Il massimo della sincerità, quando dice che “questo governo ha lavorato per il presente, senza chiedersi cosa c’è nel futuro”; il massimo dell’ipocrisia quando afferma che “se è vero che lo spread è più alto ora di quando sono arrivato vuol dire che non sono uno scudo, quindi il problema non c’è. Ripeto, non sono i singoli individui a rappresentare la forza dell’Italia ma quello che ha fatto il Paese, come ha reagito anche a livello psicologico”. Come se Mario Draghi, autore di queste affermazioni, fosse stato convinto da Luigi Di Maio che “uno vale uno”. Proprio Draghi, un primo della classe nato!

E con questo argomentare, nella conferenza stampa di ieri, il presidente del consiglio ha insistito in quest’autocandidatura al Colle, chiarissima e quasi perentoria, sia pure pronunciata col lessico e col tono di quella lingua tutta speciale che è il “banchierecentralese”, gergo tipico dei banchieri centrali per dire tutto senza dire nulla. Per impegnarsi ma solo un po’, promettere senza vincolarsi, negare senza chiudere.

Si è autocandidato smontando l’argomento che tanti – a cominciare dall’Economist – sventolano per lasciarlo là dov’è: l’Italia funziona grazie al suo governo, che nessun altro riuscirebbe a reggere. Lui ha smentito questa sacrosanta tesi con la favoletta che non sono i singoli a rappresentare la forza dell’Italia…

Manca la visione a lungo termine

Ma quando ha detto che il suo governo non si è chiesto cosa c’è nel futuro il premier ne ha candidamente ammesso il limite, un limite tutto politico, cioè la mancanza di una visione a lungo termine – ovvero oltre l’ovvio mantra della lotta alla pandemia e della doppia transizione, a sua volta ovvia come il “non sporgersi dai finestrini” del treno. Il governo non ha fatto capire che Italia vogliamo immaginare nella costruzione europea; che Italia verso il Mediterraneo del Sud; con quanto Stato nell’economia, quanta evasione fiscale, quanto lavoro nero, quanta criminalità organizzata, quanta immigrazione clandestin. Problemi enormi e ingestiti da decenni sui quali però l’esecutivo Draghi ha deciso di volare altissimo, nella stratosfera.

L’autocandidatura al Colle, dunque: è la notizia di ieri. Un’autocandidatura palese quando Draghi usa la logica per raggiungere una conclusione illogica: “Avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia – dice – anche più ampia di quella attuale, perché l’azione di questo governo continui, è immaginabile, e questo lo chiedo a tutti, ma soprattutto alle forze politiche, una maggioranza che si spacchi sull’elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga magicamente quando è il momento di sostenere il governo? Questa è la domanda che dobbiamo farci”.

La logica illogica

Sembra logico, no? E invece logico non è: perché la risposta è solare. Lui è stato chiamato dal Colle, non dai partiti, e i partiti l’hanno votato perché c’era un’emergenza di gran lunga più grave dell’attuale e perché votando lui nessun partito dava guazza all’avversario. La risposta a quella domanda è anche: la maggioranza non si spacca perché 500 peones vogliono arrivare al vitalizio e sarebbero disposti a votare premier un cammello pur di riuscirci; ma nessun nuovo governo di fine legislatura senza Draghi sarebbe in grado di fare qualche altro passo serio nella direzione del Pnrr. Quindi senza Draghi qualunque governo di larghe intese galleggerà per dodici mesi nell’inazione.

Ce l’immaginiamo l’ottimo Franco o la sobria Cartabia a tirar dritto contro gli strepiti di leghisti e pentastellati? Ma per favore… Un altro Draghi, un altro come lui, oggi non c’è: e nessuna soluzione ponte, capace di guidare il governo Draghi-senza-Draghi fino alle fatidiche elezioni politiche del 2023, potrebbe contare su un altro premier al di sopra delle parti.

E dunque ieri Mario Draghi ha bruciato le navi, in sostanza, dicendosi disponibile e dunque interessato al Colle e ridicolizzando le ragioni del no. Ma non le ha bruciate quando ha poi comunque ribadito di essere un uomo, anzi un nonno, al servizio del Paese e facendo capire che se lo lasciano dov’è non è che si offende e se ne va. Resterebbe, e forse resterà. Ma da perdente, e questa parola, nel vocabolario dei banchieri centrali, non c’è.

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