Vannia Gava

Lavora sui dossier con la grinta operativa dell’assessore che è stata; e li studia con l’approfondimento di un ricercatore di rango internazionale. Per questo Vannia Gava, viceministro dell’Ambiente, si è guadagnata sul campo i galloni di una stima bipartisan. Prodigandosi h24. E senza mai distrarsi dalle partite concrete: come la bonifica di Malagrotta, la discarica-scandalo di Roma, la più grande e velenosa d’Europa: “Sì, l’aggiudicazione delle gare e l’avvio della fase operativa ed esecutiva dei lavori per la messa in sicurezza permanente della discarica di Malagrotta è un grande traguardo a beneficio dei cittadini romani e del Paese che abbiamo centrato grazie a molteplici azioni sinergiche. Nel 2022 abbiamo affidato la discarica all’Arma dei Carabinieri, al Commissario di Governo Vadalà, al fine di effettuare i lavori per la chiusura, sì da evitare anche le pesanti sanzioni europee. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha assicurato la disponibilità di 250 milioni per effettuare gli interventi. Sono opere imponenti e di indubbia complessità tecnica attese da anni, per cui plaudo all’ottima collaborazione di tutte le istituzioni”.

Complimenti, ma allarghiamo il discorso. Lei ha indicato da tempo la linea di un ambientalismo serio e impegnato ma post-ideologico, senza integralismi. A che punto siamo?
La direzione che ci siamo dati al G7 Ambiente Energia e Clima è quella giusta. L’Italia ha guidato la ministeriale con concretezza e pragmatismo per affrontare le sfide della decarbonizzazione e per una transizione che sia giusta, equa e inclusiva. Siamo riusciti a condividere un percorso di phase out del carbone entro il 2035; abbiamo confermato il ruolo del gas nella transizione, prendendo impegni negli investimenti in cattura e stoccaggio della Co2 – annuncio che tra qualche settimana sarà pronto il sito di Casalborsetti di Eni, primo in Italia -; abbiamo affermato il ruolo dei biocarburanti per decarbonizzare i trasporti, in continuità con il G20 dello scorso anno in cui è stata introdotta la Global Biofuels Alliance. Sul nucleare, abbiamo preso impegni precisi per il rafforzamento delle catene del valore delle nuove tecnologie di fissione e lo sviluppo della nuova energia da fusione, condividendo tutti la visione sull’energia nucleare come essenziale per i target net zero al 2050.

Già, il nucleare. E l’Italia?
Finalmente portiamo il nucleare al centro delle strategie energetiche. Dopo anni in cui in pochissimi abbiamo creduto nella ricerca scientifica e nella neutralità tecnologica, l’Italia torna protagonista al tavolo mondiale dello sviluppo di questa fonte, pulita e sicura. Dopo le due mozioni parlamentari a favore del nucleare, l’istituzione presso il Mase della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile e lo stanziamento di 135 milioni del Fondo Mission Innovation per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore, nel corso del G7 abbiamo annunciato due ulteriori passi avanti per il Paese: primo, l’inserimento nel Pniec – che consegneremo il 30 giugno alla Commissione Europea – di uno scenario di penetrazione nucleare nel mix energetico al 2040 e al 2050; secondo, l’avvio di un gruppo di lavoro sulla cornice normativa, per consentire l’installazione di nuove centrali in Italia. Abbiamo aderito anche all’Alleanza industriale europea sugli Smr: anche se non abbiamo centrali attive, è l’Italia il cuore della nascita e dell’industria della componentistica nucleare nel mondo. Ricordo che è grazie all’Italia che in Ue si è tornati a parlare di nucleare: è stato incluso nella tassonomia europea ed è stato inserito nel Regolamento per il Net Zero. Anche nella recente Comunicazione sugli obiettivi climatici al 2040, il nucleare è riconosciuto come tecnologia chiave. Dall’altra parte, serve un grande lavoro per aumentare la consapevolezza dei cittadini sulle opportunità del nucleare come fonte energetica sicura e pulita.

Il concetto di “transizione pragmatica” ha trovato applicazione nella nuova regolamentazione sugli imballaggi. Ce lo spiega meglio?
Non solo sugli imballaggi ma su tutti quei regolamenti e direttive mossi da incomprensibile furore ideologico che rischiano di impattare pesantemente sul nostro sistema industriale e sulle nostre famiglie. La transizione pragmatica è quella che si affida alle tecnologie mature attuali per riconvertire il proprio sistema industriale ed abbattere le emissioni climalteranti. È quella che non dice “tutto elettrico” guardando ai soli tubi di scarico ma si basa sul ciclo di produzione delle vetture, che scontano comunque un consumo di energia e di risorse ad alta intensità ambientale. È quella che non si affida esclusivamente alle energie rinnovabili, ben consapevole che un Paese non si alimenta solo con fonti per loro stessa natura intermittenti, ma che si adopera per costruire un mix energetico che le includa tutte per mettere in sicurezza una economia manifatturiera come la nostra e, pertanto, ad alto consumo energetico. La transizione pragmatica, insomma, è quella che non tifa per la decrescita felice, piuttosto immagina la transizione ecologica come una straordinaria opportunità per le economie nazionali, in cui la tutela ambientale deve camminare di pari passo con la tutela economica e l’accompagnamento delle imprese nella loro riconversione. L’una non deve escludere l’altra. Diversamente, si rischia che l’operazione magari riesca, ma che il paziente muoia. Non possiamo permetterlo.

Al G7 l’accordo sulle risorse idriche: cosa cambia per l’Italia?
Per la prima volta, sotto l’eccellente guida dell’Italia, i Paesi G7 hanno condiviso una responsabilità comune sul tema della risorsa idrica. Lo hanno fatto sottoscrivendo la nascita della Coalizione dell’Acqua, che è tra le risultanze storiche di questa ministeriale Ambiente Energia e Clima di Venaria. L’Italia diventa, così, promotrice di un’azione istituzionale forte e concreta rispetto ad un tema che è centrale e lo sarà ancor di più negli anni a venire. La Coalizione potrà essere luogo di discussione e confronto per facilitare una sintesi delle posizioni comuni da rappresentare nei contesti internazionali. L’Italia ha una forte esperienza che può condividere. Questo governo sta già intervenendo sul problema della scarsità della risorsa idrica e dell’ammodernamento delle infrastrutture del Paese attraverso la Cabina di Regia insediata a Palazzo Chigi. Per fronteggiare l’emergenza, è stato nominato un commissario al quale è stata affidata l’esecuzione di opere di manutenzione degli invasi, prima azione urgente e fondamentale, e stiamo intervenendo con il PNRR per riparare le carenze strutturali. Non solo. Stiamo finalizzando, infatti, il DPR sul riutilizzo delle acque reflue affinate per consentirne il riuso in agricoltura, nell’industria e per gli usi civili. In questo senso, molto aiuterà anche il DM terre e rocce da scavo mentre, nel decreto Ambiente, una norma apposita consentirà la ricarica della falda attraverso le acque depurate e affinate.

La direttiva Casa-Green imporrebbe un onere di 40mila euro per ogni abitazione da mettere a norma. Si rischia uno tsunami immobiliare. Che fare?
Anzitutto nutriamo l’auspicio di poter riaprire questo dossier in seno ad una nuova Commissione dopo le elezioni europee di giugno. Per quanto l’azione dell’Italia sia stata utile e necessaria a smussare le parti più rigide del provvedimento, restiamo fermamente contrari a questa direttiva, sia nel merito che nel metodo proprio perché manca uno strumento finanziario che ne supporti l’attuazione. Dopodiché, è ovvio che la dimensione dell’edilizia può offrire un importante contributo alla decarbonizzazione: nel Pniec individuiamo nell’efficientamento energetico lo strumento utile per ridurre le emissioni nel settore civile attraverso la riqualificazione energetica degli edifici. Stiamo lavorando con il Mef, Enea, Ispra, Gse e tutti gli attori preposti non solo per razionalizzare i numerosi e diversi meccanismi di incentivi ad oggi esistenti ma anche per impostare un nuovo sistema a lungo termine, sostenibile, che incentivi gli interventi utili per ridurre le emissioni e contenere i consumi.