Non solo chi è senza lavoro è povero. Esiste un fenomeno chiamato povertà lavorativa che descrive, appunto, il fenomeno della povertà diffusa tra chi lavora. Non è una novità di oggi, legata cioè alla crisi attuale, bensì un fenomeno presente in Europa e rimasto sostanzialmente quasi invariato negli ultimi 10 anni.

Salario minimo e povertà lavorativa

Il tema è legato al salario minimo di cui in Italia si discute da anni, ma su cui ancora non sono state prese decisioni. Le camere in materia si sono pronunciate nei giorni scorsi, quando ma una serie di mozioni presentate da Andrea Orlando (Pd), Giuseppe Conte (M5s), Matteo Richetti (Iv) e da Marco Grimaldi (Avs) in favore all’introduzione del salario minimo. La maggioranza si è invece espressa contrariamente al salario minimo e favorevole al ricorso a misure alternative per tutelare i lavoratori.

In Italia il salario minimo è determinato da una contrattazione collettiva per settore e perciò a differenza di altri stati membri dell’Unione europea siamo sprovvisti di questa misura.

Il fenomeno della povertà lavorativa in Europa

Nonostante l’Unione europea la consideri un fenomeno da arginare, è ancora ampiamente diffusa, e l’Italia è uno degli stati membri con più lavoratori a rischio. Prevenire tale condizione fa parte di un progetto più ampio, ovvero della strategia comunitaria per arginare la povertà.

Si definisce povertà lavorativa il fenomeno per cui persone regolarmente occupate risultano essere a rischio povertà, ovvero che hanno un reddito disponibile equivalente al di sotto della soglia di povertà relativa (fissata al 60% del reddito medio nazionale).

Ci sono una serie di fattori che incidono su questa condizione, ad esempio la cittadinanza (gli stranieri sono quasi ovunque più esposti a questo fenomeno). Ma anche l’età (a scapito dei giovani) e il livello di educazione (l’incidenza è maggiore tra chi non possiede un titolo di studio terziario).

Alta e bassa intensità lavorativa

L’intensità lavorativa è il rapporto fra il numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante l’anno e il numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative. Anche tra chi lavora intensamente l’incidenza di povertà può essere elevata, se la retribuzione risulta non adeguata. Il 9,4% delle famiglie a “elevata intensità lavorativa” è comunque a rischio povertà, con picchi del 19,8% in Romania e del 14,3% in Lussemburgo. Normalmente però il rischio povertà è più elevato se l’intensità lavorativa è bassa. In Italia, è a rischio povertà il 40,2% delle famiglie a bassa intensità lavorativa, il 25,7% di quelle a intensità media e l’8,3%% dei nuclei a intensità lavorativa alta.

La povertà lavorativa nella UE e in Italia

Nel 2021, quasi un decimo di tutti i lavoratori, mediamente nell’Unione europea, è a rischio povertà. L’8,9% dei lavoratori in Ue è a rischio povertà (dato 2021). E’ un dato che nel corso dell’ultimo decennio è rimasto sostanzialmente invariato con lievi oscillazioni e si è attesto tra l’8% e il 10%. La Romania riporta però un 15,2% di lavoratori a rischio povertà. Il Lussemburgo 13,5% e la Spagna 12,7%. In Italia siamo al 11,7% mente nel 2018 eravamo al 12,3%.