di Thomas Avolio, deputy Ceo di RedFish Listing Partner
C’è un equivoco di fondo che paralizza l’Europa e che l’America, sotto il mandato Trump, ha avuto il merito di rendere esplicito: l’idea che la geopolitica possa essere esercitata senza gerarchie, senza forza e senza interessi. È una finzione intellettuale, rassicurante per le coscienze, ma letale per le nazioni. Gli Stati Uniti hanno smesso di fingere. Hanno dichiarato apertamente che l’alleanza con l’Europa non è un atto caritatevole, ma una relazione di interesse. Questo ha scandalizzato molte cancellerie europee, prigioniere di una cultura politica che ha trasformato la morale in strategia e il diritto in sostituto del potere.
Il mandato Trump ha reso esplicita una realtà a lungo coperta da retorica multilaterale: l’alleanza transatlantica non è una comunità di valori, ma un rapporto strutturale di forza e dipendenze. Gli Stati Uniti non vedono l’Europa come un nemico, ma nemmeno come un pari: piuttosto come un’area economicamente appetibile e strategicamente incompiuta, che assorbe tecnologie e modelli senza produrne di equivalenti. Il commercio transatlantico lo dimostra chiaramente: l’Europa esporta eccellenze a basso contenuto strategico, mentre gli Stati Uniti esportano piattaforme, software, infrastrutture digitali, semiconduttori e sistemi d’arma. In breve, esportano potere — e dipendenza.
Qui emerge il vero nodo politico europeo. La reazione delle élite, prevalentemente di sinistra, a questa evidenza non è stata una riorganizzazione strategica, ma un’indignazione morale. L’Europa ha costruito la propria identità recente su un equivoco devastante: l’idea che la rinuncia alla forza equivalga a superiorità etica. Una postura che ha trasformato il non intervento in virtù, la difesa degli interessi nazionali in sospetto e il patriottismo in colpa.
Questa cultura politica ha prodotto un continente iper regolato all’interno e strutturalmente debole all’esterno. Un’Europa che legifera ossessivamente su diritti, inclusione e procedure, ma che in politica estera riduce l’azione a sanzioni, mediazioni e appelli morali, rinunciando a qualsiasi reale capacità di deterrenza. Un’Europa che invoca il diritto internazionale come feticcio, salvo rifiutare l’unico presupposto che lo rende efficace: la forza che lo fa rispettare.
Il diritto internazionale, senza una gerarchia che lo imponga, è una narrazione consolatoria. Parlare di diritti umani universali rifiutando l’idea di difenderli anche con la forza è una contraddizione logica prima ancora che politica. Se i diritti non sono difesi, non sono diritti: sono dichiarazioni d’intenti. Le sinistre europee, in nome di un perbenismo giuridico assoluto, hanno disarmato l’Europa proprio mentre il mondo tornava a ragionare in termini di potenza.
La narrativa secondo cui il destino dei popoli dipenderebbe principalmente dalla forma di governo è smentita dai fatti. Il Venezuela è ricchissimo di risorse naturali quanto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, eppure è uno Stato fallito. La differenza non è morale, né ideologica. È organizzativa. È capacità statale. È efficienza del potere. Oligarchie e autoritarismi esistono ovunque; ciò che distingue gli Stati funzionali da quelli falliti è la capacità di trasformare risorse in benessere e stabilità.
Eppure l’Europa continua a comportarsi come se bastasse proclamare valori per renderli universali. Come se l’immigrazione incontrollata fosse una virtù morale e non una questione di sicurezza, coesione e sostenibilità.
Come se lo Stato di diritto, spinto fino all’eccesso, non potesse mai diventare paralisi decisionale. In questa visione, intervenire è sempre sbagliato, difendersi è sempre sospetto, esercitare potere è sempre colpevole.
Il mandato Trump non ha creato questa crisi: l’ha solo resa visibile. Ha detto agli europei ciò che nessuno voleva ammettere: il mondo non funziona sulla base delle buone intenzioni, ma della forza organizzata. O l’Europa accetta di diventare adulta, assumendosi il peso della decisione, dell’intervento e del conflitto, oppure continuerà a essere un grande mercato regolato da altri, moralmente compiaciuto e strategicamente irrilevante.
La storia non premia i giusti. Premia chi è in grado di imporre un ordine. E oggi l’Europa, semplicemente, non lo è più.
I Romani scrivevano Fiat iustitia, pereat mundus. Nel nostro tempo andrebbe forse corretto così: Fiat omnia, pereat mundus.
















