Una volta erano i chepí bianchi della Legione Straniera a strappare l’applauso dei parigini assiepati lungo i marciapiedi degli Champs Elysées per la grande parata militare del 14 luglio. Per qualche nostalgico o nazionalista, “français de souche” come si dice qui, francese da generazioni, quei chepí erano il ricordo di quando “la France était un Empire”, di quando la Francia era un impero (coloniale), che era il titolo di un famoso documentario che si proiettava nelle scuole.

Quest’anno, invece, gli applausi sono andati ai coloratissimi 250 soldati indiani che il presidente Macron, che di politica estera si intende (assai più che di politica interna, come s’è visto con i Gilet gialli, la riforma delle pensioni e l’ultima rivolta delle banlieue a luglio), ha voluto invitare alla più iconica manifestazione pubblica della République.

Obiettivo: mandare un segnale – ecco la furbizia diplomatica! – al premier (sovranista) Narenda Modi il quale, nonostante le derive autoritarie e nazionaliste del suo governo, viene considerato il vero leader del Sud Globale cioè quell’insieme di Paesi che rappresentano più di metà della popolazione mondiale e con il quale l’Occidente è chiamato a confrontarsi – diciamo pure: a fare i conti – sugli enormi dossier di questo secolo, dal riscaldamento globale alla ridefinizione delle regole del commercio mondiale per finire, last but not least, con la guerra in Ucraina.

Anzi, è proprio da qui che il Sud Globale ha cominciato a configurarsi e il primo ministro indiano ad essere corteggiato sulla scena internazionale. Un battaglione delle sue guardie, come detto prima, ha sfilato con l’Armé sugli Champs Elysées il 14 luglio mentre tre caccia Rafale, “fabriques en France”, con le insegne dell’ex colonia inglese (ma l’India ne ha ordinati altri 26), sfrecciavano nel cielo di Parigi, e Modi, solo un mese prima, il 22 giugno, veniva ricevuto in pompa magna a Washington e parlava al Congresso e dal 22 al 24 agosto, ricordiamolo, sarà il leader più acclamato al summit dei Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – a Johannesburg e, infine, a settembre accoglierà a Nuova Delhi i rappresentanti dei Paesi più sviluppati, Russia compresa ma Putin assente perché a rischio arresto, convocati per la riunione annuale del G20.

Non saranno appuntamenti rituali. Macron ha capito per primo che questi 35 Paesi che ora si definiscono il Sud Globale (prendendo a prestito la definizione di quell’attivista americano che nel 1969 denunciò la guerra in Vietnam come il “punto culminante della dominazione del Nord sul Sud globale”) e che il 2 marzo del 2022 all’Onu si astennero sul documento che chiedeva alla Russia di Putin di ritirarsi immediatamente dall’Ucraina, sono una realtà nuova e potente, ben diversa da quell’insieme di Paesi non allineati al tempo della Guerra Fredda degli anni ’60 che il geografo ed economista francese Alfred Sauvy (1898-1990)  aveva ribattezzato “Terzo Mondo” con palese riferimento al Terzo Stato della Rivoluzione francese.

Non c’è bisogno di leggere gli articoli dell’ex ambasciatore cileno in India e Cina, Jorge Heine (pubblicati dal portale The Conversation, un network australiano di think tank specializzati in politica estera) per rendersi conto che i “non allineati” di oggi non sono il Terzo Mondo di settant’anni fa. Solo i Brics, per fare un solo esempio, hanno un pil superiore a quello dei Paesi del G7.

“I Paesi del sud sono semplicemente il mondo” come ha detto la consulente della Casa Bianca per i problemi dell’Eurasia, Fiona Hill, in un recente discorso pronunciato in Estonia. Mentre il ministro degli esteri del Kazakhistan, Roman Vassilenko, se l’è cavata con una battuta: “Ma quale Sud del mondo? Qui in Kazakhistan d’inverno il termometro scende sempre sottozero…”.

In questo caso tutta responsabilità di Putin che, invadendo l’Ucraina, ha spinto molte repubbliche ex sovietiche come il Kazakhistan a sganciarsi (con prudenza) dal controllo di Mosca e aderire (informalmente, perché non c’è allo stato un documento comune) al gruppo dei nuovi “non allineati” (è la stessa dinamica che sta spingendo Paesi come il Vietnam e la Cambogia ad allontanarsi dall’egemonia, anche economica di Pechino: la chiamano la “diplomazia del bambù” per dire della flessibilità di Ho-chi-min City e Phnom Penh verso il gigante comunista).

La partita è tutta economica, come si può capire. Perché in molti casi si tratta di Paesi che hanno bisogno di commerciare con l’Occidente e con Mosca per mantenere il livello di vita delle loro popolazioni. Per dire, l’India continua a importare il petrolio russo per rivendere all’Occidente i prodotti petroliferi raffinati nei suoi impianti.

Ecco perché i Paesi del Sud Globale sono contrari alle sanzioni a Mosca: “Queste misure – ha denunciato il presidente Kazaco Tokaïev – sono un colpo alle nostre economie e sconvolgono l’ordine mondiale”.

Il gran capo della Total, monsieur Patrick Pouyanné, che continua a lavorare nella Russia di Putin nonostante le sanzioni, la spiega così: “I Paesi del Sud sono terrorizzati per le loro economie. Se gli Stati Uniti e l’Europa lo hanno fatto con Putin, lo potranno fare anche con noi: ecco quello che dicono”.

Sono terrorizzati e fanno un parallelo tra l’invasione dell’Ucraina e quella dell’Irak da parte degli Stati Uniti nel 2003 (senza il mandato dell’Onu). E pensano anche all’intervento di Francia e Gran Bretagna nella Libia di Gheddafi nel 2011 che ha portato, come si sa, all’implosione di quel Paese (e l’Italia ne sta pagando le conseguenze migratorie). Risultato (per dirla con le parole del presidente del Camerun Paul Biya rivolte a Macron che criticava i Paesi africani accusati di ipocrisia durante una sua visita a Yaoundè): “La guerra in Ucraina è un affare europeo e noi africani dobbiamo restarne fuori”.

Insomma, i Paesi del Sud Globale non si fidano. Hanno già pagato la crisi economica del 2008 (sub-prime e crollo dei mercati finanziari), la crisi sanitaria del Covid (con le accuse della Cina all’Occidente di accaparrarsi i vaccini) e ora la guerra in Ucraina con l’aumento dei prezzi energetici e l’esplosione dell’inflazione che ha messo in forte difficoltà i debiti pubblici di una cinquantina di governi, dallo Sri Lanka al Ghana.

“Le spese per petrolio e gas hanno fatto saltare il nostro bilancio e non so come ne usciremo” ha confessato a Le Monde la prima ministra (laburista)delle Barbados Mia Mottley durante una visita a Parigi.

Spese tutte da pagare in dollari e anche questo crea disagio tra i Paesi del Sud Globale. E così si spiega la proposta del presidente brasiliano Lula (altro leader in pectore del Sud Gobale) di creare, nell’ambito dei Brics, una valuta alternativa al dollaro. Sostenuto, pensate un po’, dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che al G7 di Hiroshima del maggio scorso ha denunciato l’architettura finanziaria mondiale come “obsoleta e ingiusta”. Da qui all’altra denuncia delle istituzioni finanziarie globali, dalla Banca Mondiale a Fondo Monetario internazionale, considerate un “residuo post-coloniale”, il passo è breve.

Ce ne sarà da discutere al G20 del 9-10 settembre prossimo a Nuova Delhi.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.