Per oltre vent’anni la Russia è stata considerata uno dei Paesi più avanzati al mondo nell’utilizzo dei pagamenti digitali. Carte, smartphone e bonifici avevano quasi relegato il contante a un ruolo marginale: dal caffè al supermercato, fino agli acquisti di importo più elevato, tutto passava attraverso circuiti elettronici caratterizzati da commissioni ridotte e da un sistema fiscale particolarmente semplice per le piccole attività. Oggi quello scenario sta cambiando rapidamente. L’economia russa sta assistendo a un ritorno del denaro contante, un fenomeno che coinvolge cittadini e imprese e che rappresenta un indicatore della crescente pressione economica e della perdita di fiducia nel sistema.

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La trasformazione assume anche un forte valore simbolico. Quando Vladimir Putin arrivò al Cremlino, tra gli obiettivi della sua presidenza vi era quello di riportare alla luce un’economia ancora segnata dal sommerso degli anni Novanta. La digitalizzazione dei pagamenti e la progressiva riduzione dell’utilizzo del contante contribuirono a rendere più trasparenti le transazioni, rafforzando la capacità dello Stato di contrastare l’evasione fiscale e monitorare i flussi finanziari. Quel modello, considerato uno dei successi della modernizzazione del Paese, oggi mostra però evidenti segnali di arretramento.

A spingere il cambiamento concorrono diversi fattori. Da una parte, i frequenti blackout della rete Internet e le restrizioni imposte per ragioni di sicurezza hanno alimentato il timore che l’accesso ai conti correnti digitali possa diventare meno affidabile. Dall’altra, il progressivo aumento della pressione fiscale sulle imprese e la necessità di contenere i costi stanno favorendo un ritorno ai pagamenti in contanti, spesso anche per ridurre il peso del fisco.

La stessa Banca centrale russa ha contribuito ad aumentare la liquidità in circolazione nel tentativo di sostenere l’economia. Dall’inizio dell’anno sono stati immessi nel sistema 1,56 trilioni di rubli, pari a circa 18 miliardi di euro, il maggiore incremento mai registrato al di fuori del periodo della pandemia. Una massa di denaro che sta alimentando ulteriormente il ricorso alle banconote.

I numeri confermano il cambio di tendenza. Secondo la Banca di Russia, nel mese di marzo i prelievi di contante sono aumentati di 300 miliardi di rubli rispetto al mese precedente, raggiungendo complessivamente 20.000 miliardi di rubli, una cifra pari al 9,1% del Prodotto interno lordo. Parallelamente, secondo quanto riportato dal quotidiano Moskovsky Komsomolets, quasi il 15% dei cittadini russi preferisce ormai conservare i propri risparmi esclusivamente in contanti, una scelta che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile in uno dei mercati più digitalizzati al mondo.

Il ricorso crescente al denaro fisico rappresenta anche un indicatore dello stato d’animo della popolazione. Non è la prima volta che accade. Già nel settembre 2022, dopo l’annuncio della mobilitazione parziale per la guerra in Ucraina, la quantità di contante in circolazione registrò un’impennata. Un nuovo picco si verificò nel giugno 2023 durante le ore di maggiore incertezza provocate dalla marcia verso Mosca della Brigata Wagner guidata da Evgheny Prigozhin. In entrambe le occasioni cittadini e imprese reagirono aumentando i prelievi e accumulando liquidità fuori dal circuito bancario.

Oggi, però, alle motivazioni legate all’instabilità politica si aggiunge un elemento prettamente economico. L’aumento dell’IVA dal 20% al 22%, entrato in vigore a gennaio, insieme all’eliminazione di diverse agevolazioni fiscali, sta spingendo un numero crescente di piccole e medie imprese a ricorrere ai pagamenti in contanti e, in alcuni casi, anche alle cosiddette retribuzioni “in busta”, cioè corrisposte totalmente o parzialmente in nero.

L’allarme arriva direttamente dal principale istituto bancario del Paese. Taras Skvortsov, direttore finanziario di Sberbank, ha parlato di “segnali molto seri”, sottolineando come un numero crescente di aziende stia scegliendo di pagare i salari fuori dai canali ufficiali. Ancora più significativo il dato osservato dalla banca: il contante che esce dagli sportelli automatici non rientra più nel sistema attraverso i tradizionali canali di raccolta, come bancomat, terminali self-service o servizi di versamento. Il denaro, in altre parole, resta nelle mani di famiglie e imprese.

Per il Cremlino il fenomeno rappresenta un problema che va ben oltre le abitudini di pagamento. Più cresce l’utilizzo del contante, più diventa difficile tracciare le transazioni e riscuotere le imposte, proprio mentre il bilancio pubblico è chiamato a sostenere costi sempre più elevati legati alla guerra e all’aumento del deficit. L’espansione dell’economia sommersa rischia quindi di ridurre ulteriormente il gettito fiscale, creando un circolo vizioso che potrebbe rendere necessarie nuove misure di sostegno e ulteriori aumenti delle entrate tributarie.

Non si tratta ancora di una fuga generalizzata dal sistema bancario né di un fenomeno assimilabile a una crisi finanziaria. Tuttavia, il ritorno del contante in un Paese che aveva fatto della digitalizzazione dei pagamenti uno dei simboli della propria modernizzazione rappresenta un segnale da non sottovalutare. A distanza di venticinque anni dall’inizio dell’era Putin, una delle riforme che aveva contribuito a trasformare l’economia russa sembra oggi perdere slancio, mentre imprese e cittadini tornano ad affidarsi al denaro fisico per difendersi dall’incertezza economica e dalla crescente pressione fiscale.