La transizione all'auto elettrica: ecco perché serve maggiore

Negli scorsi giorni, la Commissione Europea ha proposto di immettere sul mercato esclusivamente veicoli a zero emissioni a partire dal 2035. Prima di diventare legge, questa proposta dovrà essere discussa tra gli Stati Membri e votata in Parlamento. È chiara la linea giustamente tracciata dalla UE, i cambiamenti climatici sono un fenomeno talmente urgente da affrontare, che ci vogliono passi decisi, fermezza, e visione strategica per immaginare un futuro che sia realmente sostenibile. Sono convinto che la strada sia questa. Tuttavia, la transizione verso gli autoveicoli green deve essere accompagnata in modo graduale e ordinato, con vista sul medio-lungo termine, perché i temi industriali e soprattutto sociali non sono da sottovalutare. Cito la situazione italiana come esempio fattuale a supporto della mia tesi.    

Il settore dell’automotive rappresenta la industry che maggiormente contribuisce al PIL italiano (oltre il 10%) e che è tra le colonne portanti della manifattura del nostro paese. Quando da agosto 2020 sono scattati i nuovi incentivi per il settore auto – stabiliti dalla legge di conversione del decreto Rilancio – la misura ha creato un clima positivo di propensione ai consumi, ma probabilmente si è ragionato con una prospettiva strategica forse poco legata alla realtà attuale, invece di propendere per azioni in grado di intervenire strutturalmente sul settore anche dal punto di vista industriale. Credo sia mancato un ragionamento sul passaggio intermedio di transizione tra la necessità impellente di rinnovare il vetusto parco auto italiano e l’auspicata diffusione dei veicoli elettrici.   

In sostanza, si è puntato a velocizzare in modo irrealistico una transizione verso i veicoli elettrici, per i quali mancano ancora i presupposti per un’adozione massiva, invece di puntare sul rinnovamento di un parco auto particolarmente datato, che vede circa 10 milioni di auto con un’età superiore ai 10-15 anni e che andrebbe incentivato prima verso una sostituzione con i già virtuosi Euro 6. Stiamo andando verso l’elettrico in maniera poco efficace, con possibili gravi impatti sulla manifattura nostrana e sull’intero indotto. 

È risaputo che l’Europa abbia una leadership industriale, anche dal punto di vista del know-how, sul termico e in particolare sui motori a Euro 6, mentre sull’elettrico la fanno da padroni sia l’Asia che gli Stati Uniti. Allora, perché non incentivare nel breve proprio l’Euro 6 (e seguenti), una tecnologia già particolarmente virtuosa dal punto di vista delle emissioni, per mettere nel frattempo fuorigioco l’enorme mole di veicoli inquinanti Euro 0 ed Euro 1 attualmente in circolazione in Italia? 

Il salto diretto verso l’elettrico, infatti, è molto più complicato di quello che si immagini. Innanzitutto, c’è una questione di prezzo, con costi al momento significativamente più elevati rispetto alle altre tecnologie, e il cambiamento non potrà essere finanziato dagli incentivi pubblici per sempre. Inoltre, la tecnologia per la ricarica privata ha bisogno di essere posizionata all’interno dei garage che non tutti gli automobilisti possiedono, mentre quella pubblica e condivisa richiede ancora notevoli investimenti, sforzi, e le tempistiche di implementazione non sono ancora note.   

Quindi, è chiaro che ideologicamente il passaggio completo all’elettrico sia la soluzione migliore ed è l’obiettivo che il sistema deve necessariamente porsi, perché il cambiamento climatico va combattuto globalmente con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione. Ma in assenza di possibilità concrete per l’adozione massiva dell’elettrico, l’Euro 6 poteva rappresentare una soluzione ottimale, in grado di dare benefici estremamente concreti e immediati sia all’ambiente che all’industria e alla manifattura italiana, componentistica inclusa. 

In generale, fossi nei panni di chi è chiamato a gestire la transizione verso l’elettrico, mi chiederei: siamo sicuri che le nostre strutture urbanistiche siano pronte a ospitare le numerose colonnine per ricaricare un parco auto che in Italia conta circa 35 milioni di vetture? Siamo sicuri che entro il 2035 la ricerca e sviluppo sui motori termici non ci avrebbe portato allo stesso risultato, senza azzerare la leadership tecnologica europea? Siamo sicuri che le vetture elettriche sosterranno il modello di business delle case automobilistiche europee per come lo conosciamo adesso (e stiamo parlando di molti milioni di posti di lavoro comprendendo l’indotto)? 

* Ceo di Targa Telematics