“Se è gratis, il prodotto sei tu”. Una vecchia regola dell’economia digitale bussa anche alla porta di ChatGPT, questa volta in forma di annunci pubblicitari. La pubblicità diventa parte integrante delle risposte della chatbox di OpenAI, segnando un passaggio tutt’altro che marginale nel modello economico del servizio: gli utenti dei piani Free e Go iniziano a vedere contenuti sponsorizzati, mentre la società aggiorna la propria Informativa sulla privacy per chiarire quali dati possono essere utilizzati per rendere gli annunci più pertinenti e quali, invece, resteranno rigorosamente fuori dalla portata degli inserzionisti. La società – con una mail ad oggetto “Aggiornamenti all’Informativa sulla privacy di OpenAI”, arrivata agli utenti italiani il 16 agosto – ha iniziato a introdurre gli annunci per gli utenti dei piani gratuiti e Go e, contemporaneamente, ha aggiornato l’Informativa sulla privacy per spiegare quali dati possono essere utilizzati per rendere le inserzioni più pertinenti e quali, invece, resteranno fuori dal perimetro degli inserzionisti.
OpenAI aveva annunciato il progetto a gennaio 2026, spiegando che la pubblicità avrebbe contribuito a sostenere l’accesso ai piani Free e Go e a finanziare gli investimenti necessari per mantenere il servizio. La sperimentazione negli Stati Uniti è partita il 9 febbraio 2026, con un’estensione graduale.
Un annuncio sotto la risposta, ma separato dalla risposta
La nuova fase pubblicitaria è stata progettata in modo da mantenere una distinzione visiva tra ciò che genera ChatGPT e ciò che arriva da un inserzionista. Gli annunci vengono collocati sotto le risposte e sono identificati come contenuti pubblicitari, con il nome dell’inserzionista, il titolo, una descrizione e un eventuale elemento grafico o collegamento alla pagina di destinazione. Diverso quindi da un motore di ricerca tradizionale, dove l’utente è abituato da anni a distinguere tra risultati organici e annunci. In un’interfaccia conversazionale, invece, il confine può diventare più delicato: la risposta dell’intelligenza artificiale sembra provenire da un unico interlocutore, mentre l’inserzione arriva nello stesso ambiente e nello stesso momento.
OpenAI insiste quindi su un tema: l’annuncio non deve modificare la risposta del modello. La pubblicità viene trattata come un elemento separato e, secondo la società, non determina ciò che ChatGPT risponde all’utente. Gli inserzionisti, inoltre, non possono acquistare una posizione privilegiata nelle risposte dell’intelligenza artificiale.
La vera partita si gioca sui dati
La parte più interessante dell’aggiornamento riguarda però la selezione degli annunci. Nella fase iniziale, OpenAI dichiara di utilizzare soprattutto il contesto della conversazione in corso, insieme a informazioni contestuali limitate come la posizione generale o la lingua. L’obiettivo è capire l’argomento di cui si sta parlando e associarlo a un’inserzione potenzialmente pertinente.
Ma il sistema può diventare più sofisticato se l’utente sceglie di attivare la personalizzazione pubblicitaria. In quel caso entrano in gioco anche segnali provenienti dall’esperienza più ampia dell’utente su ChatGPT. La documentazione di OpenAI indica, a seconda delle impostazioni, la possibilità di utilizzare il thread della conversazione, le interazioni con gli annunci, le chat precedenti e la memoria per migliorare la pertinenza delle inserzioni.
È qui che la questione pubblicitaria cambia natura. Non si tratta più soltanto di sapere che cosa si sta leggendo in quel momento, ma della possibilità di costruire una maggiore pertinenza commerciale sulla base dell’esperienza maturata dall’utente all’interno di ChatGPT.
OpenAI sottolinea tuttavia che queste informazioni rimangono all’interno del sistema e non vengono trasferite agli inserzionisti. Gli advertiser non ricevono le conversazioni, la cronologia delle chat, le memorie, il nome, l’indirizzo email, la posizione esatta o l’indirizzo IP dell’utente. Ricevono invece dati aggregati sulle performance delle campagne, per esempio il numero complessivo di visualizzazioni o clic.
La privacy policy europea ora mette nero su bianco l’advertising
L’aggiornamento non è dunque soltanto una modifica di prodotto. È anche una modifica del quadro informativo con cui OpenAI descrive agli utenti europei il trattamento dei dati.
L’Informativa sulla privacy europea, aggiornata il 4 giugno 2026, include espressamente l’uso dei dati relativi agli annunci. Per gli utenti Free e Go, OpenAI indica che può trattare informazioni relative agli annunci visualizzati o con i quali l’utente interagisce per misurare l’efficacia delle attività pubblicitarie e migliorare la qualità degli annunci.
È un passaggio significativo perché porta l’advertising dentro l’architettura economica e informativa di ChatGPT.
La logica è quella già conosciuta dall’industria digitale, ma applicata a un ambiente molto diverso: invece di partire principalmente da una ricerca digitata in una casella, il sistema può osservare il contesto di una conversazione, cioè una sequenza di richieste e risposte molto più ricca di una semplice query.
La differenza economica potenziale è enorme. Una conversazione può rivelare un’intenzione: non soltanto «cerco un prodotto», ma «sto confrontando queste tre soluzioni», «devo acquistare un’auto», «sto organizzando un viaggio», «devo scegliere un software per la mia azienda». Il valore pubblicitario sta proprio nel passaggio dall’interesse generico all’intenzione.
Un modello pubblicitario che vuole assomigliare meno alla pubblicità tradizionale
OpenAI sta costruendo un mercato pubblicitario pensato specificamente per il formato conversazionale. La documentazione dedicata agli inserzionisti spiega che il sistema non si limita a collegare una parola chiave a un annuncio, ma considera l’intento conversazionale e, quando la personalizzazione è attiva, alcuni segnali provenienti dall’esperienza complessiva dell’utente.
È un cambiamento importante anche dal punto di vista del business.
La pubblicità digitale classica tende a intercettare un comportamento già espresso: una ricerca, una visita, una pagina consultata, un clic. L’AI conversazionale può invece intercettare una fase precedente, nella quale l’utente sta ancora definendo il proprio bisogno.
È la differenza tra vendere pubblicità intorno a una ricerca e vendere pubblicità intorno a una decisione che si sta formando.
Per OpenAI significa poter trasformare una parte dell’enorme flusso di conversazioni in un nuovo asset commerciale, senza necessariamente consegnare ai clienti pubblicitari le conversazioni stesse.
Il grande compromesso della versione gratuita
La pubblicità non arriva però senza una contropartita. OpenAI presenta gli annunci come uno strumento per mantenere più ampio l’accesso ai piani gratuiti e Go, riducendo la necessità di trasferire interamente il costo dell’infrastruttura sugli utenti paganti. Il ragionamento economico è semplice: ChatGPT richiede capacità di calcolo, infrastrutture e investimenti continui; la pubblicità può contribuire a finanziare l’accesso gratuito o a basso costo.
La società ha previsto però anche una strada alternativa per chi non vuole pubblicità. Gli utenti del piano Free possono scegliere un’esperienza Ads-Free. In questo caso gli annunci vengono eliminati, ma il servizio gratuito diventa più limitato: OpenAI segnala limiti di utilizzo inferiori e un accesso ridotto ad alcune funzionalità, tra cui strumenti come la generazione di immagini o la deep research. In alternativa, l’utente può passare a un piano a pagamento privo di pubblicità.
Il modello, quindi, diventa sostanzialmente tripartito: maggiore accesso con pubblicità, accesso gratuito senza pubblicità ma con limiti più severi, oppure abbonamento a pagamento senza advertising. È una struttura economica molto più vicina a quella di una piattaforma digitale matura che a quella del chatbot sperimentale con cui molti utenti hanno iniziato a familiarizzare.
Chi paga non vede gli annunci
La linea commerciale è altrettanto netta sul versante degli abbonamenti. Gli annunci possono essere mostrati agli utenti Free e Go, mentre i piani Plus, Pro, Business, Enterprise ed Edu non prevedono advertising. OpenAI specifica inoltre che, durante la fase di test, gli annunci non vengono mostrati agli utenti che dichiarano di avere meno di 18 anni o per i quali il sistema prevede un’età inferiore ai 18 anni. Per le imprese è una distinzione rilevante. Significa che OpenAI sta cercando di mantenere separati due modelli di monetizzazione: quello pubblicitario rivolto al grande pubblico e quello basato sull’abbonamento per utenti professionali e organizzazioni.
Dal punto di vista degli inserzionisti
Il modello di misurazione è un altro elemento destinato a interessare il mercato. Gli inserzionisti possono conoscere le performance delle proprie campagne, ma sotto forma aggregata e non identificativa. OpenAI cita come esempi le visualizzazioni e i clic complessivi. Non viene quindi fornito all’inserzionista il contenuto della conversazione che ha portato alla visualizzazione dell’annuncio.
La società mantiene inoltre una barriera nel momento più delicato: se un utente decide di contattare direttamente l’inserzionista attraverso un annuncio, quest’ultimo vede soltanto i messaggi che l’utente gli invia direttamente. È un modello che cerca di conciliare due esigenze opposte: offrire agli advertiser una misurazione sufficientemente utile per giustificare l’investimento e, contemporaneamente, impedire che la piattaforma diventi un canale attraverso cui consegnare direttamente le conversazioni private degli utenti.
Non tutto può diventare pubblicità
OpenAI ha anche definito una serie di categorie nelle quali gli annunci non dovrebbero essere collocati. La policy pubblicitaria aggiornata il 15 luglio 2026 esclude, tra gli altri, contesti relativi a sicurezza dei minori, cyber abuse, attività pericolose, frodi, contenuti sessuali espliciti, violenza grafica, odio e molestie, contenuti illeciti, disinformazione, privacy, armi, terrorismo, gioco d’azzardo e suicidio o autolesionismo. Sono inoltre esclusi i contesti caratterizzati da particolare vulnerabilità emotiva e quelli relativi alla salute mentale e personale.
Anche il perimetro merceologico degli annunci è stato definito con una certa prudenza. Nella fase iniziale OpenAI indica soprattutto beni di consumo e lifestyle, servizi locali, viaggi ed esperienze, prodotti digitali ed educazione. Le categorie finanziarie, sanitarie e legali possono essere ammesse progressivamente, con approvazioni valutate caso per caso.
La premessa: l’AI non deve diventare un venditore
Il vero test per OpenAI non sarà probabilmente stabilire se gli utenti riescono a distinguere graficamente un annuncio da una risposta. Sarà dimostrare che la risposta rimane indipendente dall’interesse economico dell’inserzionista. In altre parole, gli annunci devono essere separati dalle risposte e non dovranno influenzare ciò che ChatGPT genera. OpenAI afferma inoltre di “non ottimizzare il sistema sulla base del tempo trascorso dagli utenti e di voler privilegiare fiducia ed esperienza rispetto alla massimizzazione dei ricavi pubblicitari”. Perché il valore di un assistente conversazionale sta proprio nella percezione che la risposta sia orientata all’interesse dell’utente. Se questa percezione venisse meno, il vantaggio competitivo dell’interfaccia potrebbe essere indebolito.
Le FAQ ufficiali di OpenAI sugli annunci in ChatGPT spiegano nel dettaglio controlli, privacy, personalizzazione e modalità Ads-Free. La Privacy Policy europea di OpenAI contiene invece le informazioni sul trattamento dei dati, compresi quelli relativi alla pubblicità.













