Il convegno "Quoziente intellettivo. L'A.I. a portata di Pmi", organizzato da Economy Group, presso la sede Confcommercio di Milano

Nel giro degli ultimi quattro anni l’intelligenza artificiale ha fatto grandi passi avanti. Forse troppi e troppo in fretta, vista la quantità di informazioni, messaggi e azioni di marketing che gravita attorno alla tecnologia digitale di gran lunga più controversa del 2024. Se ne è parlato in occasione del convegno “Quoziente intellettivo. L’A.I. a portata di Pmi”, organizzato da Economy Group a Milano, presso la sede di Confcommercio.

Nell’introdurre i lavori dell’incontro, Sergio Luciano, direttore di Economy Group, ha esordito con un dato pubblicato nell’Osservatorio sull’innovazione digitale del Pmi del 2019: il 55% delle piccole medie imprese italiane mostrava un atteggiamento timido o addirittura scettico nei confronti dell’Ai.

Da allora la situazione è cambiata, ma in che modo? Andrea Granelli, tecnologo ed educatore ha aperto la discussione, affrontando l’argomento con un approccio da umanista. “Il primo tema – ha fatto notare Granelli – è se siamo veramente in grado oggi di misurare obiettivamente il fenomeno Ai. Il secondo tema è se le aziende che dicono quello che stanno facendo, lo stanno veramente facendo. La mia ulteriore domanda è se siamo sicuri che ci siano dei benefici. L’abbiamo visto con il metaverso, con Second Life, con i social media: lo dovremmo verificare anche con l’intelligenza artificiale. Con la differenza che, all’epoca delle prime tecnologie digitali, tutti parlavano delle narrative democratiche, di economia digitale, ma nessuno parlava i rischi di manipolazione, di controllo, di echo chambers. Oggi ci sono già figure che cominciano a fare un uso smodato dell’Ai, senza nessun pensiero critico, senza nessuna misura di sicurezza, senza introdurre anche un pensiero critico”.

Un altro dei temi problematici, secondo Granelli, è “la creazione di un sistema che sviluppa modelli linguistici capaci di persuadere, di fare marketing. Dobbiamo qui svolgere un vero ruolo di ricercatori e di challenger guardato tutti i punti di vista, in maniera anche molto critica, e definire quando l’intelligenza artificiale stia cambiando il modo di pensare, di chiedere, di gestire”.

Marco Taisch, full professor at manifacturing group della Scuola di management del Politecnico di Milano, è entrato nel vivo della discussione, sostenendo: “negli ultimi anni, le grandi imprese hanno usato il doppio di Ai rispetto alle piccole e medie imprese. È naturale e è sempre stato così in un processo di diffusione delle tecnologie digitali, vale per l’IoT, vale per il cloud, vale per i Big data. Per fare il training di un algoritmo di intelligenza artificiale servono grandi quantità di dati e le grandi imprese sono in grado per una questione dimensionale, di trarre il maggior vantaggio da questo processo. Ma se sono un’azienda con pochi clienti, che lavora su commessa, senza una ripetitività di mercato e di comportamenti di vendita, non sarò mai in grado di addestrare un algoritmo di intelligenza artificiale. C’è quindi un tema di ‘svantaggio competitivo dimensionale’ tra la grande e la piccola impresa che genera un ulteriore gap di competitività e di digital divided”.

“Il 52% del Più del nostro Paese – ha aggiunto Taisch – arriva da manifattura, meccanica, dal mondo della moda e dell’arredamento. Questi tre settori beneficeranno dell’Ai, perché servirà alle aziende per fare meglio quello che sanno già fare in tema di produzione più efficiente e di nuovi prodotti. L’Ai riduce anche le barriere d’ingresso delle imprese su altri mercati, a patto di avere una quantità di dati sufficienti e competenze digitali multidisciplinari”.

Il successivo intervento in scaletta è stato quello di Agostino Scornajenchi, presidente Andaf (Associazione nazionale direttori amministrativi e finanziari). L’Ai – ha detto Scornajenchi – darà un supporto straordinario all’organizzazione del lavoro delle aziende. Oggi sono due i modelli a confronto: quello ‘anglosassone-americano’ che insiste sull’aumento dell’efficienza produttiva, a fronte di un rischio di perdita di posti di lavoro. L’altro modello è quello ‘orientale’, che vede l’Ai come straordinario strumento di controllo delle masse, delle opinioni, delle azioni, influenzandone i comportamenti. L’Italia deve riuscire a mantener un ruolo attivo in quesa innovazione, attraverso start up, ricerca e finanziamenti”.

Due i panel di discussione che hanno completato la mattinata di convegno.

Il primo tavolo, dal titolo “AI AI AI, chi non ha paura dell’algoritmo”, ha visto schierati 5 relatori. Massimo Dal Checco, presidente di Anitec e amministratore delegato del gruppo Sidi, ha raccontato la diffusione, l’utilizzo e i vantaggi dell’Ai nelle imprese italiane (sia grandi che medio piccole) e dell’approccio di queste stesse aziende nei confronti delle strategie di raccolta e gestione dei dati, anche in chiave di sostenibilità. Marco Gay, presidente esecutivo di Zest, ha parlato di aumento di competitività delle aziende italiane, a partire delle start up. L’avvocato Giulia Tenaglia, senior associate dello studio Bonelli Erede, ha parlato del regolamento europeo, attualmente in itinere, focalizzato su una definizione condivisa di intelligenza artificiale e sulle analisi di rischio per i produttori e per gli utenti dell’Ai. A maggior ragione su servizi essenziali, come banche e assicurazioni. Michele Flammini, co-owner di Gunpowder e Davide Iacobelli, responsabile del dipartimento BI e AI di Gunpowder, hanno fatto il punto sui modi con cui diffondere una formazione adatta ai temi di Ai da destinare a tutti portatori di interessi (cittadini, aziende, pubblica amministrazione).

Il secondo panel dal titolo “A ogni bisogno più soluzioni, anche per le Pmi” ha visto al tavolo di discussione quattro relatori. Antonio Cerqua, chief innovation officer di Almaware ha raccontato il mercato delle tecnologie di servizi e di modelli di Ai diffuso nell’ecosistema e reti di imprese, Pa e consumatori. Pasquale Orlando, founder di DBridge ha raccontato le modalità con cui le Pmi si interfacciano con l’Ai, dal punto di vista di uno sviluppo di soluzioni “sartoriali” e “su misura” destinate ai diversi settori produttivi. Giuseppe Santella, founder e ad di Corticale, ha analizzato il contributo dell’Ai in ambito medicale. Più precisamente nel monitoraggio e gestione dei dati sui neuroni coinvolti nelle malattie neurodegenerative, con annessa ricerca per brevetti su microchip e su altri strumenti. Marina Paolanti dell’università di Macerata ha portato all’attenzione della platea la questione di un’etica per l’intelligenza artificiale, collegata ad una gestione “affidabile” degli algoritmi.