Allergeni

L’incertezza dei nostri giorni viene momentaneamente offuscata da una buona notizia per le imprese della filiera agroalimentare, che merita una riflessione. Dall’ultimo report dell’Osservatorio Immagino GS1, specializzato nell’analisi dei consumi degli italiani, emerge che, negli ultimi quattro anni, il mondo del “free from” – per esempio le etichette “senza zucchero”, “senza Ogm” e “senza olio di palma” – ha subito un rallentamento costante. Parliamo di un comparto da 7 miliardi di fatturato, quasi un quarto del paniere alimentare preso in esame, per 17 categorie di 17mila prodotti circa, presenti su tutte le linee della Gdo nazionale.  Nonostante le innovazioni introdotte, volte a cogliere le nuove tendenze di consumo, come il “senza antibiotici” o il “non fritto”, si registra un rallentamento costante delle vendite condizionate da questa tipologia di etichettatura. “Senza coloranti”, “senza additivi”, “senza zuccheri aggiunti” e altre ancora: sappiamo che indicazioni come queste sono legate a mode del momento e che, come tali, si esauriscono. 

Come ha osservato Guendalina Graffigna, Ordinaria di Psicologia dei consumi e della salute all’Università Cattolica,sui prodotti free-from ed enriched la psicologia ha un forte impatto perché attivano una sorta di irrazionale equazione psicologica secondo cui alcuni ingredienti, se proposti come “eliminabili” o “sostituibili”, allora vengono anche percepiti come “nocivi””. Certo, c’è la paura alimentata da campagne di comunicazione e pubblicitarie spesso fuorvianti. Come anche il fine nobile di contribuire, in prima persona, a contrastare il cambiamento ambientale. Al netto della consapevolezza o meno che certe azioni individuali valgono il tempo che trovano. Tuttavia, con una pandemia in corso e le relative incognite sanitarie ed economiche che hanno fatto il loro ingresso nelle famiglie degli italiani, i timori sono ben altri. Va inoltre ponderata la portata degli investimenti da parte delle aziende. Se non sono rapportati a influenzare sul lungo periodo il potenziale cliente, quest’ultimo si può disaffezionare.

A proposito dell’olio di palma

Il caso del “senza olio di palma” è emblematico. Dopo un vero e proprio boom di preferenze da parte del consumatore per i quasi 3mila prodotti con questa etichettatura, con crescite anche a due cifre nel biennio 2017-2018, negli anni successivi la tendenza si è stabilizzata fino a raggiungere un trend negativo negli ultimi 12 mesi rilevati. Si registra nell’ultimo anno una riduzione di oltre il 7%, passando da un’incidenza del 6,9% al 6,4%. A pesare, nello specifico, è stata anche la contrazione della domanda (-1,6%). D’altra parte, se è vero che il segmento “senza olio di palma” resta ancora al secondo posto per rilevanza – fette biscottate, merendine e biscotti, integrali e salutistici, la fanno da padrone – si osserva con sempre maggiore evidenza l’indebolirsi di una moda che sia dal punto di vista salutistico che ambientale non ha alcun senso, anzi potrebbe essere controproducente, come confermano gli esperti. 

Il consumatore oggi è sicuramente più consapevole e informato e la sua percezione è migliorata non solo dal punto di vista nutrizionale, ma anche ambientale e sociale. L’Osservatorio Immagino evidenzia tra l’altro la crescita costante del giro d’affari dei claim sulla “sostenibilità” e dei prodotti certificati. Certificazioni di origine, di conformità agli standard comunitari, di tracciabilità delle filiere e responsabilità sociale sono sempre più diffuse. Secondo gli ultimi dati della European Palm Oil Alliance, nel 2020 il 90% dell’olio di palma entrato in Europa è certificato sostenibile secondo i criteri della Roundtable Sustainable Palm Oil (RSPO). Tale percentuale sale almeno al 93% se si considera il mercato del food italiano.

A dispetto delle mode e delle ideologie, la scelta del consumatore ricade dunque su un prodotto che soddisfi le sue esigenze di salute, sostenibilità, ma anche di bontà e qualità. Il mercato sta dando fiducia a una filiera produttiva che opera all’insegna della trasparenza e applica regole e processi innovativi tali da permettere al prodotto di essere sempre più sostenibile, dando credito al messaggio promosso dall’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile: la sola alternativa all’olio di palma è l’olio di palma certificato sostenibile”.

 

Mauro Fontana 

Presidente

Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile