Riforma della giustizia penale: quale compromesso all’orizzonte?

La riforma della giustizia,  così fortemente voluta dal Presidente del Consiglio Mario Draghi e dal Ministro della Giustizia Marta Cartabia,  rischia di restare un’occasione sprecata relativamente a un aspetto colpevolmente trascurato anche nel dibattito pubblico. Si tratta del danno reputazionale che colpisce le vittime degli errori giudiziari. L’evoluzione dei tempi fa sì che le ricadute negative di queste disavventure vengano enfatizzate dalla comunicazione online. Ed è un problema che assume una sua particolare criticità allorché parliamo di imprenditori e aziende. Ancor più se si tratta di realtà quotate.
La questione potrebbe naturalmente essere declinata per singole situazioni, ma in questa sede non si intende rimarcare la gravità di questo o di quell’altro caso, quanto piuttosto sottolineare l’urgenza di intervenire, e di conseguenza il forte rischio che non lo si faccia, su un tema che dovrebbe essere valutato nella sua congruità: siamo di fronte all’interesse generale a una maggiore tutela rispetto a situazioni troppo spesso ricorrenti.
Occorre avere maggiore riguardo verso la difesa di un patrimonio di valori patrimoniali, finanziari ma anche etici e culturali, espressi dal sistema italiano delle imprese.

Si sarebbe dovuta cogliere l’opportunità della riforma, andando più a fondo nell’ambito del generale diritto all’oblio. Dovrebbero farlo non solo la Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ma anche, Dovrebbero farlo non solo la Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ma anche, per lo loro competenze, i Ministri  dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, del Turismo, Massimo Garavaglia e dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli.

D’altra parte, in assenza di più adeguata strumentazione normativa, va ripensato probabilmente anche l’approccio che le stesse imprese devono assumere rispetto a evenienze quali un possibile danno reputazionale. A maggior ragione tale linea di condotta è indispensabile, se si considera come sia ormai consolidata, anche sotto un profilo scientifico, quella che viene etichettata come  ingegneria reputazionale. La tecnologia consente di computare il valore di un’azienda, di un brand, di un’attività professionale che è fatta di beni tangibili, ma anche di identità digitale, valori relazionali costruiti attraverso la rete, storie d’impresa che fidelizzano un potenziale pubblico di clienti acquirenti o fruitori di servizi. Tutto questo viene colpito ‘al cuore’ da situazioni che possono essere di vario genere e anche di impatto molto differente. Da vicende giudiziarie a fake news, a diversi altri imprevisti.

In queste circostanze, se non si è avuta la possibilità di prevenire oppure attutire in larga parte il danno, occorre ricostruire la reputazione. Chi si trova in tali condizioni, deve avere la lucidità e la lungimiranza per capire di dovere farlo affidandosi a degli esperti. Rilanciare un’immagine aziendale non è obiettivo da affidare a improvvisazione personale o a neofiti. Bisogna puntare su strategie di comunicazione spesso complesse e sofisticate, che solo dei professionisti sono in grado di elaborare e portare avanti in affiancamento all’azienda e al suo vertice. In gioco vi sono ovviamente valori anche economici. Che possono essere salvaguardati investendo su consulenze qualificate in grado di abbattere gli effetti dannosi del vulnus alla reputazione.
In genere viene definito un vero e proprio piano strategico di gestione della crisi reputazionale. Uno strumento che spesso è ancora più necessario se l’azienda e la sua immagine si sovrappongano con quelle dell’imprenditore o imprenditrice o manager che la guida, se insomma la percezione da parte degli stakeholder si ricollega automaticamente a una figura che finisce con l’impersonificare l’impresa e il suo mondo di valori.

La strategia per azzerare o ridurre il danno reputazionale non può che essere personalizzata, va ritagliata sul contesto e sulle persone che di volta in volta devono essere tutelate. Ma è altrettanto evidente che, per muoversi su questo fronte, occorre avere cognizioni tecnologiche e normative specialistiche, tali ad esempio da saper utilizzare il diritto all’oblio e altri strumenti giuridici per tutelare l’identità on line di persone fisiche, imprese, enti, ma con margini di efficacia più ampi di quelli attuali o futuri, una volta attuata la Riforma.
Accanto alla funzione comunicazione vanno dunque aggiunte  la conoscenza del web e le competenze legali che permettano di sviluppare strategia e interventi finalizzati alla riabilitazione e alla difesa della reputazione on line, anche attraverso risultati come la cancellazione dai motori di ricerca e dal web di articoli, commenti, recensioni, immagini nocive per la persona o l’impresa in questione.
In attesa dunque di una maggiore attenzione normativa, imprese e professionisti faranno bene ad attivare strumenti come quelli indicati per azioni di recupero dei propri standard reputazionali.