Nel primo quarto di secolo del terzo millennio l’Italia ha perso un quarto della produzione industriale. Secondo i dati Eurostat, siamo stati il fanalino di coda del Vecchio Continente: -23%, contro il +24% della media Ue, il +11% della Germania, il -8% della Francia – e il +447% dell’Irlanda.
Negli ultimi 30 anni secondo i dati di Unioncamere-InfoCamere e Movimprese la quota di imprese manifatturiere sul totale si è quasi dimezzata, dal 13,8% del 1995 all’8,5% del 2024, passando in termini assoluti da 744 mila a 497 mila. Facendo uno zoom sugli ultimissimi anni, le cose non vanno affatto meglio.
L’Istat ha certificato un calo della produzione industriale del 2,5% nel 2023, del 3,5% nel 2024, dello 0,8% nei primi 8 mesi del 2025. Ad aprile di quest’anno la produzione industriale italiana ha interrotto una serie negativa che durava da 26 mesi, grazie a una modesta crescita tendenziale dello 0,3% che non riguardava i beni strumentali e si è interrotta già nel mese successivo.
Il governo Meloni è in carica dall’ottobre del 2022: di fronte a questa Caporetto ci si sarebbe potuti aspettare che l’industria diventasse una priorità nell’azione dell’esecutivo. Ma così non è stato, non tanto a giudizio dell’opposizione quanto della stessa Confindustria nonché di autorevoli osservatori di area moderata.
La priorità è stata e rimane quella del bilancio pubblico: sacrosanta, per carità, ma da più parti si sottolinea come ci sia la necessità di una scossa per rilanciare la crescita, industriale in primis. Quella scossa richiederebbe forti investimenti che invece non sono così forti, nemmeno nella nuova manovra finanziaria.
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha fatto riferimento a Paesi nei quali gli interventi ci sono, e molto incisivi: «penso alla Germania, che oggi sta mettendo 40 miliardi all’anno fino al 2037». Il Governo ha presentato peraltro nell’ottobre del 2024 il Libro Verde per la politica industriale “Made in Italy 2030”, che doveva portare, dopo una consultazione pubblica, alla redazione «nei primi mesi del 2025» di un Libro Bianco sulla nuova strategia di politica industriale che l’Italia punta ad attuare, ma ad oggi non ce n’è ancora traccia: non proprio un segnale di estrema attenzione.
Dario Di Vico ricorda sul Foglio che «il governo aveva promesso il milione di autovetture prodotte, e poi di convincere un esportatore cinese di auto elettriche di venire a fabbricarle qui da noi. Niente di tutto ciò si è verificato e l’argomento è stato derubricato».
Detto questo, qualche segnale, seppur distante da quello auspicato, con la Manovra 2026 da 18,6 miliardi presentata lo scorso 16 ottobre s’è visto. Il governo è tornato alla logica del piano Industria 4.0 puntando sul superammortamento fiscale, la maxi-deduzione sugli investimenti delle imprese in beni strumentali.
Una scelta che è stata apprezzata dalle parti di Viale dell’Astronomia («iper e superammortamento sono una buona via» ha detto Orsini), anche se gli stanziamenti non sono entusiasmanti: 3 miliardi per il 2026, in calo a 2,4 nel 2027 e 2,2 nel 2028.
Questo però a scapito non tanto del Piano transizione 5.0, la cui eccessiva complicazione ne ha fatto un mezzo flop (saranno utilizzati circa 3 miliardi su 6,23, il resto servirà a finanziare il piano industria 4.0, non è chiaro se per investimenti già effettuati, divenendo un ulteriore margine di bilancio, o per le nuove deduzioni), quanto dell’Ires premiale sperimentale, che non viene confermato dopo un solo anno di prova e a soli tre mesi dal provvedimento attuativo, nonostante Confcommercio proponesse di renderla strutturale «per le società che investono in innovazione e creano nuova occupazione, e di avanzare nel processo di abolizione dell’Irap a cui sono ancora sottoposte le società di persone e quelle di capitali» come aveva affermato Donatella Prampolini, vicepresidente di Confcommercio con incarico sulle Politiche fiscali e di bilancio.
È sufficiente? Pochi giorni prima del varo del Documento programmatico di bilancio, il presidente di Confindustria aveva fatto suo il grido d’allarme di Maria Anghileri, presidente dei Giovani imprenditori, al convegno di Capri: sono 153mila le imprese di under 35 che negli ultimi 10 anni hanno lasciato il Paese.
«Abbiamo l’obbligo di una visione industriale a tre anni, è ciò che stiamo dicendo da tempo» ha affermato Orsini. «Per le Pmi servono automatismi, anche il super o iper ammortamento, ma deve essere una misura poderosa». Tutto si può dire di questa manovra, ma che sia poderosa… Infatti lo stesso Orsini, dopo il varo del Dpb, ha espresso apprezzamento per la tenuta del debito, ma lamentato ancora una volta l’assenza della parola “crescita”, e la mancanza di misure di sostegno alle imprese per il costo dell’energia.
L’esigenza del ritorno di una vera politica industriale, e quella di una crescita della managerializzazione delle Pmi, sono al centro dell’analisi e delle richieste di Federmanager: «La deindustrializzazione italiana non è “un male stagionale”, ma un processo involutivo che ha radici antiche e rischia di acuirsi se, come sistema Paese, non invertiamo decisamente rotta, nel segno dell’innovazione e con un piano di politica industriale dal forte impatto» dice il presidente Walter Quercioli (vedi l’intervista del direttore di Economy Sergio Luciano nelle prossime pagine).
Un declino in tre fasi partito negli anni ’80
Deindustrializzazione in Italia
La deindustrializzazione italiana è un fenomeno più ampio e complesso del “semplice” declino industriale. Il cambiamento tecnologico, lo sviluppo dei servizi e i fenomeni di automazione e delocalizzazione (prima verso il Nord-Est, poi verso l’Est Europa e infine verso l’Asia), hanno prodotto forti ricadute sulla competitività, la coesione sociale, le comunità, il mercato del lavoro, le occasioni di sviluppo, ecc.
Prima deindustrializzazione
A partire dagli anni ’80 la prima significativa deindustrializzazione colpisce gravemente sia la grande industria del “triangolo industriale” del Nord-Ovest, sia i poli di sviluppo industriale del Mezzogiorno, sia le piccole e medie imprese del gigantesco indotto a questi sistemi industriali.
Questa prima fase fu però accompagnata da due fenomeni che attenuarono il declino: lo sviluppo a Nord-Est della Terza Italia e dei distretti industriali; la terziarizzazione dell’economia, vista come processo di integrazione del terziario nell’industria e per l’industria.
Seconda deindustrializzazione
Fra la seconda metà degli anni Novanta e la crisi finanziaria del 2008, inizia la crisi della Terza Italia che non è connessa unicamente alla diminuzione del numero degli addetti all’industria e dell’apporto del secondario al Pil, ma anche al calo della competitività del sistema industriale nazionale nel contesto internazionale.
Tra il 2007 e il 2013 scompare circa il 23 per cento della produzione industriale. In soli sei anni l’indice (che era pari a 100 nel 1991) scende al minimo di 90,9 nel 2013.
Questo processo di deindustrializzazione, a differenza dei precedenti, è sistemico ed è generato dallo spostamento verso oriente del baricentro della produzione globale. L’impatto sull’Italia si è tradotto in una ristrutturazione economica complessiva, articolata, da un lato, nell’ascesa di una produzione manifatturiera “intelligente”, leggera e con peso occupazionale minore rispetto al passato, dall’altro nel primato dei servizi, dell’economia della conoscenza e, in generale, dei capitali immateriali.
Sotto la spinta della delocalizzazione di interi segmenti di produzione nell’Est Europa (dall’Italia soprattutto in Romania) e in Cina, il settore automobilistico perde più di metà della produzione, ma anche la meccanica e l’abbigliamento vedono scendere la produzione interna del 20 per cento.
Terza deindustrializzazione
Il Nord non riesce più a stare al passo con le aree industriali più avanzate anche a causa di livelli competenza inferiori e della minore complementarità tra industria, terziario e innovazione tecnologica. Nel Mezzogiorno arretrano gli investimenti (-53%) e l’abbandono delle aree industriali diventa irreversibile.
Tra il 2000 e il 2025 mentre in Europa la produzione aumenta del 24% – Irlanda (+447%), Polonia (+287%), Turchia (+276%), Lituania (+263%), Slovacchia (+255%), Paesi Bassi (+36%), Germania (+17%) – l’Italia presenta la caduta più ampia con un -23%, in media quasi un punto percentuale di capacità perso ogni anno.
L’indicatore della capacità produttiva nazionale (ISTAT) mostra che l’industria manifatturiera italiana ha perso un quinto (19%) della sua capacità produttiva per definitiva chiusura di impianti produttivi.
Mediobanca calcola che gli impianti delle medie e grandi imprese industriali nel 2000 avevano una vita utile pari a 16 anni e un’anzianità di 10 anni. Nel 2024 l’età dei mezzi di produzione dell’industria italiana è quasi raddoppiata, essendo passata da 10 anni del 2000 ai 16 anni (fine vita) nel 2009 e ai 19 anni nel 2023.
Le attuali crisi internazionali hanno penalizzato i mercati e modificato la struttura produttiva mondiale, favorendo la riallocazione di catene del valore da paesi a competitività calante verso altri che l’aumentavano. L’Italia è il paese maggiormente penalizzato, essendo passato dal 30° posto nel ranking mondiale IMD della competitività a inizio 2000 al 43° posto nel 2025.
I fattori che hanno determinato questo declino sono numerosi, ma pesano particolarmente la scarsità di investimenti (tecnici e sulle competenze), la bassa managerializzazione e l’invecchiamento dei mezzi di produzione.
Tutta la crisi industriale provincia per provincia
Istituto Tagliacarne
In questo primo quarto di secolo. il valore aggiunto del comparto dell’industria in senso stretto (manifatturiero, estrattivo ed utilities) ha raggiunto il suo momento di massimo fulgore fra il 2006 e il 2008 che è stato l’unico triennio nel quale la ricchezza prodotta valutata in termini reali ha superato i livelli dell’anno 2000.
A partire dal 2009 il comparto ha vissuto un periodo particolarmente complesso, toccando nel quadriennio 2012-2015 i valori più bassi del secolo se si eccettuano gli anni 2009 (crisi dei mutui subprime) e 2020 (epidemia da Covid-19).
Dal 2016 però si è registrata una significativa ripartenza che è proseguita praticamente senza soluzione di continuità fino al 2022 a cui ha fatto seguito un 2023 caratterizzato da una recessione dello 0,7% a cui è seguita la stagnazione del 2024. Quindi possiamo dire che il biennio 2023-2024 è stato avaro di soddisfazioni per la nostra industria.
Le cause del rallentamento sono state spesso associate all’aumento dei costi intermedi sostenuti per realizzare la produzione ma i dati evidenziano come la produzione stessa sia andata in difficoltà negli ultimi due anni.
Nel 2023 la produzione ha mostrato una decisa frenata con un calo di oltre il 2,5% in termini reali rispetto all’anno precedente con punte di quasi il 5% nel comparto della moda e di circa il 4% nell’ambito della gomma e della plastica a cui si aggiunge il pesante -10,3% della fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata.
Il ridimensionamento della produzione molto probabilmente sarà confermato anche per il 2024 visto che il numero indice della produzione industriale in tutti i 12 mesi del 2024 è stato più basso del corrispondente valore del 2023 con il numero indice di dicembre che è stato il più basso dal 1990 ad eccezione del quadrimestre marzo-giugno 2020 caratterizzato dal Covid-19.
Quali sono i territori che hanno maggiormente risentito di questo rallentamento? Basandoci sul confronto fra gli andamenti in termini correnti del complesso del paese e dei singoli territori, possiamo dividere le 107 province italiane in tre gruppi.
Il primo è composto da 15 province, che nel 2024 presentano un valore aggiunto inferiore al 2022 in termini correnti e quindi presumibilmente possono essere definite in forte recessione. Si tratta di province nelle quali l’industria esercita un peso decisamente superiore alla media italiana sul totale valore aggiunto (23,0% contro il 19,0%).
Quindi ad andare peggio sono state province nelle quali l’industria gioca un ruolo di rilievo. Fra cui Bergamo, Mantova e Potenza. Ma c’è anche una provincia con una incidenza a una cifra come Enna.
Il secondo gruppo è composto da 34 province, che nel 2024 presentano una crescita del valore aggiunto inferiore a quello della media nazionale. Si possono definire quindi province in recessione. In queste realtà il settore secondario pesa in maniera leggermente inferiore rispetto alla media nazionale (18,0%) pur non mancando province con incidenze superiori al 30% come Vercelli, Brescia, Lecco, Pordenone e Arezzo.
Il terzo gruppo è composto da 58 province, che nel 2024 presentano una crescita del valore aggiunto inferiore a quello della media nazionale. Si possono definire province che oscillano fra la recessione/stagnazione e la crescita. In queste province l’importanza dell’industria è identica a quella media nazionale e la sola Treviso ha una incidenza superiore al 30%
















