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Mario Draghi presenta la relazione sugli obiettivi del Pnrr

L’unica remora, nel prender nota delle recenti parole di Mario Draghi sulla necessità di utilizzare anche il risparmio privato per sostenere gli enormi investimenti che attendono l’Europa, riguarda quel suo passato importante in Goldman Sachs, un colosso finanziario che è il simbolo, per molti, di un capitalismo predatorio che non sta facendo il bene né del mondo né dell’umanità ma solo dei suoi azionisti. Però, tant’è: quelli bravi, pagati bene, in uno di questi posti prima o poi ci lavorano e Draghi, in un lungo break della sua attività di grand commis internazionale, c’è passato.

Ma è chiaro che il suo appello al “risparmio privato” come fonte finanziaria per sostenere l’”enorme massa di investimenti” alla quale è chiamata l’Europa“ è di quelli che non possono essere presi sotto gamba, trascurati come una qualsiasi battuta di un qualsiasi politicante… L’Eurozona, è vero: è imballata, non investe, vede languire il suo mercato finanziario eppure si è messa necessariamente di fronte a una sfida epocale, soprattutto sulla transizione energetica (ma non solo: anche quella del riarmo), per la quale i politici europei, sia i semidisoccupati parlamentari di Strasburgo sia i burocrati teleguidati dentro la Commissione e dentro il Consiglio europeo dai governi nazionali e dalla Bundesbank, hanno dimenticato – ops! –  di indicare le fonti finanziarie.

Chi ha memoria storica, ricorderà forse quel vecchio “cult” di Antonio De Curtis, in arte Totò, intitolato “Miseria e nobiltà”: una famiglia ridotta alla fame che pur di nutrirsi decide di portare al Monte dei pegni il cappotto del capofamiglia. Ma fantasticando su come impiegare la somma che spera di intascare ipotizza un banchetto talmente sontuoso da far esclamare al capocomico: “Ma che cosa credete che sia questo cappotto, il paltò di Napoleone?”. Ecco: contare sul risparmio privato per finanziare quella montagna di investimenti è un po’ come portare al monte dei pegni un vecchio cappotto. Quei risparmi, o la parte di essi che non sonnecchia nei conti correnti, finanzia la Borsa americana…

Ecco: quelli di Bruxelles hanno fatto i conti senza alcun realismo, compresa la stessa Christine Lagarde, la gaffeur collocata pro-tempore a fare da segretaria ai tedeschi al vertice della Banca centrale europea, che ha riconosciuto come solo dal 2030 al 2040 e solo per la transizione energetica serviranno 800 miliardi all’anno.

Da notare, senza nulla togliere a Draghi, che il primo forte appello agli investimenti comuni l’ha fatto l’Istituto Rousseau, preparando – su richiesta del Gruppo dei Verdi di Strsburgo, meno ornamentale di quanto saremmo portati a credere – una ricerca sul fabbisogno finanziario della transizione da oggi al ’50 e concludendo che i miliardi necessari sarebbero 40 mila.

C’è un’evidente problema, e anche un’evidente mistificazione. Il confronto naturale e inevitabile, perché è soprattutto una sfida di competitività, è con gli Stati Uniti dove però il risparmio previdenziale, che è quasi tutto privato, è convogliato in Borsa, e tramite la Borsa – oltre a  finanziare un sacco di oziosi che si arricchiscono senza far nulla – finanzia anche tantissimi investimenti produttivi.

In Europa invece e soprattutto in Italia il risparmio previdenziale è una componente essenziale del bilancio pubblico, e non viene investito in capitale di rischio: per cui non può essere dirottato su impieghi diversi dal debito pubblico.

Peraltro, gli Stati Uniti – un Paese che vive, vedremo per quanto tempo ancora, molto al di sopra delle sue possibilità – ha un debito pubblico al 119 per cento mentre, nell’insieme, l’Eurozona è ferma al, 90%, quindi (Italia a parte, che col suo 142% non po’ certo aumentare) potrebbe indebitarsi molto di più. Perché non lo fa? Perché i veri padroni d’Europa, i tedeschi, non lo permettono.

Facile prevedere che non si farà nulla di serio, nonostante l’appello di Draghi. Ma facile anche temere che ci possano essere iniziative di legge indirizzate a convogliare almeno in parte il risparmio privato verso operazioni se non forzose – sarebbe da barricate stradali! – capziose, tendenziose, ingannevoli. Ecco: non sarebbe il male minore assecondare queste operazioni, sarebbe sbagliatissimo. E c’è davvero da sperare che l’appello al risparmio privato non sia rivolto più a fare gli interessi di chi gestisce risparmio (ovviamente dall’estero) piuttosto che gli interessi di chi colloca i suoi risparmi in impieghi dai quali vuole essere sicuro di poterli recuperare.

Viene fatalmente alle memoria quell’appello, “oro alla patria”, con cui Mussolini nel 1935 ritenne di (e in parte riuscì a) contrastare il danno delle sanzioni imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni (progenitrice dell’Onu) dopo l’attacco italiano all’Etiopia. Si calcola che lo Stato raccolse, con una pressione propagandistica senza precedenti per l’epoca, 37 tonnellate d’oro e 115 d’argento. Ecco: ci basta quel trailer, non ripetiamolo. C’è un solo modo per attrarre risparmio: rendere conveniente gli investimenti. Che l’Europa batta un colpo in questa direzione. Ma come diceva Kissinger: chi mi dà il numero di telefono dell’Europa? Dell’Europa, non di Mario Draghi.

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Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.