Libero scambio in Asia,quel favore postumo a Trump

Lo scorso 15 Novembre, nella capitale vietnamita Hanoi, quindici Paesi dell’area Asia-Pacifico hanno raggiunto un’intesa per creare il più grande accordo di libero scambio del mondo. Guidati dalla Cina, hanno aderito al Regional Comprehensive Economic Partnership (di seguito solo RCEP) il Giappone, la Corea del Sud, la Nuova Zelanda, l’Australia ed altri dieci Paesi del Sud Est Asiatico (ASEAN) quali Indonesia, Tailandia, Singapore, Malesia, Filippine, Vietnam, Brunei, Cambogia, Myanmar e Laos. Da notare l’assenza di un importante player asiatico come l’India, a causa di un possibile aumento del suo deficit commerciale nei confronti della Cina, ma che però si è riservata un’opzione di ingresso nell’accordo anche in un secondo momento.

L’accordo in questione è stato firmato ma per entrare in vigore dovrà essere ratificato, entro i prossimi due anni, da almeno sei nazioni del gruppo ASEAN o tre Paesi che non appartengono al blocco del sud-est asiatico. Con il raggiungimento dell’intesa ci troviamo davanti al più grande accordo di libero scambio mai raggiunto nel mondo e che riguarderà oltre due miliardi di persone e circa il 30% del PIL globale. L’accordo, secondo le stime degli analisti, servirà anche a rafforzare i rapporti economici all’interno della regione asiatica oltre che a rappresentare un importante strumento per la crescita e lo sviluppo dell’economia internazionale.

Obiettivo di questo grande patto commerciale è quello di stabilire tra i Paesi accordisti una partnership economica che sia moderna, inclusiva e di qualità. Vuole essere un accordo che guarda al futuro e che contiene misure che superano i vari accordi esistenti tra Paesi e già conclusi nella Regione asiatica. Allo stesso tempo, vengono riconosciuti i diversi livelli di sviluppo economico oltre ai mutevoli fabbisogni di ogni singolo Paese partecipante.

L’accordo “RCEP” si compone di 20 capitoli, ognuno dei quali approfondisce specifiche materie come ad esempio: commercio di beni, regole di origine, procedure doganali e semplificazioni commerciali, normative sanitarie e fitosanitarie, regolamenti tecnici e procedure di valutazione di conformità dei prodotti scambiati. Inoltre, vengono inclusi nell’accordo anche i servizi finanziari, le telecomunicazioni, i servizi professionali, gli appalti pubblici, la protezione della proprietà intellettuale, il commercio elettronico e la concorrenza. Ma in nessuno dei 20 capitoli vengono affrontati i temi relativi alla normativa ambientale e dei diritti dei lavoratori. In estrema sintesi, l’accordo mira a stimolare la concorrenza in modo da favorirne la produttività, sostenibile e responsabile, nonché a sostenere la ripresa economica dell’intera regione asiatica, fortemente segnata dalla crisi in corso. Il Regional Economic Comprehensive Partnership (RECP) ridurrà e/o eliminerà i dazi su oltre il 90% dei prodotti e darà ai Paesi membri un accesso preferenziale al mercato regionale, riducendo i costi per le aziende (multinazionali) che già detengono, o che intendono insediare, più catene di approvvigionamento nei Paesi asiatici.

Anche se tale accordo, in termini di apertura dei mercati, resta ben al di sotto dei livelli raggiunti e stabiliti già in altri e precedenti accordi di libero scambio, senza dubbio, esso rappresenta un importante traguardo all’interno dello scacchiere geopolitico mondiale. L’accordo “RCEP”, infatti, viene siglato da ben quindici economie in un periodo storico segnato dalla crisi del multilateralismo e, in via generale, del libero scambio. Tuttavia, questo accordo rappresenta la prima adesione della Cina ad un accordo commerciale multilaterale e, forse, anche per questo è considerato come una vittoria della stessa Cina che intreccia legami commerciali con altri Paesi asiatici (rilevante è l’accordo raggiunto con il Giappone, seconda potenza economica in Asia) e rafforza il suo potere in quell’area. La Cina va a colmare quel vuoto creato dalla politica protezionistica che ha caratterizzato in toto l’Amministrazione (uscente) di Donald Trump che però non aveva perso tempo, nel 2017, a ritirare gli USA dall’accordo di libero scambio, denominato “Trans-Pacific Partnership” (TPP), voluto fortemente da Obama, e siglato insieme ad altri Paesi, ad esclusione della Cina, che avrebbe aumentato l’influenza americana nell’area del Pacifico.

Ma se l’America di Trump ha deciso di arrestare la sua leadership nella geopolitica mondiale preferendo ad essa una più schietta politica interna a suon di “America First”, la Cina avanza con decisione e rafforza la sua posizione economica nel Sud Est Asiatico e si pone al centro di una ritrovata cooperazione multilaterale, ovvero di una nuova globalizzazione che guarda al mondo da una diversa prospettiva e con la regione Asiatica al centro di essa.