ROBERT PREVOST PAPA LEONE XIV

Arriva un papa e dice: “È urgente fermare i tavoli in cui si pianifica il riarmo e le azioni di morte”. E le persone commentano, tra sé e sé: e capirai, ovvio che il papa chieda a pace. Poi quel papa aggiunge: “Tanti miliardi vengono spesi per distruggere, mentre mancano le risorse per educare e curare l’umanità”. E allora qualcuno pensa a una persona cara morta a casa perché le liste d’attesa per curarsi erano troppo lunghe; o a un bambino prematuro che perde la vita perché non si fa in tempo ad accudirlo; oppure ai giovani immigrati, anche regolari, che finiscono a delinquere perché non parlano la lingua del luogo che hanno raggiunto e nessuno gliela insegna: e pensando a cose del genere la contraddizione c on i soldi che si buttano via per distruggere brucia anche i più cinici.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Poi il papa dice: “Occorre liberare il lavoro dall’idolatria del profitto”, e a tanti viene in mente che un’azienda spremuta come un limone per produrre, oggi, il massimo dell’utile sacrificando contemporaneamente sostegni al personale e attenzioninai clienti, compromette le possibilità di crescere domani che avrebbero rischiesto più investimenti e meno dividendi. E sempre il papa aggiunge: “Finanza e tecnologia vanno sottratte ai business della morte”, e a tanti viene in mente la scienza dei dati applicata da Palantir agli omicidi militari. E ancora il Papa critica i “rapporti di potere ingiusti e le logiche di sopraffazione. Non possiamo restare inerti di fronte a chi muove le pedine dei conflitti globali sulla pelle dei più deboli”.

Se poi uno considera che questo Papa, Leone XIV, è americano e che quando è stato eletto alcuni fessi hanno commentato che fosse stato un favore a Trump… tutte queste affermazioni fanno ancora più effetto.

Ma poi il Papa dice che “Serve un’inversione di rotta guidata da persone coraggiose. L’impegno nel mondo richiede di affrontare la realtà intera con la forza disarmata del Vangelo”. Quindi dice a chi lo segue per fede o anche solo per interesse culturale che cambiare si può.

Ed ha ragione. Si può se l’Occidente si ricorda chi è. Si ricorda di essere figlio dell’umanesimo greco-romano e cristiano, dell’illuminismo, del socialismo e del liberalismo responsabile. Cose di cui l’americano medio non ha mai neanche sentito parlare. A stento conosce Ulisse, grazie a Nolan, e cioè un Ulisse che non c’entra niente con Omero, un ennesimo super-eroe tipo Marvel, senza drammi e senza visioni.

Quel che noi in Europa, pur tra una montante ignoranza generale, ancora consideriamo “umanesimo” sono cose di cui Trump -il capo degli americani- nei rari momenti di lucidità, si fa beffe.

Ma  allora qual è il passaggio logico da compiere, e che si potrebbe compiere, per dar seguito alle ammonizioni di Leone? E’ evidente: riscrivere le regole della globalizzazione, scritte a puro uso e consumo delle multinazionali americane. Le regole, anzi le non-regole, che hanno o reso possibili o aggravato tutte le atroci storture ricordate da Leone.

La globalizzazione lanciata da Wall Street dopo la caduta del Muro è stata in sostanza la licenza di importare a casa nostra i vantaggi della schiavitù dei regimi dell’Est e del Far-East senza macchiarci formalmente le mani del crimine dello schiavismo. E’ stata l’epoca dei transplant industriali, a Timisoara come a Nanchino, seguiti poi dal neo-schiavismo digitale di Bangalore e dintorni, dai suicidi degli operai Foxconn a Shentzen, dai lavoratori bambini di Bucarest o Manila. L’Occidente s’è ingrassato su questo neocolonialismo indiretto, e dissimulato millantando, anzi, di star promuovendo la crescita economica dei Paesi poveri, ma la verità era che quella crescita è stata una conseguenza inevitabile, ancorchè biecamente contrastata dallo stesso Occidente, dello sviluppo economico, soprattutto nella strutturata Cina, unica vera potenza capace virtualmente sin dal 1989 di progettare un’espansione ragionata.

Oggi però cosa sta capitando? Che gli Stati Uniti sono diventati soprattutto una potenza tecnologica e finanziaria prima che industriale e fronteggiano un debito pubblico mostruoso che li rende succubi dei loro investitori internazionali, e che la Cina li contrasta alla pari sull’hi tech in tutti i campi: dall’Ai alla robotica, dalla sanità all’energia, dall’ecommerce allo spazio. Una guerra senza esclusione di colpi che in questa sfortunata “era Trump” in America significa rivendicare per i tech-giant qualsiasi licenza (ci manca solo quella d’uccidere) proprio per non “restar dietro” ai cinesi; e che in Cina significa consolidare il potere del vertice politico – un potere dittatoriale – anche con i nuovi strumenti tecnologici.

A Washington la dittatura di un’oligopolio tecnologico-finanziario, a Pechino lo stesso schema supervisionato e controllato dal Partito. Risultato: un mondo schifoso.

E l’Europa? Insegue affannosamente e ridicolmente il sistema americano senza capire che imploderà con esso. Scribacchiando favolette inerti, come il Digital Act, e  non costruendo la benchè minima difesa contro la ormai già manifestatasi subalternità tecnologica.

Per questo il richiamo di Papa Leone – un vero e proprio schiaffone – contro tutte le storture del sistema, dai giochi di potere all’idolatria del profitto, interpella ciascuno di noi, e naturalmente soprattutto le classi dirigenti, e ci sfida a fermare la deriva suicida di una società disumanizzata, tutta Borsa e robot. Potremmo farcela: se l’Europa esistesse. Ma si sa: il Papa, come Cristo, parlava agli uomini anche di cose terrene, ma ricordando loro che il suo regno “non è di questa terra”!