Al più tardi tra undici mesi in Italia si voterà per il rinnovo del Parlamento. Che ne uscirà, per colpa di una legge voluta dai Cinquestelle e supinamente accettata da tutti gli altri partiti, ridotto a due terzi degli attuali effettivi, senza nessun reale vantaggio per la nazione. C’è di mezzo un appuntamento elettorale amministrativo, il 12 giugno, “condito” da quello referendario.

I partiti sono confusi e litigiosi. A sinistra il Pd conserva una certa egemonia ma è bersagliato dal fuoco amico. A destra la Lega litiga con Fratelli d’Italia, Forza Italia è un ectoplasma guidato da un grande anziano logoro nel fisico e nella volontà. Gli apolidi Cinquestelle, da sempre gorilla nella nebbia, sono ridimensionati a rango di scimmiotti nella nebbia. Unico pensiero fisso e convergente di tutti: non aiutare il governo a lavorare bene finché può, ma tentare di accaparrarsi voti pensando a una lunghissima campagna elettorale.

In questo disastro, che fa Mario Draghi? Vive in Italia ma ha la testa all’estero. Negozia con Biden sulla Russia, tratta con Bruxelles sulla diversificazione energetica europea, sull’allargamento dell’Unione, parla con Erdogan, media con Zelensky, discute con gli ex colleghi banchieri della Fed e della Bce dell’inflazione e di come curarla. Diciamolo subito: meno male che Draghi c’è. Ma esserci così non basta all’Italia.  Soprattutto sul piano delle riforme: l’Europa ce ne prescrive una quantità, in teoria sembra che ne abbiamo realizzate numerose, nei fatti sono tutte ferme. Perché? Proviamo a dirlo, visto che pochi lo fanno.

Un governo tecnico come questo è pensato per l’amministrazione straordinaria; quella ordinaria presuppone una possibilità di gestione dei ministeri e delle loro macchine legislative che Draghi non ha. Ha fatto il direttore generale del Tesoro per 11 anni, sa come si fa, ma oggi non ha le leve per muovere la macchina.

Stupisce, quindi, ma non tanto, il report di Openpolis, attraverso Openpnrr, secondo cui ad oggi sono soltanto 122 le misure funzionali al Pnrr ad essere state completate, altre 551 sono da avviare, 64 sono in corso, di cui 22 quasi ultimate e 17 sono in ritardo. Rispetto alle scadenze fissate al 30 giugno, su 58 scadenze previste ne saranno rispettate 9 o 10. Ma anche queste poche spesso sono finte, cioè esistono soltanto sulla carta, perché la macchina burocratica non le sta applicando: è ferma e indifferente.

Draghi continua a metterci delle ”pezze”. L’ha fatto sul 110%, non senza fare un discreto casino anche mediatico, per far funzionare una misura che disapprova. L’ha fatto sulle autorizzazioni agli impianti delle rinnovabili. Ha nominato 65 commissari per attuare opere del Pnrr. Ha fatto un compromesso sul catasto con la Lega, per cui la ricognizione sull’entità reale dell’edilizia abusiva perde ancora più forza anche in prospettiva, mentre l’Europa si sgola a chiederci la riforma fiscale. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò che servirebbe al Paese.

Sono riforme minime indispensabili per superare gli esami a Bruxelles, non per modernizzare, svegliare, migliorare l’Italia. Ma l’unica colpa di Draghi, semmai, è non dirlo chiaro agli italiani e ai partiti che con questa irresponsabilità – dei politici ma anche e soprattutto dei burocrati – non riusciremo a spendere bene i 220 miliardi del Pnrr, a dare lavoro ai giovani, pensioni agli anziani e buona salute a tutti, anche se c’è il Covid. Si potrà forse tirare a campare, non far svoltare il Paese.

Tutto questo interpella i partiti e i loro leader. Se non riescono loro a costruire le premesse della svolta, non potrà farlo né il Quirinale né un governo tecnico. È solo un colpo di reni di consapevolezza politica della necessità di cambiare strada che potrà salvare il Paese, altrimenti imboccheremo una nuova fase di declino, tradendo la fiammata di ripresa vissuta nel 2021, tra il colpo di reni del Pil e la buona performance della campagna vaccinale.

Rendendo grazie a Draghi, ma non crogiolandosi del suo ottimo inglese e del suo standing internazionale, non basterà il suo carisma a farci svoltare. Prima i partiti si svegliano, meglio sarà. Ma si sveglieranno?

 

Perché è necessario votare ai referendum

Nel 2021 i casi di ingiusta detenzione in Italia sono stati 565, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione pari a 24 milioni e mezzo di euro. Le sanzioni disciplinari inflitte dal Csm ai magistrati che avevano gestito i processi così mal conclusi sono state 5. Ovviamente: cane non mangia cane e tra loro i giudici non si stangano.

Molti libri sono stati riempiti invano, in particolare da Tangentopoli in poi, sui danni dell’impunità che vige nel nostro sistema giudiziario. E i referendum del 12 giugno sono l’occasione per riaffermare tutto quel che non va nel nostro processo, e che la riforma Cartabia intacca solo superficialmente.

Se l’Associazione nazionale magistrati – peraltro dopo una lunga attesa opportunista – ha preso rumorosamente posizione contro questa riforma è solo un atto dovuto, o forse, secondo i dietrologi, una mossa preventiva rispetto al rischio che le Camere possano incrudelire le norme più deboli.

Purtroppo si prevede, sulla base dei sondaggi, che il referendum potrebbe non fare il quorum.

Sarebbe un tragico errore. L’inefficienza e l’irresponsablità delle toghe è l’origine di tutti i guai del Paese. È l’origine dell’inefficienza burocratica, visto che i suoi protagonisti non rischiano niente quando negano ai cittadini i loro diritti; è l’origine della perdurante economia sommersa e della connessa evasione fiscale, che andrebbe affrontata sul territorio ma le Procure non lo promuovono.

Insomma, se i cattivi comportamenti  civili, gli impegni disattesi, le gare eluse (e quant’altro nuoce al business) in questo Paese resta sempre impunito, come sperare che l’Italia si riprenda? Per questo bisogna votare, non per indebolire la magistratura: al contrario, rafforzarla, ma indirizzandone l’azione a tutela dei diritti di chi produce, accelerando le sentenze, ripristinando il segreto istruttorio e insomma facendo tutto ciò che nei Paesi civili accade e che in Italia, invece, ancora no. (s.l.)