Per anni il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) è stato l’orgoglio regolatorio dell’Unione Europea: una cornice di diritti digitali che ha definito la postura del continente nel mondo. Oggi, però, questa architettura rischia di essere smontata pezzo per pezzo. Non per pressioni esterne, ma per una scelta interna. E la miccia arriva proprio da un documento tecnico tedesco di 180 pagine che ha ispirato la riforma più radicale mai immaginata.
Il punto di svolta è una bozza che circola a Bruxelles in vista del “Digital Omnibus” del 19 novembre. Secondo il nuovo schema, gli elementi fondativi della norma verrebbero riscritti: dalla ridefinizione della nozione stessa di dato personale al ridimensionamento dei diritti degli interessati, fino all’allentamento delle protezioni sui dati sensibili. Qui si innesta il primo allarme di Barbara Garfagna che scrive su il Sole 24 Ore: “Quello che sta accadendo non è un aggiornamento tecnico del GDPR, ma un vero cambio di paradigma”.
Un cambio di paradigma che parla chiaro: la “semplificazione” per le PMI sembra più un pretesto che una priorità. Per le piccole imprese europee sono previsti piccoli ritocchi procedurali, ma per chi sviluppa modelli di intelligenza artificiale su scala globale, i vantaggi sarebbero enormi. Un secondo passaggio che Garfagna non lascia intendere, ma enuncia con precisione chirurgica: “Se l’Europa – scrive ancora Garfagna – apre la porta all’uso illimitato dei dati, cede di fatto la sua ultima leva competitiva globale”.
Il rischio, infatti, non è solo normativo: è geopolitico. Negli Stati Uniti l’intelligence e le forze armate proteggono apertamente i campioni tecnologici nazionali, fino a creare reparti specializzati come il “Detachment 201” e a far giurare i propri ingegneri fedeltà allo Stato. In Cina l’AI è un pilastro dell’apparato statale; nel Golfo si tenta la creazione di un terzo polo tecnologico che aggiri la presa USA-Cina. L’Europa, invece, sembra tentata dall’idea di non competere affatto.
“Il rischio è dare carta bianca alle big tech – aggiunge Garfagna – proprio nel momento storico in cui l’intelligenza artificiale diventa infrastruttura di potere. E a questo scenario si aggiunge l’ipotesi più controversa: consentire l’accesso remoto ai dispositivi degli utenti senza consenso. Una possibilità considerata incompatibile con la Carta dei diritti fondamentali, oltre che con la stessa idea di sovranità digitale europea.
Il paradosso è evidente: mentre altri attori globali blindano strategicamente il proprio potere tecnologico, l’Europa sembra disposta a rinunciare alla sua unica narrativa internazionale vincente — il modello dei diritti digitali — nella speranza, tutta da dimostrare, che la deregolamentazione produca innovazione.
















