Dici startup e incroci le dita. Perché una startup in fase seed presenta mediamente un rischio di fallimento pari al 86%. Ma, in compenso, se le cose vano bene promette un cash on cash return del 1052%. I numeri sono quelli del white paper “Startup studio: un asset class emergente” di Mamazen, fondata a Torino nel 2017 e prima realtà ad implementare il modello dello Startup Studio in Italia, che ha voluto dimostrare, dati alla mano e – diciamolo – tirando un po’ l’acqua al proprio mulino, come gli Studio rappresentino un interessante asset di investimento alternativo. Perché, a fronte dello stesso cash on cash return, ovvero quello corrispondente alla fase seed, restituisce un tasso di fallimento medio del 40% (solitamente proprio di un round B). E dunque, che siate investitori oppure imprenditori, vale la pena di approfondire la conoscenza con questo modello alternativo.

Ma andiamo con ordine: cos’è uno Startup Studio? Non è né un’incubatore, né un acceleratore, che lavorano entrambe su idee esterne che accedono ai loro programmi, attraverso concorsi e selezioni, ma è invece un venture builder che lavora principalmente su idee generate internamente e che, attraverso un processo detto di imprenditoria parallela, crea più startup in parallelo fornendo supporto alle aziende create dall’ideazione fino all’exit, utilizzando processi standardizzati, risorse comuni, network condiviso fra tutte le startup create dallo startup studio. Il modello è quello nato nel 1996 con Idealab (che ha fondato più di 150 aziende), di Betaworks (cui si deve la creazione di startup come Bitly, Giphy, Tumblr e Chartbeat) e Rocket Internet (che ha fondato con questo modello Zalando, per esempio), nate entrambe nel 2007. Se nel 2014 gli startup studio in tutto il mondo erano all’incirca 200, ora il loro numero ha superato 500. A puntare su di loro sono investitori come Foundry Group, Bezos Expedition, Sherpa Capital. E alcuni, come il Vault Fund di Sarah Adams Anderson e in Italia, appunto, Mamazen, sono nati appositamente con questo obiettivo.

Si rischia in proprio
Fondata a Torino nel 2018 da Alessandro Mina e Alessandro Farhad Mohammadi, dalle “officine” di Mamazen sono uscite, tra le altre, realtà come Orangogo (un motore di ricerca dedicato alle attività sportive), Morsy e a Inpoi. In pancia, tra il primo closing da 1 milione e 650mila euro annunciato ad aprile da lH1, la holding di partecipazioni della società, e i 750 mila euro raccolti in precedenza, Mamazen ha 2,4 milioni di euro da investire. Se avete una buona idea, dunque, prima di lanciarvi fondando una vostra startup fare un respiro e provate a valutare l’opzione satartup studio. Che, per evitare fraintendimenti, sul proprio sito avverte chiaramente: “Avviso ai futuri founder: non accettiamo idee esterne. Scaliamo solo business validati internamente. Per farlo testiamo tantissime idee per far emergere dal mercato il problema più sentito. Successivamente cerchiamo il founder e lo supportiamo per trasformare l’idea in una azienda di successo. Forniamo ai migliori imprenditori tutto il necessario per partire a tavoletta senza il rischio di schiantarti: team, finanziamenti, competenze e network”.

«Vista la mancanza di dati e revenues, l’investimento in una startup tradizionale in fase embrionale non può basarsi su elementi economici ma, inevitabilmente, su una valutazione soggettiva del team e del progetto presentato – spiega Farhad Alessandro Mohammadi – Proprio a causa della mole di tempo e risorse necessaria all’attività di analisi e ricerca e soprattutto dell’imprevedibilità dei risultati, questo tipo di investimenti rappresenta per gli investitori un’attività molto rischiosa, una decisione guidata all’istinto. Scegliere di investire in uno Startup Studio vuol dire invece acquisire indirettamente una quota di tutte le startup che verranno create, disponendo così di un portafoglio diversificato di imprese già validate e con tasso di fallimento inferiore alla media». E se a firmare il white paper, insieme all’a.d. di Mamazen Alessandro Mohammadi e a Manuela Maiocco, business analyst di Mamazen, tra i contributori troviamo invece Paolo Giolito, senior wealth manager e business angel, Barbara Avalle, Coo di Doorway e angel investor, Melissa Sesana Grajales, family officer. «Questo white paper è interessante in primis per coloro che valutano di aggiungere gli startup studio all’interno dei propri asset di investimento», commenta Anna Maria Siccardi, imprenditrice e advisor della holding di partecipazioni lH1 di Mamazen: «Illustra molto bene, numeri e statistiche alla mano, come queste strutture permettano di ridurre significativamente la probabilità di fallimento delle startup finanziate, senza snaturarne il processo di avvio, un momento in cui  l’introduzione di processi e strumenti di controllo sovradimensionati per un’azienda in fase embrionale possono apportare più danni che benefici allo sviluppo dell’idea e dell’azienda. Da sottolineare il fatto che lo startup studio mitiga i rischi non solo per gli investitori, ma anche per i founder, permettendo loro di affrontare la fase di validazione del modello di business e di test di mercato in modo veloce e attendibile, cosa fondamentale  in un lavoro dove il fattore tempo fa la differenza».

Più veloci alla meta
Meno rischi, più profitti. Anche secondo lo “Startup studio industry report 2021” pubblicato da Studiohub e del “Disrupting the venture landscape” del Global Startup Studio Network nel 2020, le startup prodotte da uno Studio performano meglio rispetto a quelle tradizionali non solo in termini di tasso di successo, che passa dal 14% di una startup tradizionale al 40%, ma anche in termini di tempo necessario a raccogliere fondi e dunque raggiungere l’exit, che risulta di circa 4,3 anni contro gli 8 necessari alle startup tradizionali. Ecco perché gli startup studio fanno sempre più gola agli investitori. Stando allo white paper di Mamazen, i risultati raggiunti tra i migliori startup studio a livello internazionale sono stati possibili grazie all’implementazione del dual entity model che prevede l’unione di un venture builder e di un fondo (o holding di partecipazioni), che, operando in simbiosi, generano vantaggi per entrambe le parti. Il primo investimento del fondo è infatti proprio nello Startup Studio ed è volto a finanziare la creazione delle startup, coprendone i costi operativi e acquistando indirettamente le quote di ciascuna. Il fondo, inoltre,  investe direttamente nelle startup create dallo tudio che ritiene più meritevoli. «La mitigazione del rischio proprio di uno Startup studio è molto interessante per un investitore – conferma Melissa Sesana Grajales, family officer e advisor della holding di partecipazioni lH1 di Mamazen – si dispone di un portfolio in cui il product-market fit è stato studiato a fondo e il team è stato selezionato attentamente. È una situazione in cui le aziende sono destinate ad avere successo, tutti gli elementi che potrebbero distrarre dal successo sono stati eliminati. È un modello che permette a noi family office di investire early stage, ma in una situazione in cui il rischio è mitigato».