Gli ottimisti la pensano così: a fronte dei disastri del cambiamento climatico l’economia globale, per funzionare, ha bisogno di energia pulitafotovoltaico vento e quant’altro mettono a disposizione le nuove tecnologie – e allora qual è il posto migliore dove realizzare questo cambiamento, questa rivoluzione del XXI secolo? La risposta degli ottimisti è una sola, soprattutto dopo la crisi bellica in Ucraina e l’affacciarsi delle ambizioni egemoniche di Cina e India: l’Africa, il Continente Nero come si diceva una volta. Ma siamo sicuri che sia proprio così, che l’Africa diventerà l’Opec del solare entro la fine del secolo? Se uno ascolta le parole del ministro dell’energia della Repubblica democratica del Congo, tra l’altro uno dei posti al mondo più ricchi di litio e terre rare, la materia prima delle batterie per l’automotive elettrico, qualche dubbio viene.

Sentite come il politico congolese (Didier Budimbu) ha risposto alle prime obiezioni del capo del governo francese, madame Elisabeth Borne, che aveva organizzato a Parigi la prima settimana di giugno, in collaborazione con la Camera di Commercio franco-africana, un summit dal titolo promettente “Invest in African Energy Forum”: “So che non è all’ordine del giorno di questa riunione” ha attaccato subito Budimbu “ma io sono qui per parlare di petrolio e di gas, mica di sole e di energie rinnovabili”. Il premier francese, “surprise” come si legge nei resoconti del Forum, stupita, non ha potuto fare altro che ascoltarlo e convenire con lui che l’urgenza, in questo momento, è portare l’elettricità a più di 600 milioni di africani (il 43% dei quali vive nei Paesi sub-sahariani) che non hanno ancora accesso a nessuna fonte di energia. Il ministro congolese non ha usato la diplomazia, l’ha detto chiaramente: “Ma quali energie rinnnovabili? Prima di parlarne bisogna prima averla l’energia e non tutti gli africani ce l’hanno. Oggi l’Africa esporta appena il 4,5% delle sue energie fossili, petrolio e carbone. Lasciateci sviluppare il nostro mercato delle energie tradizionali, poi parleremo delle rinnovabili”.

Eppure, l’Africa, come si legge nell’Investment Report 2023 dell’Agenzia internazionale dell’energia, creata dall’Ocse nel 1974 dopo la prima crisi petrolifera, concentra più di metà delle risorse solari disponibili al mondo, l’equivalente di Usa Cina e India messi insieme. Ma al momento quel che attira l’industria energetica globale, dalla Total a Bp fino alla nostra Eni, sono i giacimenti di petrolio e di gas naturale. Per un totale di investimenti (solo nell’up-streaming senza considerare la raffinazione) di una dozzina di miliardi di dollari. “è una sorta di nuova età dell’oro del settore petrolifero” ammette il direttore del Centro energia e clima dell’Istituto francese di relazioni internazionali “ormai l’Africa, insieme con gli Stati Uniti e il Medio Oriente, è l’unica regione al mondo in cui gli investimenti nei settori petrolifero e carbonifero crescono”.

Basta dare un’occhiata ai grafici del report dell’Energy Chamber (www.energychamber.org). In Mozambico, per esempio, la francese Total ha ripreso un megaprogetto di gas naturale liquefatto (investimento:10 miliardi di dollari) che era stato bloccato per ragioni ecologiche e che ora riparte con l’obiettivo davvero gigantesco di produrre 3miliardi di barili, quasi come l’impianto record russo di Yamal in Siberia (anche questo una joint-venture tra Total e Gazprom) ora bloccato per le sanzioni a Mosca.

Non è un progetto isolato. Il numero dei Paesi africani che vogliono entrare nel club dei Paesi produttori di petrolio e gas cresce in continuazione grazie anche ai bassi costi di estrazione e al miglioramento delle tecniche di decarbonizzazione (utili anche a tacitare gli ambientalisti occidentali, non gli africani). Per dire, la Repubblica democratica del Congo, grande come la metà dell’Europa e con 100 milioni di abitanti, ha fatto sapere (anche al Forum di Parigi ricordato prima) che ha intenzione di mettere sul mercato la percentuale più alta possibile (oggi è ferma al 4,5%) delle sue riserve petrolifere pari a 22 miliardi di barili. Da qui il piano di creare 27 “campi petroliferi” mentre il Senegal si prepara a estrarre dalle sue riserve valutate 650 milioni di barili di petrolio e mille miliardi di metri cubi di gas e la Namibia, con le sue riserve, ha già dichiarato di voler entrare nel circuito dei primi 15 Paesi produttori entro il 2035. Insomma, le vecchie energie fossili, in Africa, sono viste come una “leva” per lo sviluppo e moltiplicare il Pil. Per dirla con una battuta, il “nero” rende più del “verde”.

Ma qui si apre un problema gigantesco: per questo “New Deal petrolifero africano”, chiamiamolo così, c’è bisogno di almeno 375 miliardi di dollari di investimenti (per aprire nuovi campi, creare una rete di trasporto, formare le maestranze, etc.). Risorse che dovrebbero arrivare dalle grandi compagnie petrolifere occidentali e/o dalle grandi banche.

Compagnie e banche che, però, sono state diciamo così “diffidate” (dai loro stessi azionisti, dagli stakeholder, dai regolatori e dai vari governi) a ridurre drasticamente gli investimenti nelle energie fossili.

È l’ennesima contraddizione del mondo globale che rischia di consegnare l’industria energetica dell’Africa (che ha, ricordiamolo ancora, più della metà delle risorse solari disponibili al mondo) agli appetiti “coloniali” di Cina e India.

Una nuova Tobin Tax contro le ingiustizie globali
Ma c’è un’altra contraddizione con cui fare i conti: la fiscalità globale. Quella che dovrebbe servire a raccogliere le risorse necessarie a ridurre le estreme diseguaglianze sociali, la povertà, gli effetti terribili del cambiamento climatico. Per dire, un po’ di giustizia grazie alle tasse. Anzi a una tassa in particolare, quella che nel lontano 1972 (quando la globalizzazione era solo argomento accademico al Mit o ad Harvard) fu proposta dall’economista americano James Tobin, consigliere del presidente Kennedy e premio Nobel nel 1981, con l’obiettivo di colpire il plusvalore creato dalla nascente finanziarizzazione dei sistemi economici mondiali.

La Tobin Tax, in effetti, è stata applicata a partire dagli anni ’80 in diversi Paesi e ha generato gettiti non indifferenti (per esempio, 4 miliardi di sterline in Gran Bretagna dove ha sostituito la “stamp duty”, l’imposta di bollo; 2 miliardi di euro in Francia, un po’ meno in Italia grazie all’aliquota bassissima dello 0,1% sulle transazioni di Borsa).

Ora è venuto il momento di rafforzarla e di renderla omogenea in tutti i Paesi con l’obiettivo di “réequilibrer les effects néfastes de la mondialisation” come scrive un gruppo di una settantina di economisti (tra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz e la direttrice degli Accordi di Parigi per il clima Laurence Tubiana) in una lettera aperta rivolta ai governanti del mondo in vista del summit internazionale convocato a Parigi il 22 e il 23 giugno con l’ambiziosissimo obiettivo di siglare un “Nouveau pacte financier mondial”. Secondo il documento redatto da questi economisti (e pubblicato sul quotidiano Le Monde l’8 giugno scorso), una nuova e generalizzata Tobin Tax potrebbe generare un gettito compreso (a seconda dell’aliquota tra lo 0,3 e lo 0,5%) tra 156 e 260 miliardi di euro all’anno. Se poi la Tobin Tax si applicasse al trading ad alta frequenza (quello che gestisce le operazioni di Borsa in mezzo secondo) il gettito potrebbe arrivare fino a 400 miliardi di euro. “Une première historique” scrivono fiduciosi gli economisti. La finanza globale li ascolterà?

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.