di Diana Daneluz

Talent scout di talenti, artigiani, creativi in giro per il mondo,
ma barra dritta sulla sostenibilità. A tu per tu con la Etichal Fashion Promoter Patrizia Franzolin Capanna. Vive e lavora a Roma, ma il suo è tutto un mondo autenticamente eco-solidale-sostenibile. Un mondo…bello

Cosa fa esattamente una Etichal Fashion Promoter e come lo si diventa?

Sicuramente non si improvvisa. Una mia vocazione filantropica presente da sempre, si è all’inizio espressa nella charity, a Londra, dove mi ero trasferita con la famiglia intorno agli anni 2000. Facevo parte del Circolo delle Donne Italiane che sotto il Patrocinio dell’Ambasciata italiana si occupava esclusivamente di charity. Al suo interno, seguivo il cinema per gli emigranti: proiettavo a casa mia film italiani e poi si animava una discussione. Si pagavano 5 pounds per partecipare e le somme raccolte andavano a sostenere borse di studio, la cattedra di italiano ad Oxford, l’ospedale e i detenuti italiani a Londra. Durante quel periodo sono entrata in contatto con tante realtà e da lì si è dipanata una passione poi tramutatasi in un lavoro. Dapprima ho costituito una Onlus, allora con il patrocinio dell’Acli, poi confluita nella società di famiglia Patrizia Franzolin Capanna Etichal Fashion Promotor. Obiettivo: supportare le comunità internazionali acquistando e rivendendo il loro artigianato. Con dei confini chiari: quella che proponevo avrebbe dovuto essere una moda buona. Anche quando si tratti di importare brand di lusso, tutto deve comunque essere frutto della tradizione e della cultura dei Paesi d’origine, realizzato a mano, con tecniche antiche – molte delle quali si stanno purtroppo perdendo –, con ricami a mano, e soprattutto con la massima attenzione al fair trading, e cioè all’assenza di sfruttamento della manodopera, meno che mai di quella di minori, attraverso l’erogazione della giusta retribuzione al lavoratore. E naturalmente nessun maltrattamento degli animali.

In ossequio alla Fashion Revolution di matrice americana?

Il mio progetto, in bilico tra estetica ed etica, sposa in pieno la Fashion Revolution, che si propone di sensibilizzare il pubblico sul perché un capo di certi brand commerciali costi a volte così “poco”. Verso una umanizzazione del prodotto che costringa l’acquirente a chiedersi “Who made my clothes?”, a chiedersi cioè quale sia l’anello debole della catena che dal tessuto, alla sua lavorazione, al confezionamento, all’export permette si possa acquistare un prodotto, che viene da così lontano, ad un prezzo così basso. E naturalmente quell’anello debole della filiera è sempre il lavoratore sottopagato. Quindi sicuramente sì, la mia politica, quasi una filosofia, è quella di contribuire a contrastare la fast fashion del consumismo, dello spreco, e anche dell’imitazione.
Ripongo poi la massima attenzione nelle mie scelte all’utilizzo di materiali e colorazioni che non siano nocivi per il nostro corpo. Molti studi hanno attestato come le sostanze chimiche presenti nei colori dei capi che indossiamo o degli oggetti con cui veniamo a contatto siano responsabili di malattie e tumori della pelle. Le stesse sostanze chimiche poi riversate nell’acqua nuocciono in definitiva al nostro stesso pianeta. Via libera quindi ai tessuti e alle tinte naturali, di pari passo con la ricerca di filati realizzati con tecniche antiche e di stoffe ricamate. I materiali dei pezzi che scelgo sono tutti naturali e organici, evito in ogni modo il sintetico, Le serigrafie utilizzano tinte di derivazione naturale. Ci sono rituali antichissimi per derivare queste tinte. Penso all’indaco blu, colore che esiste da secoli, usato soprattutto in India ora, e proveniente da minerali o da fiori. Penso al viola e al rosa che in Guatemala si ricava dalla bollitura di fiori di buganvillee, oppure ai colori che derivano dal carbone. Oltre al cotone esistono tante altre fibre che hanno un effetto setoso, di cui io importo dei kimono, come il Modal, fibra tessile artificiale ottenuta dalla filatura della cellulosa estratta solo dal legno di faggio.

Parlando di ‘oggetti’, cosa raccoglie in giro per il mondo? Come sceglie dove andare?

È abbastanza casuale in verità. Ma quando scelgo un Paese lo studio, mi informo se ospiti tradizioni artigianali e se sì quali, faccio tanta ricerca a monte per scoprire dove posso trovare cose etiche. Sostanzialmente, poi, compro quello che mi piace. Quello che mi piace, ma anche quello che penso possa piacere qui da noi. Inutile riportare dei sari indiani che nessuna qui indosserebbe, a meno che per certi abiti o oggetti non si individui poi una destinazione d’uso diversa. È il caso ad esempio di certe bellissime stole, molto grandi, che spesso vengono qui acquistate per farne dei runner per la tavola o delle tovaglie. Prediligo sempre le procedure di una volta, come quella che realizza la mussola, tessuto ormai raro da noi e invece ancora diffuso in Bengala. La mussola ha una storia antichissima, tessuto che non si sgualcisce, di mussola erano fatte le toghe degli antichi romani. Ed è prezioso. Come per i diamanti esiste una classificazione della mussola, di classe a, b, c, fino ad arrivare al gradino più basso, quello del cotone. La mussola è infatti un cotone pregiato. E poi i ricami fatti a mano e altre tessiture come quella della Pashmina nelle sue differenze col Cachemire, si tratta infatti di differenti capre. Il filo utilizzato per la Pashmina è di dieci micron, più sottile di un nostro capello, molto più sottile rispetto al Cachemire, ci vuole una grande tecnica e una grande bravura per filarlo. E ogni Pashmina autentica reca una sigla che è la firma del Master che l’ha realizzata e può arrivare, se grande e ricamata, anche ad un prezzo di 2000/3000 euro: è il filato al momento più pregiato al mondo. Se non consideriamo lo Shahtoosh, naturalmente, parola di origine persiana dal significato di “fatto dalla natura per il Re”. Re delle lane esso stesso, lo Shahtoosh è stato reso illegale dall’editto di Washington del 1981, perché i bracconieri cacciavano migliaia di antilopi tibetane mettendo a rischio l’esistenza della specie perché potesse essere usato il vello morbidissimo del loro sottogola, capace di scaldare l’inverno e fresco d’estate. L’illegalità non ha fermato tutt’oggi il commercio, al mercato nero, di questo caldo, super sottile e leggerissimo tessuto e una sciarpa di Shahtoosh può arrivare a costare anche diecimila euro. Un altro progetto interessante è quello che si realizza in Myanmar, l’ex Birmania, unico produttore di un tessuto fatto di fiori di loto. I fiori di loto nascono nel fango e possono essere colti solo in determinati periodi dell’anno. Il loro gambo, aperto, si rivela pieno di filamenti, che vengono tessuti al telaio, una lavorazione certosina. Una volta realizzata la sciarpa, la stola o qualunque altro manufatto, lo stesso viene immerso in colori naturali e essiccato all’aria aperta. Al tatto fra lino e cotone, che mi risulti solo Loro Piana con una cooperativa locale ha usato il fiore di loto per i suoi tessuti. Penso anche ai pigiama indiani, fatti a Jaipur, stampati a mano con colori naturati tramite una vecchia tecnica che si chiama Block Printing, che utilizza blocchi di legno. Le fantasie, fiori particolari, risalgono alle decorazioni della Dinastia Moghul, famosa per la sua attenzione alle arti, che ha dominato l’India dal 1760 al 1803, ultima forza unificatrice prima della conquista europea. La sua fine aprì indirettamente le porte dell’India alla penetrazione e alla dominazione britannica. Una dinastia che si è esaurita, ma non così il suo gusto e i suoi decori che ritroviamo ancora in tantissimi palazzi storici e nelle stoffe.

Oltre alla ricerca dei tessuti, dei capi, degli oggetti, la sua distribuzione, una volta rientrata è fatta di racconto. Conta più il manufatto o la storia che c’è dietro?

Sicuramente la storia, la storia che racconterò alla cliente una volta tornata in Italia, quella storia capace appunto di umanizzare il prodotto. Come quella che c’è dietro le grandi stole tipiche che citavo prima, che Lei ha visto, bellissime, realizzate in seta pura con ricami a mano, con una tecnica antica che le rende leggerissime seppure così grandi, che si chiamano Phulkari e vengono dal Punjab, una regione al confine con il Pakistan. Hanno una tradizione millenaria tramandata di madre in figlia, e venivano realizzate in occasione della nascita di una figlia femmina, un evento da festeggiare che giustificava la particolare attenzione posta alla manifattura con il ricorso a questa tecnica preziosa, perché la donna, appunto, sarà madre. E in origine, invece dei fiori ricamati che le decorano oggi, si utilizzavano fiori veri. Queste sono state fatte in un piccolo negozio artigianale che ancora utilizza la tecnica originaria.

Tra queste storie ce ne è una cui è particolarmente legata?

Un progetto di tantissimi anni fa cui sono particolarmente legata è quello dei gioielli delle Tribù Masai. Realizzati con piccole perline di materiale riciclato, oro a 18 e 22 carati, filo anch’esso in plastica riciclata, e così le pelli per gli inserti e le chiusure e i tanti piccoli particolari in metallo riciclato. Erano meravigliosi, sostenibili ante litteram, sono stati esposti anche a New York. Meravigliose le fotografie che mi mandavano dei guerrieri e delle donne delle tribù. La prima collezione ricordo che era totalmente di colore bianco, il colore della purezza, della pace. Ho amato molto anche lavorare con il Guatemala, con le sue vestigia dell’antica tradizione dei Maja. Il 90% della popolazione guatemalteca ha sangue Maja nelle vene e la tessitura e la miscelatura dei colori in Guatemala ha prodotto gli esiti più belli tra quelli che ho visto nei miei viaggi.

Privilegia il mondo femminile delle artigiane, delle donne, in qualche modo?

In parte sì, anche se non faccio discriminazioni, lavoro con molti artigiani uomini. Tuttavia, quando posso sono felice di aiutare le donne. In Guatemala ho lavorato con un villaggio dove operavano solo cooperative femminili, che impiegavano anche persone con disabilità. La condizione della donna in alcuni Paesi è terribile, spesso e volentieri sono recluse e quindi hanno bisogno di lavorare, per avere una piccola indipendenza. Le donne egiziane ad esempio versano in condizioni molto difficili, in special modo quelle che vivono nelle zone rurali. Quest’anno ho portato avanti anche un progetto con donne bulgare in collaborazione con la company di una designer israeliana per la quale le donne di alcuni villaggi realizzano in seta o in batista fazzoletti da naso o cuscinetti profuma-biancheria ripieni di lavanda, tutti con una stampa o un ricamo, interamente fatti a mano. In ogni prodotto quando confezionato è riportata la storia del progetto e il nome scritto a penna di chi lo ha confezionato. Culturalmente in molti Paesi predomina il lavoro femminile, come in alcune tribù della Colombia dove vige il matriarcato, gli uomini non lavorano e le donne si ingegnano realizzando, ad esempio, le loro tipiche e bellissime borse anch’esse dalla tradizione antichissima. Sono tutti progetti che in qualche modo, attraverso il lavoro, contribuiscono all’emancipazione della donna, le assicurano una certa indipendenza economica, spesso anche per riuscire a mandare i propri figli a scuola. L’educazione scolastica del resto è sempre stata anche per me al centro e dove ho potuto ho contribuito in prima persona. Ad esempio, in Nepal dove ho per tre anni assicurato il pranzo, un progetto come gli altri di volontariato condiviso con mio marito, a circa 60 ragazzi nei giorni di scuola, perché altrimenti le famiglie non li avrebbero mandati. Più in generale, di volta in volta, una percentuale del ricavato dalla vendita delle mie collezioni è stato devoluto a diverse Associazioni – anche Differenza Donna, ad esempio, a Roma -, e sono tante le cause sostenute nel tempo. In Guatemala quella di un’associazione che si occupava di giovani donne e bambine abusate fornendo l’assistenza medica necessaria e poi dell’associazione Sulla Strada che assisteva invece bambini piccoli feriti o mutilati dopo essere stati impiegati nella realizzazione di fuochi d’artificio. Oggi sono socia onoraria dell’associazione Modelli si nasce, prima agenzia di modelli per ragazzi autistici, che ho sostenuto in diverse occasioni.

È nata prima la passione per i viaggi o le appassiona viaggiare per il tuo lavoro?

Nasco viaggiatrice. Sempre e da sempre animata dalla curiosità e dall’interesse verso gli altri popoli, verso le loro tradizioni, il loro cibo. Oggi alterno i viaggi in Paesi da scoprire alle trasferte nelle grandi fiere internazionali in America, in Inghilterra, in Germania dell’artigianato e sempre più di quello eco-etico-solidale, direzione verso cui si sta finalmente muovendo il mondo. Non era certo così quando ho iniziato. Non si parlava di moda etica, si confondeva la moda etica con la moda etnica e qualche volta, anzi, ci si confonde ancora.

Consulente per il Bello lo è sempre stata, se ripensiamo ai suoi esordi come wedding planner, in tempi decisamente non sospetti. Sente di aver in qualche modo precorso i tempi?

Non per farne un vanto, ma decisamente sì. Per l’esattezza sono stata special event consultant, figura che all’epoca nessuno ricopriva in Italia. E in questa veste ho curato matrimoni come quelli di Colin Firth o del cugino di Carlo d’Inghilterra, di personaggi dello spettacolo, ma anche tanti eventi per aziende straniere e italiane. Avevo un modo di lavorare unico, offrendo una consulenza completamente gratuita per i miei clienti. Questo mi dava forza contrattuale verso i fornitori, perché portavo loro clienti in grande quantità, ma pretendevo abbassassero di molto le loro richieste. I fornitori guadagnavano sulla quantità delle commesse, io ricevo una fee dai fornitori, i clienti beneficiavano di una consulenza gratuita e di sconti sulle forniture. Era ottimale per tutti. E anche riguardo alla moda etica, quando ho iniziato io, in Italia non ce n’era consapevolezza.

Le sue cose sono oggettivamente belle. Questo implica saper scegliere. Il gusto, secondo lei, è innato o si può educare?

Il dono dell’attitudine al bello è un dono, appunto, e quindi è innato. Ci sono persone senza background che hanno un istinto per il bello. Mia madre stessa, nata in una famiglia molto semplice, e nessun background, ha un innato gusto raffinato, che forse in parte ho ereditato. Poi, però, certamente lo puoi educare. Se sei in contatto con le cose belle, se ti ci mischi, alla fine qualcosa entra. Per la mia idea del bello sono fondamentali i colori e gli accostamenti, anche azzardati, di colori che si mischiano meravigliosamente.

Parla spesso della bravura dei tuoi fornitori, che elogia. Cos’è il talento per Lei?

Il talento è un dono. È la capacità di chi è riuscito ad insegnare e a trasmettere e, dall’altra parte, la capacità e la bravura di chi ha raccolto. Ci sono quindi dei Maestri eccezionali, dei Master in gergo, che hanno capacità artigianali e doti raffinate, che magari hanno avuto dei figli non interessati o privi del medesimo talento e trovano invece degli allievi che hanno voglia di imparare e di sviluppare un talento, in questo caso acquisito.

Quando entra in un villaggio, è attesa, gli abitanti sono in qualche modo informati?

Non sempre. Spesso parto da zero e capito lì, a volte con l’aiuto di un intermediario-interprete perché non in tutti trovo chi parli inglese. Scoprono che sono interessata a vedere le cose che producono, forse ad acquistarle. Sono sempre accolta bene, a volte, come mi è capitato in un villaggio alla periferia di Jaipur, ho l’incredibile fortuna di assistere all’intero ciclo di un procedimento antico, dal suo inizio alla fine, in quel caso la stampa di stoffe con colori naturali fissati dal fango, una tecnica unica dalle realizzazioni bellissime intorno alla quale è stato creato anche un museo visitato dallo stesso Re d’Inghilterra. Posso dire di averne viste tante, di cose belle sono un corpo sazio. Ma certo il mondo è grande…

Rispetto al passato, in questi villaggi che visita, registra una spinta centrifuga dei più giovani verso la modernità? Ci sono ancora giovani che fanno questi lavori artigianali?

Qualche giovane ancora c’è. Chi non ha o non si è creato un’alternativa si dedica ancora al lavoro manuale, affina il suo talento. Come ripeto sempre, l’esito di un lavoro artigianale non è poi un lavoro perfetto, la sua bellezza anzi è proprio nella sua imperfezione e quindi unicità. Soprattutto registro un altro fenomeno che è quello della emersione di tantissimi nuovi brand, soprattutto in India che è il Paese da cui importo maggiormente, che strizzano l’occhio all’Occidente, si piegano in qualche modo al nostro gusto e ai nostri usi costumi. Spesso con prezzi altissimi, perché si avvalgono comunque di tecniche antiche, seppure ‘modernizzate’, e producono comunque cose artigianali. Sono brand giovani, in cui i giovani amano lavorare e infatti molti vi lavorano, perché sono più motivati.

Il suo ultimo viaggio?

Sono andata in Uzbekistan. Ho trovato un Paese in qualche modo misto, ex Paese dell’Unione Sovietica, ora Repubblica Democratica. Ha una tradizione artigianale molto ricca, il suo tessuto principale è l’IKAT, che Picasso ha definito “magico”, perché nel telaio questi fili che vengono intrecciati fra loro creano dei disegni geometrici, ma la particolarità è che lo stesso artigiano non sa che disegno verrà fuori alla fine. L’IKAT proviene dall’Indonesia, poi passato in Asia e infine divenuto tessuto nazionale dell’Uzbekistan. Cotone, seta, lino, velluto, e poi il Suzani, altro tessuto caratteristico della zona, realizzato con ricami su lino o su cotone, raffiguranti principalmente melograni, simbolo di prosperità, ma anche uccelli e pesci, pesci animali-simbolo molto importanti in tutte le religioni. Ho scoperto inoltre in Uzbekistan una soffice lana di baby cammello, con cui realizzano bellissime sciarpe.

C’è qualcosa che vorrebbe dire che non le ho chiesto?

Solo questo: siate curiosi. Siate curiosi nel momento in cui andate ad acquistare qualcosa, leggete l’etichetta, domandate, informatevi, perché questo è prendere coscienza di cosa significhi “moda etica” e questo solo può impedirci di comprare e utilizzare cose nocive per la nostra salute e per il nostro stesso pianeta. O confezionate a discapito della manodopera. Tutto lo storytelling che impongo in qualche modo alle destinatarie della mia selezione di moda e oggettistica etica serve a questo in definitiva, a sensibilizzare su qualcosa a cui magari non è pensato. E dall’ascolto di ciascuna di queste storie che sta dietro ad un prodotto, si crea empatia con il prodotto e con chi lo ha realizzato, anche se non lo si conosce. E si sceglie più consapevolmente. E questo è etico e responsabile. E quindi è bello.