In questa nostra epoca di eventi sorprendenti, siamo tutti alla ricerca di percorsi evolutivi che ci vengano dal passato, anche relativamente prossimo, e che attraversino il presente aiutandoci qualche modo ad anticipare il futuro e orientarci tra prospettive contraddittorie.

In realtà non siamo alla ricerca di linee evolutive, ma di analogie. Cioè scaviamo nel passato alla ricerca di modelli, di scenari verosimilmente riproducibili, che ci aiutino a capire cosa sta succedendo nel nostro presente o cosa può succedere nel futuro. La fallacia di queste aspettative ha provocato la clamorosa crisi dello storicismo – che nasce appunto da questa evidenza, e colpisce sia il pensiero di Marx che quello del suo opposto, Max Weber –e consiste nel fatto che questa ricerca di analogie è deludente. Inoltre, nella curva abbiamo perso le analogie, per sempre, perché i cambiamenti dai quali la nostra società è travolta negli ultimi anni e ancora più da oggi in poi, sono tali da cancellare ogni possibile analogia con modelli del passato.

Siamo di fronte alla quarta o quinta rivoluzione industriale, con l’esplosione della digitalizzazione siamo di fronte a innumerevoli previsioni su quale sarà il futuro digitale del mondo e addirittura quale sarà il riflesso della digitalizzazione sulla specie. Ma come i CD sono più comodi, ma non riproducono meglio dei vinili, il metaverso non corregge l’irrepetibilità della storia. Nel metaverso siamo capaci di clonare digitalmente lo stato dell’umano in una frazione dello spazio-tempo e pure dispiegare innumerevoli possibilità di sviluppo che però anche il più scrupoloso scrutinio di potenti intelligenze artificiali non trasformerà in probabilità: perché ci sia un avatar di Putin, deve essere esistito. Anche nel metaverso dovremo imparare a vivere senza illusioni, come Manès Sperber in “Come una lacrima nell’oceano”.

Siamo di fronte a una pandemia di dimensioni sconosciute, e dobbiamo risalire alla fine dell’Impero Romano per trovarne una simile per durata – fu un’epidemia di malaria – perché da allora le epidemie sono durate mesi, mai anni. Dunque oggi per la prima volta l’umanità, pur dotata di strumenti scientifici e di combattimento mai visti, mai stati a disposizione dell’uomo, si trova di fronte a un ostacolo che non sa superare. L’epidemia è già durata troppo, si manifestano variabili continue e non previste e siamo all’oscuro su quale fronte di ricerca si stia procedendo: questa è una svolta terribile nella storia dell’umanità. L’altra quasi inspiegabile situazione è la guerra in Ucraina, che ovviamente non è solo per l’Ucraina: è la spia o lo spunto della Terza Guerra Mondiale, che nasce da esigenze molto diverse da quelle che originarono la Seconda. Scambiamo spesso il Vladimir Putin che invade l’Ucraina con l’Adolf Hitler che invase Polonia, Austria, Francia usando il grimaldello ideologico nazista per conquistare territori. Qui e oggi siamo di fronte a un problema molto diverso: l’esplosione aggressiva sull’Ucraina è, sì, dettata dal voler inglobale quel Paese per dare inizio alla realizzazione del sogno di riprodurre l’Impero zarista, ma contiene anche un violento tentativo di confermare la Russia come grande potenza e di sovvertire l’ordine mondiale e i rapporti di forza internazionali.

In questo momento stiamo assistendo a una fortissima propaganda della Nato sull’unità e la forza potenziale dei Paesi che aderiscono all’alleanza, ma non è una grande potenza, e in realtà, guardando freddamente la situazione, siamo di fronte a un numero incredibile di importantissimi capi di Stato che parlano, parlano, ma, a parte le sanzioni e i modesti aiuti militari, non combinano nulla di determinante: perché l’unica grande potenza sono gli Usa, che attendono di capire quale sarà il loro ruolo finale, oltre al benevolo protettorato sull’Europa coinvolta in continue mediazioni. Intanto, la Russia dimostra di essere una grande potenza che resiste a questi attacchi e persegue i suoi scopi autonomi, cioè cambiare l’ordine mondiale.

E poi c’è un fattore più preoccupante, la Cina, che,  come nella sua millenaria tradizione, non essendo essa uno Stato-nazione, ma uno Stato-cultura, attende pazientemente le future inclusioni, sicura del suo ruolo di prima potenza mondiale. Più misterioso, ma deludente è l’atteggiamento dell’India. Per abitudine la consideriamo una delle più antiche democrazie del mondo e ci dimentichiamo che oggi è nelle mani degli estremisti induisti per cui, per permetterci una battuta, Modi presto chiederà il voto alle mucche. Mucche elettroniche. I rapporti tra queste galassie sono inquietanti e privi di analogie col passato: il raggruppamento di Stati asiatici attorno alla Cina e attorno alla Russia è obiettivamente preoccupante perché tutti gli altri tacciono o fanno altisonanti dichiarazioni mentre la Russia persegue i suoi fini che vanno ben oltre l’Ucraina. Se tutte queste forze si impegnassero veramente per fermare la guerra in Ucraina, se si potesse tirare una riga e ricominciare tutto daccapo, sarebbe meglio per tutti, ma è una previsione che nessuno si sente di fare e tantomeno io.

Per tutte queste ragioni, la perdita della possibilità dell’analogia è una cesura profonda, è come se stessimo perdendo la continuità della specie, mentre stanno succedendo un numero incredibile di fenomeni sorprendenti ai quali siamo del tutto impreparati.

In tutto questo, l’Italia ha un problema specifico, che la rende non associabile ai megasistemi: l’Italia è inaffidabile perché lacerata dalla mancata scelta tra l’essere uno Stato-nazione fascista o uno Stato-cultura in continuità col suo migliore passato. Non era pensabile che il miglior presidente del consiglio che l’Italia abbia avuto – mentre sta partecipando a una riunione internazionale importantissima, giocandovi un ruolo essenziale, professore di economia, laureato al Mit, ex prestigioso banchiere centrale – debba scappare dalla riunione in cui si trova per tornare in Italia perché un sociologo riferisce a un giornale che un comico, Beppe Grillo, gli ha raccontato che Draghi gli avrebbe chiesto di far fuori Conte. Ma è possibile che un capo di governo sia costretto ad abbandonare una conferenza internazionale per occuparsi dei mal di pancia di un avvocato determinati da un comico? È mai possibile che un simile personaggio debba cambiare agenda perché c’è un comico che sta valutando la situazione?

Non parliamo neanche dei cambiamenti che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, viviamo alla giornata e cerchiamo di sopravvivere senza illusioni. Mi stupisce che Draghi ci sia in parte cascato, perché malgrado tutte le dichiarazioni successive già il fatto di dover mettere una pezza, con una conferenza stampa sui suoi rapporti con un comico, è un vulnus all’immagine della nostra politica e alla sua. Perciò: lasciamo perdere l’Italia.