La strada per l'europa comincia dal sud
Andrea Cafà

«Finalmente l’Europa ha superato l’austerità per favorire investimenti finalizzati a creare un’Unione inclusiva, digitale e sostenibile. L’Italia potrebbe assumere un ruolo di rilievo. È prioritario, però, eliminare le diseguaglianze di genere, generazionali e territoriali». È cautamente ottimista Andrea Cafà, presidende di Cifa e Fonarcom, sul futuro del Belpaese. Ma insiste – a ragione – sull’importanza di definire obiettivi prioritari e perseguirlo senza scadere nel pressapochismo e nell’inefficienza, per assumere un ruolo centrale nell’area europea (e non solo).

Come, presidente Cafà?

Puntare sullo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe un chiaro segnale per l’Europa: indicherebbe un’apertura del Governo verso l’area mediterranea e la volontà di assumere un ruolo centrale. In un’Europa sempre più mediterranea, il Mezzogiorno è la piattaforma logistica naturale, un hub strategico. Va, dunque, sviluppato un dialogo forte con i Paesi del Mediterraneo, a partire da quelli che hanno maggiori credibilità e stabilità, per esempio il Marocco. In ogni caso, la realizzazione di infrastrutture al Sud non è più rimandabile. Potenziare i trasporti significherebbe infatti dare nuova linfa al turismo, all’industria manifatturiera, a quella agroalimentare e a quella green. Detto questo, bisognerebbe agire anche in termini di semplificazione amministrativa e di sicurezza sociale.

Quale ruolo immagina, quindi, per il Sud Italia?

Nel giro di poco tempo il Sud potrebbe diventare il crocevia industriale, digitale e sostenibile dell’Euromediterraneo. Un hub dell’energia pulita per l’Europa, in quanto corridoio privilegiato per il passaggio delle risorse rinnovabili.

Oltre all’energia, su cosa è necessario investire?

Abbiamo il turismo, il digitale, l’agroalimentare e la manifattura. Dobbiamo continuare a valorizzare i settori tradizionali che da sempre ci contraddistinguono nel mondo, ma dobbiamo farlo innovando e digitalizzando. Il turismo, in particolare, ha bisogno di interventi per le infrastrutture, di nuovi itinerari e di consistenti investimenti nel comparto dei beni culturali. Sottolineo quest’ultimo aspetto perché da noi, al Sud, si è sviluppato soprattutto il turismo balneare, meno redditizio rispetto a quello culturale. Una più efficace gestione delle risorse che vada in tal senso consentirebbe al Paese di estendere il turismo stagionale a tutti i periodi dell’anno. Per quanto riguarda il digitale, invece, c’è tutto da costruire. Basti pensare che oggi assistiamo alla vera e propria nascita di nuove economie, come la “data economy”, il che significa che dovremo investire molto in formazione, attrezzature e servizi.

Il mediterraneo è un hub strategico per l’Europa: ecco perché bisogna tornare a investire sullo sviluppo del mezzogiorno

Il 20% del Next Generation EU sarà investito in digitale. Basterà?

Parliamo di una cifra importantissima, ma ricordiamoci che investire esclusivamente sugli strumenti non è sufficiente. Possedere la macchina più veloce non mi rende un ottimo pilota. Questo significa che accanto agli investimenti infrastrutturali servono investimenti sul capitale umano, maggiori risorse per la formazione e la ricerca e un nuovo modello d’istruzione. Bisognerebbe creare degli hub per ascoltare i fabbisogni delle imprese e incentivare una loro maggiore contaminazione con ricerca e istituzioni.

E riguardo ai settori manifatturiero e agroalimentare?

L’Italia è molto competitiva rispetto agli altri Paesi. Tra i maggiori vantaggi concorrenziali basti citare la qualità delle materie prime, la tradizione secolare, la collocazione geografica. È chiaro che non possediamo una capacità produttiva tale da soddisfare i bisogni di intere popolazioni, ma è anche vero che, producendo il top di gamma, possiamo creare prodotti per un target disposto ad acquistare merci ad alto valore aggiunto.