Il termine “white collar” – ovviamente ‘colletto bianco’ in italiano – fu coniato negli anni Trenta del secolo scorso dallo scrittore attivista americano Upton Sinclair per descrivere una sorta di nuova classe sociale emergente che non rientrava nella tradizionale definizione di ‘proletariato’, ma non era neanche ‘padronale’. Oltre alla camicia cangiante, i suoi appartenenti si distinguevano soprattutto per il fatto di non fare un lavoro fisico e di essere perlopiù ’stipendiati’ su base mensile anziché ’salariati’ in rapporto alle ore lavorate. Quella di Sinclair fu un’invenzione fertile. Portò quasi subito alla creazione specolare del termine “blue collar” – altrettanto ovviamente ‘colletto blu’ – per identificare i lavoratori manovali. Il colore prescelto era riferito alle camicie in denim leggero (o ‘chambray’) comunemente portate all’epoca dagli operai. Da allora le due definizioni hanno sostanzialmente perso ogni collegamento con la maniera di vestirsi degli interessati, ma non si è più smesso di inventare nuovi ‘colletti’ dalle tonalità più fantasiose. Ad oggi, il mondo anglosassone riconosce colletti di praticamente ogni colore dell’arcobaleno.Tra i primi pare esserci stato “pink collar”, per distinguere i lavoratori del settore dei servizi. Figure come camerieri, addetti alla vendita nei negozi, badanti, bambinaie e quant’altro: cioè tutti i tipi di inservienti il cui lavoro si basava sul rapporto diretto con le persone. All’epoca dell’invenzione del termine – gli anni Settanta – queste erano ancora perlopiù occupazioni femminili: da lì la scelta, oggi forse infelice, del colore rosa.È inutile in questa sede ripassare l’elenco dei tanti ‘colletti’ attualmente in uso visto che Wikipedia ne propone una lista estesa (qui, in inglese). Non possiamo però mancare di citare “no collar”, gli artisti e gli ‘spiriti liberi’ che privilegiano la passione creativa e la crescita personale rispetto alla busta paga…

Da “Nota Design” di James Hansen