“Figlio della terra” è il titolo di una preziosa rilettura della figura già iconica, ma anch’essa a rischio di evaporazione nel nostro tempo di “presentismo”, del primo grande leader sindacale italiano, Giuseppe Di Vittorio, che fu segretario generale della Cgil dal ’45 – ne fu praticamente il “rifondatore” (di Antonio Del Giudice, Editore Castelvecchi, 91 pagine, 15€). Figlio di braccianti agricoli che lavoravano la terra dei marchesi Rubino-Rossi di Cerignola, Di Vittorio crebbe autodidatta e si appassionò giovanissimo alla politica e al sindacato, tanto che a vent’anni era già nel comitato centrale dell’Unione Sindacale Italiana.

Nel libro ci sono molti aneddoti che costellarono la vita di un capo dal grandissimo carattere. Anche di attualità agghiacciante, quando ricorda le parole di Di Vittorio sulla morte di suo padre, mentre lavorava in campagna: “Mio padre non è stato fucilato, ma costretto dalla miseria, per un pezzo di pane da portare a casa, a morire per salvare dall’annegamento gli animali del padrone”. E descrizioni icastiche: “C’era in lui, malgrado le avversità, gli arresti, le espulsioni, malgrado la malattia della mamma, un ottimismo innato, incrollabile e contagioso… per lui ragione di vita”.

C’è anche un episodio mitico: il rifiuto, garbato e ragionato ma invalicabile, che Di Vittorio oppone a un regalo offertogli da un imprenditore, con un biglietto in cui spiega che l’onestà non deve essere soltanto sostanziale e interiore ma anche “esteriore”.

C’è, nell’insieme, il ritratto di un grandissimo leader, di quelli dei quali si è rotto lo stampo. Un leader di valori e un carisma fatto di responsabilità e testimonianza. Non il solito “Fate quello che dico, non quello che faccio io”, tutt’altro. Veramente “figlio della terra”, la sua terra di fatica e di soprusi.

In una drammatica crisi delle leadership politiche, sarebbe bello se almeno il mondo sindacale ci restituisse la figura di qualche grande leader. Non siamo proprio a zero, ma c’è anche lì molto da crescere.