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Un colossale delisting sottrae centinaia di miliardi di dollari alla Borsa Usa

I cinque colossi cinesi dell’industria, dell’energia e delle polizze, per ordine del governo, si ritirano dalle Borse – cioè soprattutto da Wall Street – con un colossale delisting: PetroChina, China Life Insurance, China Petroleum Chemical Corp., Sinopec e Aluminum Corp. of China sono andate via, sottraendo improvvisamente alla Borsa Usa qualcosa come 389 miliardi di dollati di capitalizzazione; e molte altre società cinesi quotate a Wall Street lasciano la colossale Borsa americana “accontentandosi” di vedere le loro azioni sul listino di Hong Kong.

Intanto, i grandi investitori istituzionali di Pechino hanno fatto sapere di aver venduto negli ultimi 7 mesi la bellezza di 112 miliardi di dollari di Treasury Bond, i titoli di Stato americani. E la Apple, società americana leader per capitalizzazione, ha fatto sapere che sposterà le sue produzioni, gradatamente ma tutte, dalla Cina al Vietnam.

Geopolitica e venti di guerra

La geopolitica contagia lo scacchiere finanziario globale. Mentre infatti Cina e Russia esibiscono la loro in realtà malferma alleanza strategica con delle manovre militari congiunte nei mari di Taiwan, Mosca rafforza i legami economici con Nuova Delhi, vendendo agli indiani armi ed energia.

Dalla globalizzazione a guida americana, nulla appare oggi risparmiato dalla spaccatura in due blocchi del potere economico-politico del pianeta, da una parte Stati Uniti con Europa, Giappone, Australia e potenze minori aggregabili, dall’altra Cina, Russia e India, e un “terzo polo” di Stati opportunisti, primi fra tutti Turchia e Arabia Saudita, la prima intenta a giocare su due tavoli per massimizzare i propri vantaggi sia con Mosca che con Washington e la seconda mai così pingue di profitti petroliferi.

Dunque anche le Borse sono investite da questi venti di guerra a tutto campo, ormai dichiarata sul fronte economico e molto, ahimè troppo, minacciata sul fronte militare.

La Borsa non serve?

E di fronte a simili giochi di guerra le scaramucce infra-europee impallidiscono, si riducono a “parva materia”. Dopo il poco patriottico benservito che la famiglia Agnelli-Elkann ha dato alla Borsa italiana mollandola per trasferire sul solo listino di Amsterdam la propria holding Exor, si è allungata la lista degli imprenditori tricolore che vogliono ritirarsi da Piazza Affari con la mossa choccante di Tod’s, il gruppo calzaturiero di Diego Della  Valle, che lancia un’Opa costosa pur di riprendere piena libertà d’azione sulla sua azienda. E ieri, sia pur nel quadro di un discorso astratto, il capo del gruppo Lavazza, colosso del caffè patrimonializzatissimo a mai finora quotato in Borsa, ha detto chiaro e tondo che lui in Borsa l’azienda non ce la porta, perché non gli serve.

Resta una sola Borsa occidentale

C’è una morale della favola, in questo scacchiere? Parrebbe proprio di sì. La Borsa americana sta diventando sempre di più non “la più grande” ma “l’unica vera” piazza borsistica occidentale, ovvero del mondo democratico. Ha una succursale in Europa, che è il London Stock Exchange, la Borsa di Londra, fisicamente parte del vecchio Mondo ma ormai non solo disancorata dalla sua valuta ma anche dalle sue regole, e dunque più che mai Borsa para-americana. Poi ci sono le altre borsette: Parigi, la più ambiziosa, con la sua succursale italiana, nata dall’aggregazione sotto l’egida francese delle Borse di Amsterdan, Bruxelles, Lisbona e adesso Milano. Si attende al varco Madrid, sarebbe bello coinvolgere anche Francoforte: ma certo tutto questo brulicare di listini di periferia farà comunque fatica a bilanciare lo strapotere di Wall Street. Ci risiamo, insomma: da un lato gli americani, con i loro palafrenieri occidentali; dall’altra, il resto del mondo.

E l’Italia?

C’è una storia italiana, in questo quadro? Macchè: solo chiacchiere. E dunque la finanza d’impresa può, nel piccolo, continuare a utilizzare il veicolo della Borsa per fare funding (alis, trovare quattrini) ma non certo per competere a livello di mercati finanziari globali. Al resto provvede il private equity, che continua nella sua cavalcata trionfale tra le aziende padronali italiane. E’ più intelligente e “rassicurante”, per un “parùn” italiano, trovare un solo partnerfinanziario e non “industriale” – con cui scambiare sovranità contro soldi, che imbarcarsi nello snervante iter della quotazione, lunga, costosa, rognosa.

Peccato, perché la quotazione è anche uno strumento di trasparenza e crescita culturale delle imprese. Che avrebbe dovuto essere sostenuta e promossa per questo da leggi adiuvanti e premianti. Al contrario, è sempre stata bastonata. Ed ecco le conseguenze.