Roger Abravanel

Certo, non basta un nuovo presidente del Consiglio a cambiare le cose, anche se in questa Italia politica senescente il sorriso e gli occhi azzurri di Giorgia Meloni fanno una bella impressione e fanno ben sperare. Ma è un attimo. Perché, alla fine, la classe dirigente del Paese, le élites, private e pubbliche, e quindi i manager delle aziende private, i dirigenti del settore pubblico, a cominciare dai mandarini ministeriali, i magistrati che guidano i tribunali e si è visto come si autoperpetuano tra Csm e correnti sindacali (il caso Palamara insegna), sono (quasi) tutte lontane, lontanissime, da qualsiasi regola meritocratica – il migliore che si fa strada e crea ricchezza e benessere per se stesso e per il Paese – e da qualsiasi principio di efficienza e di buongoverno (che non è solo Palazzo Chigi, si capisce).

E così quando Economy interroga l’uomo che forse più di altri ha visto da vicino la classe dirigente del Paese, ne ha seguito la storia, i successi e i tracolli, il director emeritus di McKinsey, fabbrica globale di manager anzi di aristocrazia economica per citare il titolo del suo ultimo libro “Aristocrazia 2.0” (editore Solferino), la risposta è amara: l’Italia non è un Paese per manager (così come non è un Paese per giovani e questo si sa) e la sua classe dirigente – fatta qualche doverosa eccezione – è un concentrato di provincialismo, modeste ambizioni, respiro corto.

D’altra parte, come potrebbe essere diverso se il sistema industriale si culla ancora nel mito deritiano del “piccolo è bello” e la sua migliore università tecnico-scientifica, il Politecnico di Milano, è al 145° posto nella classifica degli atenei mondiali, lontanissima da Harvard, Mit, Standford, ma anche Imperial College ed Eth di Zurigo, dove va a studiare la meglio gioventù globale. Il giudizio di Roger Abravanel, manager dei manager se è lecito chiamarlo così, l’ingegnere (laureato al Politecnico) che negli anni e dopo il passaggio nei consigli d’amministrazione dei maggiori gruppi industriali e nei board di fondi e venture capital si è dato il compito di studiare con precisione da entomologo vizi&virtù del capitalismo italiano (e da questo lavoro sono nati libri ormai fondamentali come “Meritocrazia” del 2008, un best-seller con 30mila copie vendute, “Regole” del 2010, “Italia cresci o esci” del 2012, “La ricreazione è finita” del 2015 e, ora “Aristocrazia 2.0”, l’ultimo del 2021, scritto nella stagione del Covid e del lockdown); il giudizio di questo “maitre à penser”, dicevamo, alla fine, lascia sgomenti. Sentiamolo, allora, una mattina d’autunno, nel suo office all’ultimo piano della sua casa milanese, a Brera, a pochi passi dal suo Corriere della Sera.

Abravanel, allora, siamo senza una vera “nuova élite per salvare l’Italia” per dirla con il sottotitolo del suo ultimo lavoro.
Le rispondo mostrandole questa slide in cui si vedono le aziende italiane che non ci sono più o che hanno cambiato padrone. Ecco la Fiat, la Zanussi, la Montedison, la Falck, la Pirelli, un bel campionario del capitalismo italiano del secolo scorso. Qui a destra, invece, ci sono i grandi marchi del made in Italy, da Loro Piana alla Galbani alla Rinascente, quindi moda, agro-alimentare, commercio, che sono finiti nei portafogli delle grandi catene globali, a cominciare dal gruppo Lvmh di Bernard Arnault, il miliardario francese che ha come braccio destro un manager italiano.

Sì: Antonio Belloni da Voghera. È lui l’uomo di tutte le acquisizioni, ultima quella dell’americana Tiffany.
E questo non le dice niente?

Lo dica lei, Abravanel.
I manager italiani per crescere, avere successo, fare soldi e carriera debbono andare all’estero, lasciare il paese del piccolo è bello. E lì fanno in fretta a capire che è vero esattamente il contrario, che “Big is beautiful” che è il titolo del libro di Robert Atksinson e Michael Lind, due professori universitari che smontano il mito delle small company e spiegano come la ricchezza, la prosperità del sistema economico americano siano nate prima con le grandi corporation e oggi con quelle che chiamiamo le Big Tech o i Gafa, i giganti della Silicon Valley, le colonne della “knownledge economy”, l’economia della conoscenza che da noi non si sa neanche che cosa sia.

Italia, piccolo mondo antico del capitalismo familiare, insomma.
Io lo chiamerei piuttosto “capitalismo familistico” che non conosce la meritocrazia come strumento di misura e di valutazione del management e quindi dell’élite ma privilegia i legami familiari e la fedeltà. Romiti, per dire, è diventato Romiti solo perché era fedele alla famiglia Agnelli, anzi personalmente all’Avvocato visto che con Umberto non si prendevano proprio. Vittorio Ghidella, che Romiti ha fatto fuori, invece, era fedele al business, all’eccellenza industriale Fiat anche se si presentava a Mirafiori alla guida della sua Mini. Poi Umberto ha individuato Marchionne, manager davvero straordinario che ha salvato la Fiat dal default ma non è riuscito a impedire che Torino finesse a Parigi, sotto il controllo della Peugeot-Citroën di Tavares.

Ma qui siamo quasi alla preistoria del capitalismo italiano…
Ma guardi che le cose non sono cambiate poi molto in tutti questi anni. In Esselunga un imprenditore bravo e abile come Bernardo Caprotti è passato da un figlio a una figlia per assicurare la continuità del gruppo in attesa della sua quotazione in Borsa. Per non dire di Berlusconi che ha piazzato i suoi figli, Marina e Piersilvio, nonostante nessuno dei due avesse dato prova, diciamo così, di particolare eccellenza. Va detto che Marina, poi, è cresciuta sotto l’ala di Franco Tatò, ma questo non toglie nulla al processo di selezione familistica. Esattamente il contrario delle due figlie di Bloomberg che non sono state cooptate ai vertici della Reuters nonostante le buone università.

Perché sono proprio le università il territorio dove prende forma la sua tanta invocata meritocrazia. Non è così?
Si badi: io parlo delle università di eccellenza che accettano la competizione internazionale, quelle che hanno un palmares di allievi premi Nobel e una sfilza di brevetti al loro attivo.

Leggo i nomi: Harvard, Mit, Standford, London school, Imperial College….Insomma, università per ricchi.
La meritocrazia serve a creare pari opportunità di accesso alle migliori università del mondo. Oggi viene criticata perché si è creata una vera aristocrazia 2.0 in base alla quale genitori che hanno avuto successo grazie a lauree di prestigio fanno di tutto per aiutare i figli a entrare in università difficilissime.

Alla faccia delle pari opportunità, verrebbe da dire.
Le pari opportunità sono una utopia, mentre le “buone opportunità“ create per tutti da una élite dirigente selezionata e iper-istruita non lo sono.  Per questo io difendo la meritocrazia dai numerosi critici che ci sono proprio dove è nata, a Harvard e a Yale. Fa sorridere, poi, che è ultra criticata nelle nostre università dove la meritocrazia semplicemente non esiste. E si fa carriera per cooptazione baronale.

Una buona università , lei dice, è di per sé palestra di meritocrazia e, dunque, il modo giusto per arrivare a essere “aristocratici 2.0”, eredi aziendali per cultura e competenza e non per “jus sanguinis”.
Certo. La selezione della classe dirigente di un Paese è un processo lungo. Che comincia nella scuola e sa chi lo ha capito più di tutti?

Chi?
La Cina. I vertici del partito comunista escono tutti dalle grandi università internazionali. Per dire, la figlia di Xi Jing Ping, il leader che punta a diventare il nuovo Mao, si è laureata ad Harvard. Laggiù, competenza e merito vanno a braccetto con l’etica confuciana, com’è noto.

Ma questi concetti di merito, competenza, competizione funzionano perfettamente nel settore privato. Nel pubblico, le logiche sono diverse.
Nel pubblico, a parte la nicchia dei mandarini, i capi di gabinetto, che si giocano la carriera in simbiosi con la politica, il vero problema è quello della responsabilità dei dirigenti che vivono sotto la spada di Damocle della giustizia amministrativa e della giustizia penale. Una firma può valere un avviso di garanzia come si vede ogni giorno sui giornali. Per questo il dirigente pubblico, anche il più “aristocratico”, alla fine preferisce il “non fare”. E poi c’è la questione giudiziaria, un sistema assolutamente autoreferenziale dove nessuno sa che cos’è il merito e un giudice vale l’altro indipendentemente dal lavoro e dall’impegno.

Non è un buon segnale ora che arrivano le risorse del cosiddetto Pnrr. Ci vorrebbe un ceto di manager pubblici ben motivati e in grado di muovere/governare vari pezzi della Pubblica amministrazione.
Il Pnrr rischia di essere solo una droga, risorse europee un po’ a debito e un po’ a fondo perduto, per cambiare/ristrutturare questo o quel segmento dell’apparato pubblico. Ma per rilanciare davvero il Paese sono necessari investimenti privati non pubblici per valorizzare il talento italiano, che c’è eccome anche se non si fa nulla per valorizzarlo, essenziale per crescere nell’economia della conoscenza.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.