Uno dei topic più attuali (e abusati) è relativo alla definizione del concetto di intelligenza, sia per orientare i sempre più numerosi sistemi meritocratici sia per inquadrare con maggiore chiarezza e discernimento opportunità, limiti e minacce dell’intelligenza artificiale.
Il linguaggio di tutti i giorni ha sempre ipotizzato l’esistenza di molte forme di intelligenza: quella matematica, quella artistica, quella musicale, il genio della finanza, l’intelligenza pratica, perfino un concetto quasi paradossale come l’intelligenza manuale. Camillo Olivetti, padre di Adriano, era solito dire che “non vi è quella divisione netta fra lavoro manuale e lavoro intellettuale che qualcuno ama credere. Tutti i lavori, se fatti bene, richiedono più o meno uno sforzo dell’intelligenza”.
Anche le culture interpretano in modo specifico il concetto e la natura dell’intelligenza, usando specifiche parole; ciò appare particolarmente evidente quando queste parole devono essere tradotte in altre lingue.
Lo mette in luce l’ultimo rapporto Imminent – il centro di ricerca dedicato allo studio delle lingue, della traduzione e dell’intelligenza artificiale fondato della società Translated di Marco Trombetti, una della più importanti e interessanti società di servizi linguistici a livello mondiale che unisce la potenza e velocità dell’AI con le abilità e sottigliezze di una vastissima rete di traduttori professionali. Imminent analizza in particolare i trend globali del digitale legati al linguaggio, l’evoluzione tecnologica dei modelli linguistici e il rapporto tra uomo e macchina.
Il rapporto 2026 “The Age of Experience in AI” riflette infatti sulle implicazioni della prossima frontiera dell’IA – la cosiddetta IA fisica, in cui l’IA è incarnata in sistemi che riescono a “percepire” e agire nel mondo fisico. La domanda chiave che questa nuova classe di tecnologie (ci) pone non è più solo cosa l’IA possa davvero fare, ma piuttosto come le diverse culture intendano ciò che l’intelligenza è, fondamentalmente.
L’ipotesi di partenza del rapporto è che il concetto di “intelligenza” non è universale, ma specifico dal punto di vista culturale e linguistico; riflette infatti specifiche (e incarnate) visioni del mondo plasmate dall’ambiente, dalla storia, dalla struttura sociale e dai sistemi di valori morali.
Solo analizzando come i diversi ecosistemi linguistici definiscono l’intelligenza, possiamo capire meglio e forse anticipare come “l’IA basata sull’esperienza – macchine che agiscono, si muovono, percepiscono e intervengono nel mondo” – verrà accolta, considerata affidabile o contestata a livello globale. Ogni paese offre infatti una mappa cognitiva unica che determina il modo in cui l’IA fisica verrà interpretata, legittimata o trasformata.
Il rapporto analizza in modo strutturato come alcuni ambienti linguistici e semantici concettualizzino l’intelligenza – e di come questi modelli culturali possano influenzare il futuro delle tecnologie incarnate. Per mettere in luce l’estrema articolazione del concetto di intelligenza e la sua diversa declinazione, vengono analizzate tre contesti: il Giappone, il Cile e gli Emirati Arabi Uniti. il Giappone coniuga un’elevata capacità cognitiva tecnica con una raffinata intuizione sociale. Il Cile, invece, fonde la chiarezza analitica spagnola con le epistemologie ecologico-relazionali indigene. Gli Emirati Arabi Uniti, infine, articolano l’intelligenza attraverso il ragionamento analitico, il discernimento etico e la governance strategica.
A titolo di esempio (per chi fosse interessato, consiglio la lettura del rapporto: https://imminent.translated.com/imminent-report-2026), il Giappone offre un caso di studio utile per considerare l’intelligenza sia come capacità tecnica sia come giudizio contestualizzato socialmente. Il discorso giapponese traccia chiare distinzioni tra capacità cognitive misurabili, intelligenza strategica/tecnica e intelletto coltivato, ponendo al contempo una forte enfasi sulla capacità di interpretare il contesto nelle interazioni quotidiane. Nel loro insieme, questi livelli indicano una visione della cognizione che non solo è orientata al rendimento, ma viene anche valutata in base alla sua capacità di adattarsi alle aspettative sociali.
Per capire davvero come l’IA plasmerà le nostre vite non scegliamo dunque le vie brevi, le super sintesi e il riduzionismo concettuale. Esercitiamoci ad abitare la complessità e a comprendere e valorizzare le singolarità del mondo che ci ha creato e in cui siamo immersi.
















