L’appello di Calenda: «imprenditori non mollate è il momento di ripartire»

Risultati inconfutabili e idee molto chiare sul futuro. Anche da ministro, Carlo Calenda ha poco del politico e molto (più) del manager. Niente proclami e nessuna promessa: il titolare del Mise preferisce parlare coi numeri. A cominciare da quelli del Piano Industria 4.0, ribattezzato appunto col suo nome, “Piano Calenda”. E semmai con le direttive concrete che nel suo ruolo ha il titolo di dare. «Le misure, introdotte nella legge di Bilancio 2017, sono pienamente operative – spiega in quest’intervista esclusiva per il primo numero di Economy – i dati completi saranno disponibili dai prossimi bilanci e dichiarazioni dei redditi, ma ad oggi, su alcune misure già monitorate, abbiamo riscontri più che positivi: nello scorso mese di aprile, la Nuova Sabatini ha registrato un forte incremento delle domande con una quota di finanziamento prenotato pari a 726 milioni di euro – ovvero un +110% rispetto alla media mensile 2016 – di cui 218 per beni Industria 4.0. Nel primo trimestre di quest’anno, il Fondo di Garanzia ha registrato un aumento di circa il 15% delle domande e dei finanziamenti accolti, rispetto al primo trimestre 2016». Per quanto attiene il super e l’iperammortamento, il credito d’imposta per Ricerca&Sviluppo e la Finanza a supporto del Venture Capital, gli indicatori chiave verranno aggiornati su base annuale e alcuni dati come l’andamento IVA sulle fatture per beni strumentali, permetteranno di avere il polso della misura solo a fine giugno, ma il ministro anticipa che c’è già molto fermento: «Da numerose testimonianze di imprese e associazioni di categoria, fare piani che riguardano gli investimenti agevolati da Industria 4.0 è diventata l’attività prioritaria. Secondo una prima rilevazione effettuata da Banca d’Italia e Il Sole-24 Ore, per circa un terzo delle imprese che prevedono un aumento degli investimenti nel 2017, la misura dell’iperammortamento ha avuto un ruolo molto influente». Per Calenda, insomma, la Quarta Rivoluzione Industriale è pronta a scattare anche nel nostro Paese. 

Secondo molto istituti di ricerca, però, queste nuove tecnologie avranno dei pesanti effetti collaterali: i Cobot potrebbero rendere inutili molti più posti di lavoro di quanti se ne creeranno nella produzione, programmazione e gestione dei nuovi sistemi. Non la preoccupa questo rischio?

La storia dice che ogni rivoluzione industriale ha portato conseguenze nel mondo del lavoro, ma insegna anche che solo chi l’ha affrontata in maniera organica ne è uscito vincente. Voglio citarle la Germania: ha introdotto il concetto di Industria 4.0 nel 2011 e oggi è la prima economia manifatturiera d’Europa, con un tasso di disoccupazione del 4,6%. L’Italia potrà essere competitiva solo se riuscirà ad aumentare la qualità dei prodotti e la competenza degli addetti, differenziandosi dai “paesi low cost” più attrattivi per il minor costo del lavoro. Dobbiamo conquistare nuovi settori e puntare sul “reshoring” di quelle attività che, a causa di una concorrenza fiscale e retributiva talvolta selvaggia, sono state delocalizzate. Di certo c’è che il mondo del lavoro va ridisegnato: l’effetto principale dell’automazione non sarà necessariamente l’eliminazione di posti di lavoro, ma la loro ridefinizione. La risposta al cambiamento delle competenze e delle attività richieste in ambito economico, non deve essere l’allarmismo o il “protezionismo”, ma un investimento strategico nell’istruzione: bisogna puntare su conoscenza, competenze e capitale umano.

Un innovatore straordinario come Bill Gates ha ipotizzato un tassa sulla capacità produttiva dei Cobot col cui gettito sostenere il reddito dei nuovi disoccupati…. Lei che ne pensa?

A mio avviso una tassa del genere, nel nostro Paese, porterebbe solo all’arresto degli investimenti in beni strumentali avanzati, con impatti negativi sulla competitività. No, io credo piuttosto che è tempo di passare dalla tutela passiva della disoccupazione a politiche attive in grado di promuovere formazione e capacità di inserimento professionale.  Nel Piano Industria 4.0, non a caso, è coinvolto anche il Ministero del Lavoro che ha avviato un tavolo dedicato a seguire le problematiche che scaturiscono dalla Quarta Rivoluzione Industriale, coinvolgendo il mio Ministero, quello dell’Istruzione Università e Ricerca, le parti sociali e altri enti interessati. Quanto a Bill Gates, mi consenta di ricordare che la sua impresa ha stabilito sedi in Irlanda, Singapore e Porto Rico per pagare meno tasse. Per cui io gli risponderei che se anche le grandi compagnie hi-tech pagassero il dovuto laddove realizzano i loro profitti, si potrebbero finanziare nuove politiche di sostegno ai lavoratori oggetto dei possibili contraccolpi della tecnologia, senza dover inventare altre tasse. Da uno studio OCSE del 2015 le imposte evitate ogni anno dalle web corporation, solo in Europa sono stimate attorno ai 70 miliardi di euro all’anno, di cui un decimo riguarda l’Italia. Il tema attuale non è dunque la tassa sulle nuove tecnologie, ma l’adeguamento del fisco alla nuova realtà 4.0: in un mondo produttivo sempre più dematerializzato, è anacronistico pensare che le imposte siano ancorate alla residenza fiscale di un’azienda che produce e genera utili in molti e differenti Paesi. 

Il suo Piano di incentivi piace, ma non a tutti e non in tutto: la rimproverano perché l’iperammortamento premia solo le aziende che generano cospicui utili ante–imposte. Se invece non generano utili, o peggio hanno debiti, l’iperammortamento ovviamente non serve…

Be’, è difficile pensare che chi non genera utili, faccia grandi investimenti, le pare? Queste misure hanno anche il vantaggio di contribuire a far “emergere” gli utili nei bilanci. L’iperammortamento è premiante per chi adotta comportamenti virtuosi e riprogramma la fabbrica nella logica 4.0: tra le misure del Piano, rappresenta quella in grado di portare una spinta innovativa indispensabile per garantire competitività e produzione di ricchezza nel presente e nel futuro. Ma Industria 4.0 prevede iniziative di cui possono godere anche imprese che non generano utili: penso al credito d’imposta per Ricerca & Sviluppo, che potrà generare un credito da portare in compensazione per oneri e contributi comunque dovuti dalle imprese. Poi c’è la Nuova Sabatini per le imprese che, investendo in tecnologie 4.0, potranno beneficiare di contributi in conto interessi maggiorati del 30%. E infine il Fondo di Garanzia per supportare le imprese e i professionisti che hanno difficoltà ad accedere al credito bancario.

E le imprese italiane? Le sembrano consapevoli della crucialità della Quarta Rivoluzione? 

Sì, credo che i nostri imprenditori sappiano quanto questa sia una sfida cruciale per loro che e l’intero Paese: la difficoltà semmai sarà declinare le tante opzioni tecnologiche sui singoli casi aziendali. Nel lanciare il Piano, uno dei rischi che ho temuto di più è che la scarsa conoscenza del tema ne impedisse la piena attuazione. Perché, senza gli imprenditori, Industria 4.0 rimane un Piano di carta. Per questo motivo, ho inviato a circa un milione di imprese una guida alle misure e una circolare sviluppata in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate che risponde alle esigenze sollevate da vari fronti in questi primi mesi. A breve partirà il bando per la costituzione dei Competence Center che, in aggiunta ai Digital Innovation Hub, avranno l’obiettivo di incentivare le conoscenze e le abilità in quelle imprese che vorranno massimizzare i benefici derivanti dalla Quarta rivoluzione.

Come potrà l’Italia destreggiarsi in un mondo dominato dal trumpismo che smantella gli accordi commerciali?

Il 2016 non è stato affatto semplice: si sono aperti scenari inimmaginabili, come Brexit e l’elezione di Trump, che comunque rispettiamo, in quanto scelte democratiche. Sono state messe in discussione certezze su cui abbiamo investito nel tempo, dall’Europa agli scambi su scala globale. Le politiche protezionistiche costituiscono un forte rischio al ribasso per le prospettive dell’intero commercio internazionale: l’abbandono o la riformulazione del TTP, del TTIP e del Nafta e l’introduzione di tassazione all’importazione di merci potrebbero innescare ritorsioni da parte di altri paesi che, attraverso nuove barriere tariffarie e svalutazioni competitive, produrrebbero un effetto domino per l’economia globale. Secondo il rapporto Global Trade Alert, il ricorso a nuove misure restrittive è aumentato di oltre il 50% negli ultimi due anni e per oltre l’80% in capo a Paesi membri del G-20. Al momento tuttavia, non registriamo particolari frizioni rilevanti con gli Stati Uniti. La relazione tra Europa e Usa rimane imprescindibile per riequilibrare la globalizzazione e costruire una governance in grado di assicurare parità di condizioni per tutti. 

Lei ha avuto un ruolo elevatissimo anche a Bruxelles, sia pure per poco. Avrà certamente una sua idea sul futuro dell’istituzione sovranazionale forse più in crisi: l’Unione Europea, appunto. 

L’Europa è un’istituzione estremamente dinamica, paradossalmente più dinamica di ogni singolo Stato che la compone. L’Unione è stata disegnata in un’epoca diversa da questa: consensuale e con un’economia strutturalmente in forte crescita. Il mondo è cambiato e, di conseguenza, deve cambiare la governance europea. C’è bisogno di risposte concrete e rapide su difesa, commercio e migrazione. Al suo interno, l’Ue deve tenere maggior conto delle esigenze dei vari Stati: non c’è peggior ingiustizia che fare regole uguali per chi ha priorità e bisogni diversi. Occorre una politica in grado di garantire più flessibilità e quindi crescita. Questa è la vera arma contro il populismo.

Export, tre anni col segno piu’. «Ma possiamo migliorare»

«In questi 3 anni, l’export è aumentato di 18 miliardi, +5% rispetto al 2014, raggiungendo nel 2016 il livello record di 417 miliardi, con un saldo commerciale positivo di 51 miliardi di euro. Questi sono grandi risultati, il cui merito è prima di tutto delle imprese, ma non sono un punto di arrivo: considerando che in Germania le esportazioni in beni e servizi coprono circa il 46% del PIL, noi, come seconda economia manifatturiera europea, possiamo aspirare ad andare ben oltre l’attuale 30%. Per supportare questa crescita, in Legge di Bilancio abbiamo stanziato altri 100 milioni per il Piano Made in Italy e, grazie anche al lavoro svolto con le principali associazioni, stiamo testando l’efficacia del segno descrittivo a tutela delle eccellenze italiane contro i prodotti italian sounding».