Attorno a una moka si può discutere di tutto, perfino di strategie industriali globali. E non è un paradosso, se al centro del tavolo c’è Bialetti, uno dei marchi più riconoscibili del made in Italy. La società di Omegna, fondata nel 1919 da Alfonso Bialetti, apre il proprio capitale a nuovi soci di peso, rafforzando un’operazione di rilancio avviata nei mesi scorsi.

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Dopo l’ingresso, a giugno, della holding milanese Nuo, il perimetro azionario si amplia con l’arrivo di Prima Holding – la cassaforte dei figli di Sergio Loro Piana – Gefim, riconducibile alla famiglia Zambon, e Carisma, la holding presieduta da Giovanni Cagnoli, fondatore di Bain & Company Italia. Nel complesso, i nuovi ingressi porteranno in dote una quota superiore al 10%, rilevata da alcuni degli azionisti della prima ora.

Un passaggio che consolida la traiettoria impressa da Nuo, salita al controllo dell’azienda con il sostegno finanziario di due famiglie internazionali: i Pao di Hong Kong, tra i più antichi family office cinesi, e i Guerrand, eredi di Emile-Maurice Hermès, fondatore della maison Hermès. Un incrocio di capitali che unisce Asia, Francia e Italia attorno a un oggetto simbolo del caffè domestico.

L’operazione non è solo una questione di quote. È un’architettura di governance che punta ad allineare investitori e management, anche attraverso la partecipazione diretta dei manager di Nuo con una piccola quota. Una scelta che, nella logica dei fondi pazienti, serve a garantire coerenza tra chi mette le risorse e chi disegna la rotta industriale.

E la rotta è chiara: crescita internazionale. Se in Italia la moka è un rito quotidiano, altrove è ancora un’abitudine da costruire. Il piano prevede di rafforzare la presenza nei mercati chiave, a partire da Cina e Stati Uniti, lavorando non solo sull’iconico strumento per preparare il caffè, ma anche sull’espansione del business legato al prodotto finito. In altre parole, esportare non solo un oggetto, ma un consumo.

Il momento sembra favorevole. Nel 2024 Bialetti ha registrato ricavi per 149 milioni di euro, in aumento del 5,9% rispetto all’anno precedente, con margini in miglioramento. Segnali che indicano una fase di stabilizzazione dopo anni segnati da tensioni industriali e finanziarie. Il nuovo azionariato arriva dunque in un contesto di ripresa, con l’obiettivo dichiarato di trasformare la risalita in sviluppo strutturale.

La leva, come spesso accade in questo tipo di operazioni, è la combinazione tra capitale e relazioni. Le famiglie coinvolte mettono sul tavolo non soltanto risorse finanziarie, ma anche reti internazionali, competenze e accesso a mercati complessi. Un ecosistema che può fare la differenza quando si tratta di posizionare un marchio storico in scenari competitivi globali.

Il modello di Nuo è peculiare. Fondata nel 2016, la holding opera con un approccio “a chiamata”: individua brand italiani forti nei beni di consumo e propone l’investimento ai family office partner, che decidono di volta in volta se aderire. Una volta raccolte le adesioni, Nuo gestisce l’operazione in esclusiva, definendo strategia e tempi di uscita. In dieci anni ha investito circa 500 milioni di euro in quindici aziende, tra cui Scarpa, Montura, Ludovico Martelli, Subdued e Bending Spoons.

Le società in portafoglio generano complessivamente oltre 2 miliardi di fatturato, con margini in crescita e organici in espansione. Ora l’obiettivo dichiarato è mobilitare ulteriori 500 milioni per sostenere nuove operazioni legate al made in Italy. Nel caso di Bialetti, la scommessa è duplice: consolidare il rilancio industriale e trasformare un’icona domestica in un player globale più strutturato.