Il sociologo Domenico De Masi

di Andrea Granelli

Dopo Luxottica e Intesa San Paolo, anche Lamborghini introduce la settimana corta; è stato infatti firmato un accordo sindacale storico. I dettagli sono noti ma val la pena riprenderli: importante riduzione dell’orario di lavoro, aumento del salario annuale, 500 nuove assunzioni, un percorso di miglioramento sugli appalti continuativi del sito, consolidamento e implementazione dei diritti e tutela delle differenze.

Da che cosa ha origine questa decisione. Certamente non da una nuova forma di buonismo sindacale. Le ragioni sono diverse e articolate ma la più importante – forse il motivo davvero scatenante – è che conviene; e conviene a entrambe le controparti.

C’è infatti dietro l’accordo una nuova e più profonda consapevolezza sia dei meccanismi della produttività e dell’engagement sia dei costi complessivi – dell’azienda, del lavoratore e del contesto in cui l’azienda opera e il lavoratore vive.

I benefici derivanti dall’innovazione portata dalla rivoluzione del digitale e dei dati incominciano a farsi sentire anche lato lavoratore. Il continuo miglioramento delle pratiche di lavoro, infatti, porta non solo maggiore efficienza ed efficacia lavorativa ma anche – se viene utilizzato correttamente – maggiore benessere per il lavoratore. E maggiore benessere si traduce, come noto, in maggiore engagement e quindi in maggiore produttività.

E se è effettivamente possibile lavorare meglio e fare le stesse cose in meno tempo, perché spendere cinque giorni alla settimana in ufficio. Oltretutto una settimana corta consente alle aziende di ridurre i costi variabili legati al facilites management e alla logistica.

Il lavoro confinato a quattro giorni su sette apre un nuovo importante capitolo sociale – quello del maggiore tempo libero – che il grande sociologo Domenico De Masi, recentemente scomparso, aveva intuito oramai molti anni fa. Si domandava, infatti, con la consueta profondità unita a un sottile umorismo: tutti ci insegnano a lavorare ma chi ci insegna a oziare … da cui nacque il fortunato filone dell’ozio creativo.

E infatti il lavoro – neg-otium – viene definito in funzione dell’ozio, anzi come suo alter-ego in negativo; quasi a dire il fine – il purpose diremmo oggi – della vita umana è l’ozio … ma si deve anche lavorare per poter vivere con agio.

E allora, a ben vedere, il digitale offre molte opportunità anche a chi vuole oziare in modo creativo. Pensiamo ad esempio alla quantità di patrimonio culturale – libri, articoli, musica, raffigurazioni di opere d’arte, fotografie, video – sempre più accessibile anche gratuitamente grazie alla Rete.

E non si tratta solo di materiale per la consultazione (“guardare ma non toccare”) come erano i libri delle biblioteche. Lo possiamo salvare nel nostro contenitore digitale – che io amo chiamare “zaino digitale” – ma soprattutto ne possiamo utilizzare delle parti e integrarle con altri scritti e produrre qualcosa di nuovo e in questo modo far crescere la nostra conoscenza e consentirci di condividerla con altri.

È questo l’ambito della cosiddetta content curation. Possiamo agire, cioè, come il curatore di una mostra, che non produce i quadri, già esistono, ma si concentra nella loro selezione – usando la sua cultura e sensibilità e il poter attingere alla storia dell’arte – e poi ne scrive il catalogo per evidenziare il senso della scelta e le molteplici connessioni fra le opere selezionate.

Ma non tutti sono in grado di gestire il tempo libero. Spesso il lavoro è un riempitivo che colma dei vuoti esistenziali, valoriali o relazionali e allora una settimana più corta può essere vista addirittura come un problema. D’altra parte il fenomeno problematico dei workaholic che vanno in pensione è noto a psicologi e sociologi.

E allora rimettiamoci a leggere, a collezionare idee per giocare in modo combinatorio e produrre nuove idee; e soprattutto ritroviamo il tempo e il gusto di imparare. E forse, allora, non solo vivremo meglio ma avremo bisogno di meno risorse per vivere e consumeremo di meno, riducendo anche la nostra impronta ambientale.