La svolta sociale del personal branding

Il personal branding è un mondo variegato e complesso, ma in fin dei conti per spiegarlo basta una frase: si prendono i princìpi, le strategie e gli strumenti di marketing e di comunicazione e si applicano non più a un’azienda, bensì a un singolo individuo. Sinceramente non avevamo mai immaginato che questo processo (dall’azienda all’individuo) potesse essere declinato anche su altre dimensioni, come per esempio la responsabilità sociale d’impresa (Csr). Poi abbiamo incontrato Cinzia Pilo. Pilo è una manager con più di 20 anni di esperienza in ambito bancario, assicurativo e finanziario, attualmente Head of Business Development per l’Italia in Visa. Ed è anche in prima linea nella lotta contro una grave malattia genetica incurabile, l’Epidermolisi Bollosa (Eb), nelle vesti di presidente dell’Associazione Debra Italia (che si occupa soprattutto di sostenere i pazienti e le loro famiglie) e di Fondazione Reb – Onlus, istituita proprio da lei e focalizzata sulla ricerca scientifica.

C’è un’espressione che descrive in modo efficace il suo impegno: personal social responsibility. Così come un’azienda investe parte delle sue risorse (economiche e umane) per avere un impatto sociale positivo, allo stesso modo anche il manager sceglie una causa che gli sta a cuore e le dedica il suo patrimonio più prezioso, cioè le competenze maturate durante la sua carriera. La personal social responsibility non va confusa con il volontariato. Entrambe le scelte sono meritorie, ma nel volontariato la risorsa scarsa è il tempo; la mansione, come raccogliere firme o servire pasti a una mensa, di per sé può essere svolta indistintamente da chiunque.

Come è iniziato il suo impegno nel sociale?

Tutto è cominciato dalla mia storia personale perché il mio secondo figlio, Luca, è un bambino farfalla. I piccoli malati di Eb vengono chiamati così perché la loro pelle, fragile come le ali di una farfalla, forma dolorose piaghe e bolle a seguito di frizioni anche minime. Com’è facile immaginare, la diagnosi è stata una doccia fredda e la quotidianità tuttora non è semplice da gestire. Dopo un primo momento di sconforto, ho deciso di dare un senso a ciò che era successo facendo qualcosa di concreto per gli altri bambini e le loro famiglie.

A prima vista sembra che le due anime di manager e fondatrice di Reb siano scollegate l’una dall’altra. È davvero così?

Senza la mia formazione manageriale, in realtà, non sarei mai stata in grado di spendermi nel sociale in modo così intenso. Faccio un esempio. Fondazione Reb ha l’obiettivo di costruire un registro di patologia, cioè un archivio informatizzato dei dati dei pazienti da condividere con i medici impegnati nella ricerca di una cura. Trattandosi di dati sensibili, vanno custoditi in modo sicuro seguendo scrupolosamente le normative vigenti. Normative che io conosco in modo approfondito, lavorando nel campo dei pagamenti digitali.

Debra e Fondazione Reb non rischiano di distrarla dal suo lavoro “ufficiale”?

Questa è una domanda che mi rivolgono in molti. Non posso negare che le mie attività nel sociale assorbano tempo ed energie, ma mi danno anche moltissimo in cambio perché mi permettono di cimentarmi in settori inediti, stringere relazioni, perfezionare le mie competenze e svilupparne di nuove. Insomma, allargano i miei orizzonti, cosa che non potrei mai fare restando chiusa tra le quattro mura dell’ufficio. L’azienda l’ha capito e mi supporta.

Per il successo delle sue attività, quanto è importante metterci la faccia?

Tantissimo. Per questo motivo mi sto dedicando anche al mio personal branding: pubblico articoli su Linkedin, rilascio interviste ai giornali, sto meditando sull’idea di scrivere un libro. Di organizzazioni del Terzo Settore ne esistono tantissime, e molte sono davvero meritevoli, ma per conquistare la fiducia di donatori e partner non basta una buona causa: serve anche una persona che se ne faccia portavoce.

L’autore, Gianluca Lo Stimolo, è Business Celebrity Builder Founder & CEO Stand Out