L’industria assediata dal virusvuole l’artiglieria pesante

Guerra. Inizia, lentamente ma distintamente, a farsi largo questa parola per provare a tratteggiare i contorni di una crisi che non ha precedenti in tempo di pace. Nemmeno nel 2008-2009 (chiusi dall’Italia rispettivamente con -1 e -5,4% di Pil) si era vista una contemporanea paralisi della domanda e dell’offerta. Il 21 gennaio l’Ocse prevedeva per quest’anno una crescita di uno striminzito +0,5%. Pochi giorni dopo l’inizio dell’epidemia si è capito che parlare di crescita sarebbe stato un miraggio. A inizio marzo Moody’s certificava un Pil in calo dello 0,5%. Ora, mentre questo articolo viene redatto, Goldman Sachs parla di una ricchezza prodotta in picchiata del 3,4% (-6% nei primi sei mesi). Qualche miglioria potrebbe portarla il piano di acquisti varato dalla Bce per 750 miliardi, ma senza vincoli “pro quota”. «A nostro giudizio – ci spiega Stefano Manzocchi (nella foto), direttore del Centro studi Confindustria – l’intervento di Francoforte potrebbe consentire di chiudere l’anno in maniera lievemente migliore». 

Fatto 100 il pil del 1939, tra il 1940 e il 1945 il nostro prodotto interno lordo collassò del 44%, recuperato in “soli” 4 anni

Ma non c’è molto da stare allegri. Il Cerved prevede per il biennio 2020-2021 perdite aggregate comprese tra i 275 e i 640 miliardi nel caso in cui l’emergenza si protraesse fino al termine di quest’anno. E quando mai abbiamo visto numeri del genere? Ancora una volta, in guerra. Fatto 100 il Pil del 1939, tra il 1940 e il 1945 il nostro prodotto interno lordo collassò del 44% complessivo. Ma c’è una buona notizia: tra il 1946 e il 1949 il nostro Paese effettuò un recupero talmente repentino da raggiungere un Pil superiore del 5% a quello di dieci anni prima. E oggi? Diventa sempre più complesso comprendere che cosa ci aspetta. «Unitamente al crollo della domanda – aggiunge Manzocchi – il blocco temporaneo di molte attività economiche sul territorio europeo pone una pressione senza precedenti, almeno in tempi di pace, sulla capacità di resilienza della manifattura. Dalla tenuta del sistema produttivo dipendono le prospettive di rilancio sociale dell’intero Continente, una volta terminata l’emergenza sanitaria. Servono iniziative immediate su scala nazionale ed europea». L’Italia ha messo in campo rapidamente una prima manovra (25 miliardi “cash” e 350 di garanzie), il “Cura-Italia”. Un provvedimento una tantum da 600 euro per le partite Iva, lo stop ai mutui sulla prima casa e al pagamento dei tributi (per tutte le aziende dei settori più colpiti, entro i due milioni di fatturato per quelle di industry meno flagellate), cassa integrazione per imprese anche con un solo dipendente, garanzie con le banche sono alcune delle misure varate dal governo. «La preoccupazione – prosegue il direttore del CSC– è per la limitazione temporale abbastanza stretta degli interventi. In particolare, per le deroghe di vario tipo alla Cig si pone un limite di nove settimane, da utilizzare entro agosto. Ma se la crisi dovesse perdurare, sarebbe ovviamente un orizzonte troppo stretto. Per affrontare il doppio problema del prosciugamento della liquidità nelle imprese e del calo dei prestiti bancari, le misure varate con il Decreto sono tutte condivisibili nella sostanza, ma vanno molto potenziate. La moratoria (fino a settembre) sul pagamento delle rate dei vecchi prestiti (capitale e interessi), dalle imprese alle banche, è cruciale per ridurre nell’immediato le esigenze di liquidità. A questo si somma il rafforzamento del Fondo di garanzia (per 9 mesi e con risorse addizionali per 1,5 miliardi) che mira a sostenere il flusso di nuovo credito bancario alle Pmi. Manca un intervento che sarebbe stato molto utile sul fronte della liquidità, cioè quello di accelerare i nuovi pagamenti dalla Pa alle imprese e di smaltire più rapidamente lo stock accumulato non ancora effettuati. Infine, su scala europea, serve affiancare alle misure della Bce anche l’introduzione di eurobond fin troppo rimandata».

Dalla tenuta del sistema produttivo dipendono le prospettive di rilancio sociale del continente

In questo scenario alcuni comparti più di altri rischiano di implodere. È il caso del turismo, che vale il 13% del Pil e che ha registrato cali tra l’80 e il 90%. «La conta dei danni – commenta Marina Lalli, vicepresidente di Federturismo – è ancora molto complicata da fare, anche perché non sappiamo quando si tornerà alla normalità. Gli italiani, con fabbriche e negozi chiusi, stanno erodendo il loro monte-ferie e rischiano di ritrovarsi ad agosto, mese di massimo afflusso, senza la possibilità di partire anche per scarsità di fondi. Il Cura-Italia è una prima risposta in tempi ragionevoli, ma rimangono molti punti interrogativi: che ne sarà degli stagionali, che a febbraio non erano ancora entrati in servizio e che rischiano di non aver accumulato giorni sufficienti per accedere alla Naspi? Diciamo che ci aspettiamo molto dal prossimo decreto, quello di aprile, che deve rispondere anche ad un’ulteriore domanda: come faremo senza il turismo congressuale? Per organizzare appuntamenti di questo tipo servono 3-4 mesi: se non ritroviamo la normalità, gli eventi principali come il Salone del Mobile verranno rimandati all’anno prossimo». L’unica speranza per il turismo è che i contagi zero registrati in Cina spingano Pechino a riaprire le frontiere, con i cittadini asiatici pronti a sbarcare nel nostro Paese. 

Non basta: secondo l’Osservatorio per la Complessità Economica, siamo il settimo Paese esportatore al mondo, con un volume d’affari di 482 miliardi di dollari, un quarto circa del Pil. E come affrontare un blocco de facto dell’export? Un esempio concreto è quello delle macchine utensili. Massimo Carboniero, presidente di Ucimu, spiega che il settore è «doppiamente penalizzato da questa epidemia. Esportiamo il 60% del nostro prodotto, le macchine già pronte non vengono collaudate dal cliente e quindi non le possiamo fatturare. Stiamo tentando di fare delle prove da remoto tramite tablet, ma questo funziona su piccoli macchinari, non su linee complesse. Sul versante italiano, è tutto fermo e ci troviamo di fronte a un’emergenza che non siamo pronti a fronteggiare. È il peggiore sconquasso dal Dopoguerra. Il Cura-Italia ci tutela in parte, ma mi ha un po’ deluso, soprattutto per quanto concerne il tema enorme della liquidità: non abbiamo di che pagare dipendenti e materiali, sarebbe stato più giusto bloccare la riscossione di tasse e tributi fino al ritorno a una condizione più “normale”. Che, a mio avviso, non potrà essere prima della metà di maggio». 

Manca un intervento che sarebbe stato molto utile sul fronte della liquidità: accelerare i nuovi pagamenti dalla pa alle imprese

Altra industry fiaccata dal Coronavirus è quella dell’arredamento. «Non sappiamo quando torneremo a una condizione normale – ammette Emanuele Orsini, presidente FederlegnoArredo – ma già oggi stimiamo almeno un 20% di perdite. Siamo in difficoltà a far arrivare le nostre merci all’estero, i nostri commerciali non possono certo andare in giro a farsi conoscere: è tutto fermo. Gli allestitori che mettono in piedi le fiere sono a zero incassi da due mesi. Il Governo ha approvato un decreto che speriamo sia soltanto l’inizio. Perché le misure messe in campo, sono insufficienti soprattutto quando chiederanno alle imprese di far ripartire il Paese. Non è pensabile che le scadenza fiscali siano posticipate di qualche giorno o di due mesi». Infine, anche la filiera del lusso sta scontando un momento complicato, seppur con un barlume di speranza in più rispetto ad altri comparti. «Il nostro – ci spiega il presidente di Altagamma Matteo Lunelli – è stato uno dei primi segmenti colpiti. La moda, in primis, che ha visto ridursi le esportazioni verso la Cina, poi le vendite in Italia e, non da ultimo, quelle negli Stati Uniti. Ancora non sappiamo che impatto avrà questa pandemia, ma è chiaro che si tratta di un problema enorme, simile a una guerra. Le 107 aziende che compongono Altagamma sono molto solide, ma la filiera non lo è. Ci sono imprese che soffrono, hotel anche nelle grandi città che restano vuoti, Pmi senza liquidità. Abbiamo inviato una lettera al presidente Conte chiedendo misure urgenti a sostegno del turismo e dell’ospitalità. Oggi la priorità è la salute, ma un domani però bisognerà guardare all’economia, predisponendo un piano Marshall condiviso. In Cina hanno iniziato a riaprire negozi, significa che c’è luce in fondo al tunnel».