Le posizioni dei mercati emergenti potrebbero essere vincenti

L’inflazione aumenta, dominando il dibattito finanziario. Effetti dovuti allo shock pandemico, strozzature sul fronte dell’offerta, prezzi delle materie prime alle stelle, tassi di cambio talvolta deboli e una forte ripresa della domanda interna: tutti fattori che stanno alla base dell’aumento dei prezzi osservato nell’ultimo periodo. Ci si chiede se quest’aumento sarà temporaneo o duraturo, ma l’unica certezza è che anche se le strozzature sul fronte dell’offerta dovrebbero attenuarsi con il tempo, materie prime, pass-through del tasso di cambio all’inflazione core ed eventuali rafforzamenti della domanda interna potrebbero determinare effetti più duraturi, soprattutto se riescono ad influenzare le aspettative di inflazione.

Arjun Madan, fixed income global portfolio strategist di Capital Group, affronta il problema con un focus sui mercati emergenti: «I prezzi degli alimenti rappresentano una componente dell’inflazione PCI (Indice dei prezzi al consumo) molto più ampia nelle economie emergenti, rispetto ai mercati sviluppati; pertanto, tali economie sono più sensibili agli shock dell’offerta, a livello sia globale che locale. È probabile che molti di questi fattori siano transitori, quindi è ragionevole aspettarsi che l’inflazione degli alimenti si stabilizzi con l’apertura delle economie emergenti. Detto questo, dovremo prestare attenzione all’impatto a lungo termine che le condizioni meteorologiche e il prezzo dell’energia genereranno sui prezzi dei prodotti alimentari. Nel paniere PCI mediano di un’economia emergente i generi alimentari rappresentano il 25% circa, mentre questa quota è inferiore al 15% per il paniere mediano di un’economia sviluppata e inferiore al 10% per gli Usa».

L’inflazione dei generi alimentari nei mercati emergenti è generalmente cresciuta a partire dalla pandemia, ma le cause non sono state le stesse nei diversi Paesi, e anche le prospettive variano in base a fattori locali. Paesi come il Brasile e la Russia hanno visto l’inflazione dei prodotti alimentari alzarsi ben oltre l’inflazione primaria, mentre nell’Europa orientale e in Medio Oriente si sono registrate variazioni maggiori. In Asia, l’inflazione alimentare è stata elevata solo in alcuni Paesi, ad esempio in India, mentre altri come Thailandia e Cina hanno osservato una deflazione dei prezzi.

«Passando ai prezzi dell’energia», prosegue Madan, «tendenzialmente hanno un effetto particolarmente significativo su questi mercati, nonostante l’effetto finale sui consumatori vari dal momento che i prezzi dei combustibili rappresentano una questione politica in molti paesi emergenti. Di conseguenza, sono stati messi in atto numerosi interventi normativi per ridurre la volatilità dei prezzi dei carburanti. Inoltre, molti paesi emergenti sono importanti esportatori di petrolio; pertanto, traggono vantaggio dal miglioramento della bilancia commerciale e fiscale dovuto a un aumento del prezzo del petrolio. I prezzi del petrolio hanno registrato una ripresa dall’inizio dell’anno, trainati da fattori sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda. Sul fronte della domanda abbiamo assistito a una forte ripresa, mentre l’offerta è rimasta limitata. Ora i prezzi del petrolio riflettono meglio i fondamentali ed è ragionevole aspettarsi almeno un po’ di stabilità nei prossimi 12-24 mesi, con i prezzi più alti che innescano una reazione nella domanda e nell’offerta. Anche gli effetti base dovuti all’aumento dei prezzi del petrolio dovrebbero normalizzarsi il prossimo anno, aiutando ad attenuare l’inflazione dei prezzi dell’energia».

Per quanto riguarda il pass-through (trasmissione) di tassi di cambio più deboli all’inflazione, questo può essere piuttosto elevato nei mercati emergenti, in particolare nei Paesi che sono grandi importatori e dove quindi qualsiasi debolezza valutaria esercita una pressione al rialzo sull’inflazione. «Una ricerca di Goldman Sachs evidenzia come il pass-through del tasso di cambio (Erpt) sia calato a livello generale nei Paesi emergenti negli ultimi due decenni», spiega l’esperto. «Le economie aperte hanno pass-thorugh più elevati, mentre le economie che godono di credibilità della politica monetaria hanno pass-through inferiori. I calcoli eseguiti mostrano gli Erpt più alti in Turchia, Romania e Ungheria, i più bassi in Indonesia, Corea del Sud e Messico. Inoltre, la ricerca rivela risultati asimmetrici negli Erpt, con una valuta debole che ha un impatto maggiore rispetto a una valuta forte. In generale, i nostri quadri di riferimento mostrano che le valute dei mercati emergenti sono prossime a livelli eccezionalmente bassi. Sebbene questo sia parzialmente giustificato dal deterioramento della crescita e delle condizioni fiscali, è ragionevole aspettarsi che il prossimo decennio porti maggiore stabilità valutaria per questi mercati».

I Paesi emergenti, così come quelli sviluppati, hanno registrato contrazioni notevoli del prodotto interno lordo (Pil) causate dalla pandemia, che a loro volta hanno generato ampi output gap. Per di più, la ripresa dei Me (Mercati Emergenti) ha decisamente arrancato rispetto a quella dei mercati sviluppati, in parte a causa della spesa fiscale inferiore e ai tassi di vaccinazione ridotti. Anche se le tempistiche sono difficili da prevedere, una ripresa dalle strozzature sul fronte dell’offerta nei Me dovrebbe contribuire al calo dell’inflazione.

La politica monetaria ricopre un ruolo importante nelle dinamiche inflazionistiche a lungo termine, soprattutto nelle aspettative d’inflazione. «In media, rispetto alle banche centrali dei Ms le banche centrali dei Me sono intervenute più proattivamente aumentando i tassi, nonostante le deboli condizioni interne», spiega Madan. «L’inasprimento delle condizioni finanziarie locali dovrebbe aiutare a tenere a freno l’inflazione deprimendo la domanda interna e difendendo da un deprezzamento valutario. Più in generale, con la globalizzazione delle filiere l’inflazione sta diventando sempre di più una dinamica globale. I Paesi emergenti dovranno continuare a prestare attenzione all’inflazione elevata e alle politiche di Mmt dei Paesi sviluppati, soprattutto se queste ultime determinano un aumento della domanda aggregata nei Ms senza incrementare l’offerta. Riteniamo che probabilmente i mercati ricompenseranno le banche centrali proattive».