Economy magazine

Non è che un arbitro è bravo solo quando dà ragione alla nostra squadra del cuore: o è bravo e basta, o non lo è.

Che l’Economist oggi nomini l’Italia “Paese dell’anno” può anche far piacere, come immediata e superficiale reazione. Ma, a parte che stiamo comunque parlando di niente – cioè chiacchiere, e di questi tempi tra Covid e inflazione c’è di meglio da fare – ricordiamoci che è lo stesso Economist che per decenni ha vomitato ondate di fango contro l’Italia per qualsiasi ragione, lo stesso periodico che contro Berlusconi ne ha scritte molte di più e molte di peggio di quelle contro il pagliaccione biondo che occupa Downing Street e che ne ha combinate di ogni genere, diverse da quelle del Cavaliere ma di ogni ordine e grado anche lui, e che non ha perso occasione per avvoltolare l’Italia, come una braciola da friggere, nella farina dei luoghi comuni: mafia, disservizi, debito pubblico, crisi economica, disoccupazione. Ma perché non si guarda in casa?

Attenzione: qui non si tratta di fare i patrioti, spiace per la Meloni. Come Economy si sta incaricando di ricordare con prudenza e dispiacere, i problemi profondi del nostro Paese sono ancora tutti là, e le riforme annunciate (le avessero fatte, uguali uguali, Renzi o Conte avremmo scritto “strombazzate”) non gli hanno per ora fatto nemmeno il solletico: giustizia ingiusta, burocrazia soffocante, evasione fiscale, lavoro nero, disordine pubblico, disoccupazione giovanile, disparità territoriale, uno schifo. 

Ma l’Economist è strabico. Non la vede mai giusta sull’Italia. O tutto bianco o tutto nero. Nel deprecato ventennio berlusconiano, a leggere lì, non se ne faceva mai una giusta; oggi, nel fulgido anno draghiano, camminiamo tutti sulle acque. Doppia sciocchezza.

Con una finalità politica dichiarata: evitare che Draghi vada al Quirinale. Che sarà anche una tesi condivisibile – il dibattito è aperto – ma diventa sospetta per il semplice fatto che la scriva l’Economist. 

Altolà: non si tratta di deprecare la “perfida Albione”, anche perché l’Economist è britannico come chi scrive è venusiano. L’Economist – che peraltro è uno splendido giornale, pieno di notizie e analisi importanti – quando prende posizione lo fa sempre da un preciso punto di vista, tanto preciso da imporre quel tal strabismo politico che si diceva prima. E la sua posizione è espressione di un gruppo di interesse molto preciso, la grande finanza anglo-americana, che vuole solo fare affari e si ammanta di correttezza politica unicamente per farli meglio, alza il ditino per predicare e con l’altra mano digita ordini di Borsa. A questo gruppo di interesse l’Italia che piace è un Paese con la politica sospesa, con la “safety car”in pista, per citare ancora Renzi, dove ad esempio prima Vivendi e poi Kkr possono prendersi la rete telefonica senza che nessuno dica “bah”. L’Italia che piace all’Economist è un’Italia debole, ma ordinata. Dove si faccia la fila per tutto, e si competa per niente. Un po’ come oggi la Gran Bretagna.

Quindi, questi complimenti sono pelosi. Con tutto il rispetto.