’integrazione, cioè col fatto che le razze esistono in quanto si combinano. E lo stesso fenomeno Sinner, un altoatesino mitteleuropeo che gioca da leader nel tennis planetario, può essere considerato una sintesi di questo processo.
E tuttavia questa crescita dello sport nuovo ha a che fare con le radici profonde dell’Italia. L’Italia è fatta per il 70% di provincia e piccoli comuni ed è lì che questi sport, bene organizzati, vivono e crescono. E il grande lavoro fatto negli anni dalle Federazioni (niente a che vedere con il nulla della Figc, ricattata dai soldi della Lega calcio) si esprime capillarmente nella provincia.
Le grandi città tipo Milano o Roma queste dinamiche quasi non le conoscono. Parliamo di contesti che attraggono milioni di ragazze e ragazzi, che sotto i 24 anni dedicano mediamente oltre il 30% del loro tempo allo sport. E i fattori costitutivi di questi legami, al di là dei numeri, hanno a che fare con motivazioni complesse.
Intanto per quanto riguarda le atlete e per le donne c’è bisogno sempre di più di momenti di confronto e di valorizzazione personale e sociale. Poi c’è un rapporto con gli sport come componente di salute e ambiente – valori centrali oggi per i giovani – e della consapevolezza, come per il cibo, di ciò che fa “stare bene” in senso anche psicologico.
C’è poi nel contesto un po’ depresso della vita attuale un forte “bisogno” di stimoli e motivazioni. E c’è insieme una forte domanda di “gruppo” e di inclusione. Una “domanda” che porta lontano dagli abituali – molto “percepiti” criticamente dai giovani – meccanismi, diffusi in altre situazioni spettacolar-sportive, narcisistici e utilitaristici.
E basta sentirli, gli atleti o le atlete che vincono. Due su tre parlano pochissimo di sé stessi e sperano sempre di essere utili a qualcuno: pochi tatuaggi e molta competenza linguistica. E il calcio? Al di là di crisi più o meno strutturali, al di là di fatuità e tatuaggi, di soldi e sottocultura, con questi processi c’entra poco. Non è questione di mondiali persi da 12 anni e calcio da riformare: è che per questi nuovi mondi il calcio sta semplicemente sparendo.
















