Vogliamo un futuro di bombe d’acqua devastanti e siccità? Vogliamo fermare lo sviluppo digitale per il surriscaldamento dei sistemi?  Vogliamo un’agricoltura inaridita dal cuneo salino dell’acqua di mare che penetra nelle pianure? «Se non vogliamo arrenderci a tutto questo, ci vuole un bagno, ma di realtà. Il Paese deve attuare un grande programma di nuove infrastrutture idriche. Una strategia di rilancio dell’industria dell’acqua, un piano nazionale che trasformi un settore colabrodo per troppi anni in qualcosa di efficiente e con almeno un grande operatore nazionale»: parola di Fabrizio Palermo, da poco più di un anno amministratore delegato dell’Acea, azienda leader nazionale del settore idrico, ma con una quota di mercato del 16%, che è deciso a incrementare. «Penso ad una strategia che parta dai 4,1 miliardi stanziati per l’acqua nel Pnrr e vada oltre – precisa – E questa strategia infrastrutturale noi l’abbiamo, e la stiamo già sviluppando. Siamo leader nazionali sì, ma in un settore polverizzato dove il secondo operatore ha il 7% e operano 2.300 mini-imprese, senza nessuna interconnessione», spiega ancora il manager. Anzi, l’industriale: l’industriale dell’acqua, quella che già oggi qualcuno chiama “oro blu”. Proviamo a capire il perché.

Ce lo spieghi meglio, dottor Palermo.

L’acqua può essere definita l’oro blu perché sulla sua gestione si gioca tutto il futuro dello sviluppo, della crescita e della vita. Senza una buona gestione dell’acqua salta l’agricoltura, si ferma lo sviluppo digitale, si rovinano le coste e si mettono a rischio migliaia di vite. Perfino senza elettricità e senza gas sopravviviamo, senza acqua no. Eppure per gas ed elettricità c’è un operatore nazionale, per l’acqua no. Con un sistema idrico moderno e ben gestito si apre un’altra grande fase di sviluppo.

Andiamo con ordine: lei quindi vuol sviluppare fortemente il business idrico dell’Acea.

Certo, vogliamo farlo. Ma non soltanto per il nostro business. Vogliamo fare qualcosa di veramente strategico per tutto il Paese, qualcosa di urgente, qualcosa di prospettico. Creare in Italia una grande industria dell’acqua.

Come l’è venuta questa idea?

Mi sono occupato di acqua sin dai tempi della mia gestione in Cdp, e quando mi è stata offerta l’opportunità di venire in Acea l’ho trovata coerente con il mio percorso. Acea ha già 9,5 milioni di clienti nel settore dell’acqua, in sei regioni: Lazio, Umbria, Toscana, Molise, Campania, più alcune dighe in Abruzzo e alcune strutture in Val D’Aosta. E questo business contribuisce al nostro risultato industriale per il 70%. Tra i nostri business strategici ci sono anche l’elettricità e l’ambiente, fronti a cui prestiamo la stessa cura dell’idrico.

Cioè?

Il termovalorizzatore di Roma. Era un progetto fermo da anni. In cinque mesi lo abbiamo presentato il progetto, abbiamo creato un raggruppamento di imprese con Suez, Hitachi e Vianini, conclusa la discussione col committente, il Comune, e siamo molti ottimisti.

Si farà molti nemici! Auguri. Ma scusi, lei non era un finanziario? Parla da ingegnere!

Finanziario? All’origine. Morgan Stanley, prima a Londra e poi in Italia con Claudio Sposito. Poi tanti anni in McKinsey. E poi dieci anni in Fincantieri. Altro che industria: una super industria! Con la guida di Giuseppe Bono abbiamo salvato l’azienda, che era ad altissimo rischio, l’abbiamo risanata, internazionalizzata e quotata, tuttora guadagna. E poi ci sono stati i sette anni in Cassa Depositi e Prestiti, con tante operazioni finanziarie ed industriali strategiche (dal Fondo Atlante ad Autostrade).

E ora qui alla Piramide Ostiense, a guidare l’Acea puntando sull’acqua.

Non solo, ma soprattutto. Perché forse neanche lei sa quant’è importante l’acqua, o non ci pensa. Diamo per scontata una risorsa che scontata non è. L’acqua potabile pubblica nasce col sistema di fontanelle, il famoso nasone, realizzato qui a Roma dopo Porta Pia. All’acqua è legato il 18% del Pil nazionale. Tra uso umano, agricolo e industriale, l’acqua è ovunque e condiziona tutto. E l’industria consuma più acqua di tutti. Ripeto: senza una gestione corretta dal punto di vista infrastrutturale del ciclo dell’acqua l’economia si ferma, la vita ne risente e l’ambiente degenera.

Quindi rischiamo molto in Italia…

Giudichi lei. Questo Paese nasce con un grosso problema infrastrutturale sul fronte dell’acqua. Nel Novecento è stato affrontato con grandissimi investimenti da due Casse: la Cassa depositi e prestiti e la Cassa per il Mezzogiorno. Che però hanno lavorato secondo un disegno multilocale, come si poteva concepirlo a quei tempi. La conseguenza, inevitabile, è stata che ben presto gli investimenti si sono fermati. Le generazioni successive hanno vissuto di rendita, dando per scontato che l’acqua potabile fosse un bene acquisito, che fosse normale aprire un rubinetto in casa e avere l’acqua. Così non è! Non lo è più per noi, non lo è più per l’Europa: l’anno scorso la Francia ha vietato per legge la costruzione di piscine nelle regioni del Sud…

E allora, che fare?

La legge Galli nel ’94 definì il sistema com’è oggi, organizzato per “ambiti territoriali ottimali”, i cosiddetti Ato. Sono più piccoli delle provincie e non sono collegati l’uno con l’altro. Collegarli è la prima esigenza. Il cambiamento climatico fa sì che la pioggia ci sia ancora, ma cada in modo diverso e in luoghi diversi. La mancanza di collegamenti tra i vari Ato impedisce di spostare la risorsa dell’acqua piovana in modo ottimale dalle aree dove si raccoglie a quelle in cui manca. Occorre realizzare almeno delle reti regionali, e meglio ancora sovraregionali: questo è il punto. L’anno scorso, durante la siccità del Nord, al Sud pioveva tanto che hanno dovuto aprire le dighe.

Ma realizzare questa trasformazione costerebbe molto! Come finanziarla?

Oggi la tariffa idrica italiana è la più bassa di tutta l’Europa: metà di quella francese, un terzo di quella tedesca. Un litro d’acqua al rubinetto costa al cittadino italiano un quarto di centesimo di euro, lo 0,0025. In bottiglia costa almeno 1 euro. Una differenza abissale.

Vuole rincarare il prezzo dell’acqua?

Un adeguamento delle tariffe occorre. Significherebbe riavviare il volano degli investimenti a tutto vantaggio della sicurezza del sistema. Senza attuare questa strategia finiremo, tra qualche anno, ad aver bisogno sempre più spesso dell’acqua delle autobotti a 10 volte il costo.

Ma l’acqua è un bene pubblico vitale, deve costare poco e niente!

Nessuno mette in discussione la proprietà della risorsa, e il suo valore vitale, anzi. Ma il servizio industriale necessario per poterne disporre – la raccolta, il trasporto, la depurazione – costa. Di elettricità e gas si paga sia la risorsa che il trasporto. Dell’acqua neanche il trasporto! Una certa crescita del prezzo porterebbe anche ad una maggiore attenzione sull’uso della risorsa, con un ulteriore beneficio. E alla fine un risparmio. Investendo, come abbiamo iniziato a fare, su intelligenza artificiale e robotica arriveremo, a regime, ad avere acquedotti molto più efficienti, implementando la manutenzione predittiva che il settore idrico oggi non usa.

E infatti la rete degli acquedotti perde acqua da tutti i pori…

Sì, una media del 42%, con punte del 98% in Sicilia. Significa che arrivano a destinazione 2 litri su 100 immessi… Noi come Acea però siamo molto avanti: siamo stati premiati, con l’Ato di Roma, il più grande d’Italia, per un’efficienza del 26-27%. E consideri che la rete idrica romana, un misto di pianura e collina con moltissimi edifici alti senza autoclave, è una delle più complicate.

Addio acqua pubblica e gratis?

No, resta gratis quando si va con la tanica alla fontana pubblica: allora si attinge direttamente alla risorsa pubblica. Altrimenti si paga qualcosa in più. Ma stiamo parlando di una necessità vitale. La gestione efficiente dell’acqua, ripeto, condiziona la vita di tutti noi, e tutto lo sviluppo economico e sociale, dall’agricoltura all’energia al digitale.

E allora l’Acea cosa farà?

Intanto cosa stiamo facendo: stiamo raddoppiando il Peschiera.

Cosa?

Roma è alimentata principalmente da due acquedotti, l’Acquedotto Marcio e il Peschiera che porta il 70% dell’acqua, in condotta, in 72 ore da Rieti. Ma è stato costruito 90 anni fa, non è ispezionabile ed è a rischio sismico. Abbiamo sbloccato il raddoppio della struttura, attivando quello che ad oggi è uno dei dieci progetti strategici del Paese, nonché il secondo più grande progetto infrastrutturale italiano dopo il Ponte sullo Stretto.

Ecco: il Pnrr investe sull’acqua…

Sì, complessivamente il Pnrr destina all’acqua 4,1 miliardi, ma stiamo chiedendo che ne vengano allocati di più. Il settore idrico ha il vantaggio che molti progetti sono già pronti. Pronti e senza finanziamenti. Inoltre, noi e vari altri operatori essendo anche stazioni appaltanti siamo in grado di rispettare i tempi. Ci sono, pronti, progetti che investono in condotte come il nostro del Peschiera, progetti di collegamento delle uscite dei depuratori ai sistemi dei consorzi agrari per permettere all’agricoltura di utilizzare acqua potabile da riuso. Occorre superare il sistema dei pozzi, spesso abusivi, che determina oggi un uso inappropriato della falda acquifera, accentuando il grave problema della risalita del cosiddetto cuneo salino, ossia la capacità dell’acqua di mare di risalire dalle foci dei fiumi verso l’interno, nuocendo gravemente alle colture. E c’è da mettere mano al sistema delle dighe: il 40% della loro capienza è ridotta dai detriti che nessuno ha dragato da decenni e che quindi possono contenere meno acqua di quanto si pensi. In questo senso, un adeguata manutenzione e sviluppo di nuovi invasi può apportare un significativo contributo al sistema. Il rinnovamento del sistema idrico impone che si faccia tutto in maniera integrata.

A quali tariffe immagina si debba arrivare?

Secondo me i livelli target sono quelli di Francia e Germania. Altrimenti, ripeto, rischiamo il collasso del sistema.

Domanda d’obbligo: tutto questo riuscirebbe a ridurre le bombe d’acqua s?

Sì, investendo. Bisogna realizzare grandi sistemi di accumulo veloce. Per attutire i danni delle bombe d’acqua, devi attrezzare le aree più esposte delle città con enormi accumuli sotterranei, cioè replicare con le tecniche di oggi quel che è stato fatto cento anni fa ma con tecniche diverse, e possono farlo solo operatori industriali forti, con il know how e la scala economico necessaria a gestire un simile colossale programma.

Pensa a una grande campagna di privatizzazioni dell’attuale sistema idrico?

Il modello ottimale è quello misto, pubblico-privato, organizzato però con ambiti molto più grandi e con soggetti industriali grandi con know how, risorse finanziare e capacità di attrarre talenti.

E… l’energia? Ce ne ha parlato poco.

Energia e servizi ambientali sono gli altri nostri business. Noi gestiamo la rete elettrica di alta, media e bassa tensione e l’illuminazione pubblica romana, e stiamo lavorando per la gestione delle smart-city. E le ho detto dello sblocco del termovalorizzatore di Roma. Ma tutto si collega all’acqua. Per esempio,la depurazione genera fanghi che vanno smaltiti anche producendo energia che ottimizza le risorse elettriche. Insomma, per rendere sostenibili i megatrend di un futuro che è già presente dobbiamo garantire l’acqua e l’energia, insieme. Il mondo della finanza ha capito questo collegamento, non a caso si parla di oro blu.

E secondo lei capiremo anche noi cittadini?

C’è bisogno di una comunicazione chiara. Ma si può fare. Ad esempio, lanceremo la fontanella Nasone 4.0, con un QR Code che, scannerizzato, ti darà l’etichetta dell’acqua, con la sua composizione e provenienza…

Niente male, per un manager finanziario…

Come tutti i grandi temi infrastrutturali, l’acqua richiede uno sforzo finanziario e industriale significativo. In questo senso, credo che questo percorso – nonché quello dei manager che oggi formano la mia squadra – rifletta un mix altrimenti difficile da coniugare.