Laura Castelli, viceministro all’Economia di tutti e tre i governi della legislatura

“Da quando faccio politica, e sicuramente in questi ultimi cinque anni grazie alle esperienze di governo, ho imparato che la cosa più rivoluzionare possibile oggi in Italia è far funzionare bene la macchina pubblica. E quando ci riesci è una grande soddisfazione”: Laura Castelli, “area” Di Maio, viceministro all’Economia nel governo Conte 1 e 2 confermata da Draghi, è una giovane e tostissima economista che ha una capacità di lavoro apprezzata da tutti. E l’orgoglio del lavoro che fa: “Quando la politica dimostra di funzionare – prosegue in quest’intervista a Economy, dedicata a esaminare i progressi fatti e quelli ancora da fare dall’economia italiana tra il 2017 ed oggi – chi lavora nei ministeri, negli uffici, lo apprezza molto. Quelli bravi e determinati, che aspettano solo di poter lavorare meglio, sono la stragrande maggioranza”.

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Viceministro, partiamo da lei. Qual è il risultato più importante che ritiene di aver conseguito in questi anni, nel suo ruolo, oltre al bellissimo bambino che ha avuto all’inizio del maggio scorso?

Di questi 5 anni la cosa di cui sono più soddisfatta è stata la trasformazione del regime gestionale dei finanziamenti per la spesa sociale che i comuni distribuiscono ai cittadini. Questa è stata una vera rivoluzione: il passaggio della parametrazione della spesa sociale dal costo storico al costo standard, ha permesso ai comuni di avere più risorse per accudire i più deboli, tutti dicevano che sarebbe stato impossibile e invece noi l’abbiamo fatto. Quelli che ieri non avevano la possibilità di essere curati oggi ce l’hanno.

E le cose non fatte, le occasioni sprecate?

Diciamo che ci sono tante cose che si devono ancora fare. Ad esempio mi spiace non essere ancora riuscita a lavorare al meglio sul tema della spending review, o tax-expenditure, ossia tutti quei meccanismi che ancora non funzionano. Abbiamo iniziato con il sistema delle notifiche, ma c’è una parte della politica che non molla di un millimetro. Spero però che si possa fare entro la fine di questa legislatura la riforma dell’Iva che aspettano tutti da anni e anni, per mettere ordine.

Coscienza a posto sulla lotta all’evasione?

Un po’ di cose le abbiamo fatte e i risultati sono stati positivi, dalle fatture elettroniche agli scontrini, ma anche alcune norme che abbiamo fatto con la Guardia di Finanza hanno permesso di attivare meccanismi più incisivi per combattere l’evasione. Penso anche al tema delle false compensazioni, in questi anni lo abbiamo affrontato con successo: abbiamo sanato la piaga delle truffe delle false compensazioni di crediti fiscali su partite Inps. Il saldo attivo della lotta all’evasione è quel che ci ha permesso di fare interventi di finanza pubblica più generosi di quelli che anno dopo anno erano stati programmati.

Allarghiamo il discorso a quel che di buono ha fatto il Paese, in questi cinque anni.

Partiamo dalla digitalizzazione: è un tema culturale molto complesso. In una società sempre più anziana c’è un intero processo da cambiare: significa pensare digitale e non arrivare alla soluzione digitale seguendo un approccio di impianto analogico. Il che soprattutto per la macchina dello Stato è difficile. Nella Pubblica Amministrazione questa trasformazione l’ho vista e seguita. Abbiamo attivato processi che avrebbero però dovuto essere più rapidi e che invece nell’elefante della macchina pubblica sono ancora in corso, il che in questi anni ha condizionato i fallimenti di alcuni programmi. I processi di monitoraggio della spesa, l’incapacità di spendere le risorse europee, e di gestire le entrate da parte di alcuni enti sono altrettanti temi profondi della Pubblica Amministrazione che in questi anni non hanno avuto il plus della digitalizzazione.

E allora, che fare?

Ora i grandi investimenti pongono non solo il tema di come mettere a terra i programmi, ma anche la necessità di un cambio di paradigma, significa anche svecchiare gli effettivi della PA affinchè siano più digitali. Viceversa lo Spid e il PagoPa sono strumenti efficaci e ormai entrati nell’uso corrente. Per questo dico: molte risorse sono state messe in campo, ma andrebbe insegnata anche la sfida culturale che comporta l’usarle.

L’altra transizione è quella ecologica: quanta delusione, non crede?

Sul tema della transizione verde, secondo me, la novità più rilevante degli ultimi mesi è che alcuni Paesi come noi e la Francia hanno capito che gli attuali piani non sono suffcienti per raggiungere gli obiettivi europei. Per cui oggi c’è la consapevolezza della crisi energetica ma anche del fatto che ci vogliono tante risorse per superarla.

Sì, ma che fare?

Quel che serve, con un nuovo passaggio europeo, è capire che la politica industriale  va omogeneizzata a livello continentale, perché con quel che è stato per ora programmato non è detto che il mondo industriale si muova coerentemente nella stessa direzione. E poi il Pnrr non basta. Parlando con i colleghi europei emerge che le risorse che ci siamo dati a livello europeo sono poche, lo pensano tutti. Draghi e Macron hanno fatto una battaglia congiunta per il nuovo piano energetico e finanziario. Ma era forse presto, mancava la consapevolezza. Io temo che se non si segue l’indicazione di Bruxelles che invita nel Pnrr i Paesi Ue a mettersi insieme per coordinare le politiche industrali rischiamo di ammazzare grandi pezzi di economia senza accorgerci che alcune realtà industriali non riescono materialmente a stare al passo, lo conferma il dibattito nato sui tempi di abolizione dei carburanti fossili.

Ordine sparso anche sulla globalizzazione…

Io rilevo una sempre maggiore consapevolezza del fatto che non è più possibile coordinare le politiche internazionali nei consessi che conosciamo da decenni, questo nostro è un nuovo Millennio, è  indispensabile che i leader dei grandi Paesi si coordinino per scelte che vanno sempre più concertate…

E parliamo dei giovani. Che hanno cattivi rapporti col lavoro. Si dimettono!

Il Paese cambia e siamo ancora troppo indietro, avremmo dovuto già fare di più. I modelli lavorativi sono cambiati, tutti parlano dei problemi giovanili ma nessuno sembra averli capiti davvero. In tutta l’Unione Europea i ragazzi si dimettono, lasciano i posti di lavoro che hanno perché non vedono riconosciuto il loro modello, vogliono sempre più essere liberi, imprenditori di se stessi, non sognano il posto fisso, vogliono una vita agevole, facendo il giusto dei sacrifici ma vivendola in autonomia. In tutta Europa i giovani pensano che le loro retribuzioni non ne riconoscano il valore. Si cerca insomma il riconoscimento del proprio valore nella retribuzione, che non è il tema del salario minimo, a sua volta molto importante in Europa perché combatte il dumping sociale, ma è un gioco al ribasso. Se vogliamo pensare a come migliorare, dobbiamo correlare quel che sai fare a quel che non ti danno in termini economici. E questo però lo fai se hai una generazione politica che interviene nella realtà con dei giovani per i giovani: vanno rifatti i contratti, ripensati, ma guardandoli in maniera intelligente, pensando che il welfare aziendale non può essere più quello che abbiamo conosciuto finora…

Impossibile non parlare del reddito di cittadinanza…

Nella manovra di bilancio sono state fatte numerose correzioni per rendere lo strumento meno distorsivo, ma queste modifiche non sono state ancora attuate con i necessari decreti perchè il ministero del Lavoro non li ha emanati. L’idea è quella di lasciare il reddito come sussidio per i due terzi dei beneficiari che pur volendolo non posso lavorare. Sull’ultimo terzo, la soluzione non è continuare a dire “va bene così”. Quindi queste modifiche si devono sbloccare ma il dibattito che si sta manifestando è che questo non basti. Poi va spiegata agli imprenditori, ma non voglio far passare ls narrativa che gli imprenditori sono brutti e cattivi e contro il lavoro, conosco imprenditori che si tagliano gli stipendi per pagare i dipendenti… Per cui fuori dalla strumentalizzazone delle campagne elettorali bisogna cercare di fare qualcosa di più, ma poi quel che abbiamo corretto… va applicato.

E anche tutta la polemica sui centri per l’impiego è stucchevole, è lo stesso sistema che andava bene molti anni fa…

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Sergio Luciano
Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.