Partiamo dal dato che determina tutto il resto: una sola azienda su sette in Italia ha avviato un programma di formazione sull’intelligenza artificiale. Questo è il dato fornito a maggio 2026 dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano. Ed è qui che nasce il divario tra acquistare strumenti di AI e utilizzarli efficacemente in una organizzazione. Per l’acquisto ci vuole un attimo, per la formazione e il suo inserimento nei processi lavorativi ci vuole metodo, costanza e la giusta mentalità.
Tra il 2024 e il 2025 le imprese che hanno dichiarato di usare strumenti di intelligenza artificiale sono passate dal 13,1% al 19,5% (dati di Unioncamere e Dintec). Nel mondo dei servizi questa percentuale arriva fino al 25,9 dal 19,1 dell’anno precedente. Anche il settore industriale ha visto un balzo in avanti, passando dal 6,2% al 13,6%. Il campione statistico su cui si è svolta l’indagine (circa 20.000 azienda italiane coinvolte da SELFI4.0) è già molto significativo. Siamo quindi ancora in una fase iniziale, ma in crescita.
La cifra pubblicata da Unioncamere non coincide, però, con quella pubblicata dall’ISTAT nella rilevazione “Imprese ICT” del dicembre 2025, dove le imprese con almeno 19 dipendenti che usano al proprio interno almeno uno strumenti di AI sono il 16,4% rispetto al 8,2% dell’anno precedente. Perché questa discrepanza? In realtà sono due rilevazioni operate su target diversi: l’ISTAT utilizza un campione statistico rappresentativo, mentre Unioncamere ha raccolto le testimonianze volontarie delle imprese che hanno scelto di propria iniziativa di mettersi alla prova. Ci sta che quest’ultimo dato risultato più alto, quindi.
Dove entrambe le rilevazioni sono concordi, invece, è sul divario che si sta creando tra pmi e grandi aziende nell’adozione dell’AI: 53,1% di adozione, contro il 15,7% delle pmi.
Tra le ragioni addotte per la mancata adozione dell’AI da parte delle imprese – riporta l’ISTAT – troviamo la mancanza di competenze (58,6%), la normativa che regolamenta il settore poco chiara (47,3%), la qualità insufficiente dei dati aziendali (45,2%), i costi elevati (43%).
Sempre secondo i dati del Politecnico di Milano, l’aumento della spesa digitale da parte delle pmi è in costante aumento, anche se rimane un 76% che non ha ancora fatto investimenti in tal senso. Anche la formazione interna dedicata è in costante aumento e le aziende sono sempre più propense all’investimento.
Fino a questa estate molti facevano affidamento su una spinta data dall’Europa per portare la formazione in azienda; si pensava che la normativa potesse creare le condizioni necessarie per accelerare le attività formative interne. L’art. 4 dell’AI ACT nella formulazione originaria prevedeva, infatti, per i fornitori e utilizzatori di AI di garantire un livello sufficiente di competenza personale (Ai Literacy). A luglio, tuttavia, il Digital Omnibus – Regolamento UE 2026/1744 – ha riformulato l’art. 4: oggi fornitori e utilizzatori devono adottare misure per sostenere lo sviluppo dell’alfabetizzazione in modo proporzionato ai rischi dei sistemi e alle caratteristiche dell’organizzazione. Si è passati, in sostanza, da un’obbligazione di risultato a un’obbligazione di mezzi.
L’obbligo resta, ma cambia come adempiere ad esso. Il nuovo art. 4 non impone necessariamente un corso di formazione uguale per tutti in azienda, o un livello standard di competenze per tutti. Se una organizzazione usa l’AI al proprio interno oggi deve “adottare misure ragionevoli e proporzionate per sviluppare una competenza adeguata nell’uso dell’AI”.
Ciò vuol dire lasciare a ciascuna organizzazione la scelta di come creare queste condizioni di conoscenza. In pratica ciascun dipendente dovrà sapere cosa può fare e cosa no con lo strumento, deve saper riconoscere i rischi e saperli valutare, deve sapere cosa sono le allucinazioni, errori e distorsioni dell’AI e saperle riconoscere e prevenire; deve saper applicare i controlli umani adeguati e deve conoscere la normativa applicabile, in funzione del proprio ruolo e utilizzo dell’AI. L’organizzazione dovrà essere in grado di dare prova di aver adottato misure sensate e proporzionate in funzione di ciascuna concreta situazione lavorativa. L’obiettivo resta l’uso dell’AI consapevole e sicuro.
Ancora una volta, prima ancora che una questione tecnologica e di budget, la sfida si pone su un piano culturale. Formarsi è centrale per progredire, innovare e migliorare condizioni di lavoro e competitività sul mercato di qualunque organizzazione e anche nell’epoca dell’AI il vero motore di una organizzazione restano le persone, su cui conviene sempre investire per crescere.
















