Gian Piero Gogliettino (Ancal)

Il lavoro, questo sconosciuto. La campagna elettorale 2022 per le politiche è iniziata da un pezzo ma sui social, in tv, nelle radio, sui giornali, di tutto si sente parlare – dentiere gratis per gli anziani, immaginifiche patrimoniali per i giovani, immigrazione un tanto al chilo, presidenzialismo con patate, e altre amenità – tranne che di lavoro, lavoratori, salari, occupazione.

Giovani e lavoro in Italia, più ombre che luci

Come se fossero gli ultimi tra i problemi di un Paese che, oltre a scontare la più alta incidenza (il 23%) nella popolazione giovanile dei cosiddetti “neet”, i “Not engaged in Education, Employment or Training”, ha un’altissima percentuale di giovani (il 37,4%) impiegati in posizioni al di sotto delle loro aspettative e per le quali risultano sovra-istruiti. Per non parlare delle retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti italiani (29,4 mila euro lordi nel 2021, contro i 40,1 mila dei francesi e i 44,5 dei tedeschi, tanto per fare degli esempi) che continuano ad essere tra le più basse d’Europa, secondo i dati Eurostat più aggiornati.

Eppure, nei programmi dei partiti il capitolo lavoro è una paginata infarcita di “maggiori tutele”, di “interventi”, di “rafforzamenti” e di “politiche a sostegno” praticamente per tutti, nessuno escluso: dai dipendenti alle partite Iva, dalle aziende ai liberi professionisti, dai lavoratori irregolari agli under 35, dalle donne ai giovani ai disabili. E ancora: “salari minimi”,parità salariali”, “no al precariato” e “sì agli aumenti della produttività”. Il non plus ultra dell’indistinto e della generalizzazione. Una fiera delle ovvietà.

Reddito di cittadinanza? Da rimodulare

Come bisognerebbe muoversi invece? «Innanzitutto diciamo che intervenire sul versante del lavoro, in ragione di riforme strutturali, diventa un passaggio ineluttabile per contribuire significativamente al rilancio della competitività e allo sviluppo del Paese» premette Gian Piero Gogliettino, commercialista, dottore di ricerca in diritto del lavoro e attuale Segretario generale ANCAL, l’Associazione Nazionale dei Commercialisti dell’Area Lavoro.

Detto ciò, i “punti caldi”, per lui, sono molto evidenti e vanno ben al di là di misure generiche che non entrano nel dettaglio: «Ci sono alcuni aspetti che necessitano di interventi improcrastinabili – dice – urge semplificare gli adempimenti, riordinare gli incentivi all’occupazione, rafforzare l’interazione tra formazione e fondi interprofessionali ed efficientare le misure di politica attiva del lavoro, in maniera tale da consentire fattivamente l’occupazione dei soggetti svantaggiati». A proposito di soggetti svantaggiati, del tanto discusso reddito di cittadinanza cosa bisognerebbe farne? Gogliettino non ha dubbi: «Bisogna rimodularlo, con particolare attenzione ai soggetti impiegabili e al contrasto alle frodi».

Salario minimo sì ma con la riduzione del cuneo fiscale

Un ruolo non di poco conto, nel mercato del lavoro, lo possono giocare i commercialisti, spiega il segretario dell’ANCAL, parlando della sua categoria: «Rafforzare la rete degli operatori del mercato del lavoro, valorizzando i corpi intermedi e in particolar modo il ruolo sociale dei commercialisti, già di fatto trait d’union con il sistema impresa, vuol dire agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, anche investendo significativamente sul sistema duale scuola-lavoro» spiega.

Un capitolo a parte merita la questione del salario minimo, oggetto di posizioni diverse tra i partiti. Mentre il centrodestra non se lo fila, a sinistra invece è un nodo centrale (uno dei pochi) del programma sul fronte-lavoro. «È una misura tanto centrale quanto delicata» alza le mani Gogliettino che a quest’argomento ha dedicato non poche ore di studio e di analisi. «È certamente strategica per contrastare il working poor e contribuire alla crescita del PIL, ma non senza una corrispondente e consistente riduzione del cuneo fiscale e contributivo» puntualizza.

Dalla prossima “governance politica”, l’ANCAL cosa si aspetta dunque in conclusione? «Azioni concrete ed efficaci – chiarisce il suo segretario – che sappiano, attraverso una vera e propria rivoluzione culturale, realizzare un new deal del lavoro, in ragione di un modello di welfare society, riassumibile nella definizione di uno Statuto dei lavori, centrali non solo per la valorizzazione della dignità economica e sociale dei cittadini in chiave proattiva, ma anche per restituire all’Italia quel ruolo centrale che le compete nell’ambito del panorama internazionale».