Difficile pensare ad un momento di maggiore incertezza sul fronte economico rispetto a quello che stiamo vivendo. Certo, il periodo Covid è stato tragico per tutti, ma almeno covavamo la speranza che, un giorno, potesse finire. Oggi non sembra neanche esserci questa speranza. Il tema è importante, perché solo il 15-20% delle nostre imprese hanno capitali abbondanti, liquidità e merito creditizio sufficienti per non dover essere preoccupati più di tanto per la continuità aziendale in tempi molto incerti. Ma per un buon 80/85 percento delle imprese la situazione non è questa ed è bene essere preoccupati.
Sul fronte guerre, oramai, ogni giorno ce ne è una nuova, con nuovi attori. Non viviamo in un mondo tranquillo e non possiamo più neanche contare sullo scudo dello zio Sam.
L’inflazione può salire come scendere. Può schizzare in alto (petrolio e Stretto di Hormuz, su tutti, ma anche dazi), così come può recedere (rallentamento dell’economia mondiale e intervento calmieratore dell’Opec sul greggio). I tassi di interesse viaggiano storicamente molto in linea con l’inflazione, ma episodi isolati di eccesso di debito pubblico possono provocare accelerazioni improvvise. Dopotutto, già oggi il debito pubblico Usa paga sul mercato 100 punti-base più dell’Italia…
Dei dazi si è già parlato molto. Esiste ampia dimostrazione che l’impostazione iniziale di Trump è quella più costosa per gli Stati Uniti, ma i dazi fanno male a tutti. Noi siamo una economia a vocazione esportatrice e siamo di diritto iscritti nella lista dei potenziali perdenti. Al momento in cui scrivo questa nota non è ancora chiaro cosa potrà succedere.
L’incertezza, insomma, domina suprema. E ragionevolmente è destinata a perdurare in una fascia che può andare dal 70 al 130 percento del livello di incertezza attuale, se si vuole a tutti i costi fare una stima di variabilità dell’instabilità stessa. Nell’instabilità i forti possono prosperare, ma gli altri?
La cassa, da sempre, è la medicina più potente contro l’instabilità e l’incertezza. “Cash is King”, come sempre. L’azienda che ha cassa e, meglio ancora, ha cassa e produce cassa, non ha motivo di temere più di tanto se le cose dovessero mettersi male (calo della domanda/ dazi/ tassi di interesse / difficoltà di accesso al credito). I problemi veri sono quelli delle aziende che cassa non hanno e che neanche ne generano. Comunque, chi cresce tanto ha bisogno di tanta cassa. Senza cassa si perdono quote di mercato e affari.
Chi ha margini ridotti se non ha un tesoretto di cassa da qualche parte certamente soffre. Chi ha tanto capitale circolante va in difficoltà di cassa se riprende l’inflazione. Il primo intervento necessario in questi tempi di incertezza è quindi il varo di un cantiere volto alla conservazione di cassa (cancellazione di spese inutili, tempi di incasso e pagamento rivisti, selezione della clientela prioritaria, attenzione agli investimenti fissi, gestione attenta degli stocks e dei tempi di consegna dei fornitori).
Alla formazione di un tesoretto di cassa occorrerà rapidamente aggiungere la disponibilità di nuove linee di credito presso il sistema bancario. Le banche sono in media diventate molto più parsimoniose e riluttanti nel concedere credito rispetto al passato. È quindi bene invertire il trend degli ultimi anni: se prima si tendeva a consolidare il rapporto su poche banche, oggi è bene fare il contrario. Con la contrazione degli offerenti credito da “risiko bancario”, oggi le banche eroganti stanno diventando una rara avis. Meglio averne tante che poche. Siamo quasi in una situazione di oligopolio dell’offerta, occorre difendersi.
Prima o poi, anche una qualche forma di risk-sharing con i collaboratori che operano in azienda andrà formalizzata, anche se i venti dell’opposizione soffieranno forti. Una ipotesi? Orario deciso dall’azienda entro la fascia 36-44 ore e remunerazione proporzionata sulle 40 ore.
Un ultimo punto: l’aiuto dello Stato. È bene che si riveda dalle fondamenta l’impianto di aiuti in essere verso le imprese che operano sul territorio. Erogare incentivi e agevolazioni alle imprese su investimenti già fatti è un controsenso. L’agevolazione statale sarà sempre vissuta come un bonus ex post, non come un qualcosa che aiuta a prendere la decisione di investire: l’azienda che investe sarebbe folle se investisse solo perché c’è un contributo. Se così fosse, il nostro denaro servirebbe solo a promuovere investimenti marginali, perché gli investimenti “buoni” verrebbero fatti anche senza gli incentivi. Dall’altra parte, c’è il Fondo Centrale di Garanzia, presso il quale sono molte le aziende già “a tappo”. Spostare risorse dalla finanza agevolata, in tutte le sue forme, al Fondo Centrale di Garanzia è una ovvia priorità del Paese. Occorre sperare che qualcuno se ne accorga.
Viviamo momenti di grande incertezza. Dobbiamo gestirla attivamente, perché nessuno ci regala un futuro senza problemi. È sempre più difficile fare l’imprenditore. Ma, tra tutti, è ancora il lavoro più bello del mondo.
















