Claudio De Scalzi Algeria
Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni

Dunque “il fatto non sussiste”. I quindici imputati per l’inesistente reato di corruzione internazionale Eni-Nigeria, dall’attuale amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi al suo predecessore Paolo Scaroni a una sfilza di comprimari e asseriti mediatori tra i quali il “solito” Luigi Bisignani, lobbista romano da sempre consigliere di numerosi potenti dell’economia e della politica, sono stati tutti assolti. Giustizia è fatta!
Nossignore, mica tanto. Il processo durava da tre anni, ed è costato un botto di soldi allo Stato italiano. E per tre anni tutti i detrattori di Descalzi e degli altri hanno potuto mettere fango nel ventilatore seduti sulla sponda di un metaforico fiume aspettando i cadaveri dei candidati alla condanna. Ha detto l’ex ministro Guardasigilli Paola Severini, difensore di Descalzi, che “Finalmente a Claudio Descalzi è stata restituita la sua reputazione professionale e a Eni il suo ruolo di grande azienda”. E ha detto bene, nel senso che questa reputazione e questo ruolo erano stati tolti (ecco perché si può parlare di “restituzione”) in base ad accuse cervellotiche campate in aria. Ma chi paga i danni causati alle persone e al gruppo da questa sottrazione di reputazione e ruolo?
Ora che la sentenza assolve come più pienamente non avrebbe potuto, arrivederci e grazie, abbiamo scherzato? Troppo comodo. Troppo ingiusto.
Ragioniamoci.
Se il signor Rossi al semaforo si distrae e “tozza” con la sua Panda la macchina davanti, vien fuori un pieno, si deve firmare una conciiazione o andare in causa, e alla fine c’è una compagnia d’assicurazioni che paga i danni.
Se il dottor Rossi dimentica una garza nell’addome di un paziente ricucendoglielo in fretta dopo un’appendicectomia e quello sta male, e la cosa si scopre, il dottor Rossi deve pagare i danni e rischia di perdere il posto ed anzi lo perde sicuro, perfino nella sanità pubblica, se l’episodio dovesse ripetersi.
Se il signor Bianchi appende maldestramente fuori al balcone un vaso di basilico che si stacca dall’affusto, cade di sotto e rompe un piede al signor Verdi (Dio non voglia la testa), il signor Verdi lo denuncia per lesioni e gli chiede i danni e Bianchi rischia – nell’ipotesi improbabile che il processo sull’accusa di lesioni si faccia, troppo impegnate essendo le Procure come sono a inseguire fantasmi internazionali – una bella condanna.
Chiunque, quando rompe, paga.
Le Procure no. Quando sbagliano, nessuno paga danni a nessuno. E’ una vergogna infame. Anni di vita di reputazione di serenità sottratti a gente che non c’entrava nulla. Spese legali mostruose che nessuno rimborserà. Uno schifo, pura inciviltà.
Fermi tutti: c’è un secondo grado, e poi un terzo. Bene, aspettiamo tutti i gradi di giudizio. Ma poi, a bocce ferme, la riforma della giustizia – civile e penale, fa lo stesso – che il popolo italiano meriterebbe e che a causa dello strapotere interdittorio delle toghe sarà impedita, dovrebbe permettere sia il risarcimento vero dei danni – mai decollato in Italia, nemmeno per quell’atrocità barbarica dell’ingiusta detenzione preventiva – sia soprattutto un riverbero meritocratico degli esiti non del singolo episodio giuridiziario ma della storia professionale di ciascun magistrato sui suoi successivi avanzamenti di carriera.
Un rating, insomma: un sistema bonus-malus. I pm che si vedono più pienamente e frequentemente confermate le loro accuse e le loro richieste di condanna, fanno carriera prima. Quelli che al contrario si vedono sempre smontare le loro tesi accusatorie, ne fanno meno o la fanno più tardi. I giudici di primo grado che sentenzino in maniera tale da essere riformata in Appello, perdono punti per la carriera; quelli che si vedono confermate le sentenze li guadagnano. E così via. Nessuna interferenza della politica: sarebbe un rimedio peggiore del male. Nessuna interferenza: solo meritocrazia automatica. E’ chiedere troppo?
Certo che è chiedere troppo: qualsiasi cosa che intacchi di un millimetro l’arbitrio totale nel quale vive la magistratura – nonostante i condimenti inqualificabili rivelati dal caso Palamara – è chiedere troppo.