il futuro del governo Draghi dopo l'uscita dai Cinquestelle di Di Maio

Quando le cose ovvie e stra-annunciate si verificano fa sempre un po’ di effetto, e la scissione dei Cinquestelle tra Dimaiani e resto del micromondo conferma la regola. Però al di là dell’imbarazzante passerella di pochezze da ambo i lati, al di là dell’irresistibile voglia di sfottere il Di Maio che “aveva sconfitto la povertà” quanto il Giuseppi (Conte) che aveva firmato nelle mani di Trump il raddoppio delle spese militari, c’è poco da ridere.

Elezioni politiche 2023, verso il disastro

Il Paese marcia a ritmo cadenzato verso elezioni politiche disastrose, flagellate da astensionismo, populismo e nientismo. C’è un centro virtuale, popolato di mezze figure, privo di leader ideologici (aridatece Fanfani!) e di raccoglitori di voti.

Un centro orfano di un Berlusconi ormai oltre l’evanescenza; un centro impossibilitato a vedere in Letta l’unica sostanza, che è quella post-democristiana, per le posizioni radical-chic cui lo vincola la scialba condivisione della matrice piddina; un centro spaventato dalla retromarcia della Lega su posizioni nordiste e ancor più dalla coda lunga di brutti arnesi che zavorrano il volo della Meloni.

Draghi, niente più che una safety car

Un centro che quindi non può farsi né centrosinistra né centrodestra, ma che come centro è inconsistente.

Per carità, c’è Draghi. E oggi se Draghi capeggiasse dichiaratamente un’aggregazione elettorale, vincerebbe.

Ma intanto è improbabile che l’Iceberg di Palazzo Chigi sia così sedotto dal potere – per quanto camuffabile come amor patrio – da scendere in campo in prima persona; e poi anche Supermario più che vincere per abbandono degli avversari non potrebbe, in una libera competizione elettorale, perché al di là del ruolo storico di “safety car” della politica che sta ben rivestendo, è capace di accendere gli animi come un accendino scarico è capace di accendere una sigaretta: zero.

5Stelle, pauperisti ma draghiani

La scissione dei Cinquestelle anticipa di un anno l’evaporazione di un partito movimentista e oppositore, fondato da quel Beppe Grillo che è un pessimo soggetto di incerta professione e miracolosamente diventato polo di aggregazione per tanti elettori in buona fede e per pochi validi giovani politici che sarebbe un peccato perdere, dalla Castelli a Patuanelli a Fraccaro e qualche altro.

Con quest’evaporazione però – salutare per molti versi, vista la proterva matrice aggressiva del cantore del “vaffa” da cui tutto ebbe inizio – evapora però anche una componente idealista di cui pure si sentirà la mancanza.

Per capirci: assurdo predicare l’abolizione della povertà o varare quell’obbrobrio che è il reddito di cittadinanza, ma nauseante anche aderire al modello finanziario american-draghista che semplicemente la povertà la ignora; ridicolo proibire i termovalorizzatori, ma giusto fare le pulci ai signor-no che in giro per l’Italia boicottano le rinnovabili.

La sinistra, più per Lgbtq che per i lavoratori

In Italia l’opposizione di sinistra è stata fagocitata da un governismo acritico, ha sostituito alla battaglia per i diritti sociali quella per i diritti civili, indifferenza per i gig-works e massima cura per l’universo Lgbtq+

La destra machista e ambigua

L’opposizione di destra è impastata di bullismo machista border-line con la malavita organizzata.

Il minimo che possa succedere è che a votare ci vada la metà degli elettori e che ne scaturisca un Parlamento coriandolizzato, incapace di esprimere una qualunque organica visione per il futuro del Paese.

L’eredità del post Di Maio è pressappoco questa. Il resto – dove andrà, se farà un secondo mandato, fino a che punto collaborerà col Pd – è colore locale.