Alessandro Spadola, CEO di Caffè Moak

Il caffè italiano di qualità cresce sul mercato interno e specie su quelli internazionali, grazie alla capacità di unire la passione per il prodotto con le strategie di espansione per linee interne e esterne. È la parabola di Caffè Moak, nato nel 1967 a Modica da un piccolo laboratorio siciliano a conduzione familiare, oggi marchio globale nel settore della torrefazione e distribuzione del caffè presente in oltre 50 Paesi, con sedi distributive a New York, Francoforte, Dubai, Atene, Salonicco e Malta. Tra le acquisizioni è recentissima quella della torrefazione piemontese Mokafè, storica azienda di Alba, la cui sede diventerà per il gruppo Moak un nuovo polo strategico per rafforzarsi in tutto il nord Italia. «Dopo l’acquisizione nel 2010 di Marsala Americaff, oggi Marsalì, e la partnership commerciale con la torrefazione romana Caffè Circi nel 2022, reputo di grande importanza l’acquisizione di Mokafè, storica azienda di Alba» commenta il ceo di Caffè Moak Alessandro Spadola, figlio del fondatore Giovanni. «Oltre a rafforzare la nostra presenza sul territorio nazionale per raggiungere una distribuzione sempre più capillare, darà nuovo e vitale impulso all’evoluzione del brand. Grazie ad essa continueremo a garantire l’alta qualità dei nostri prodotti e ad essere competitivi mettendo sempre al centro la soddisfazione dei nostri clienti».

La strategia di internazionalizzazione di Caffè Moak è partita fin dal 1996. «Per circa 8 anni me ne sono occupato direttamente io con un collaboratore», ricorda Spadola. «Pur inizialmente senza un vero piano strategico di sviluppo abbiamo puntato fortemente sulle fiere: ne abbiamo fatte tante in giro per il mondo. Questo ci ha permesso di conoscere numerose realtà locali e avviare percorsi di sviluppo con gli importatori, il che negli anni ci ha portato ad avere distributori un po’ dappertutto». La strategia si è affinata con il tempo e l’esperienza sul campo. «Ci siamo progressivamente concentrati sugli importatori con un maggiore potenziale di sviluppo», prosegue il ceo di Caffè Moak, «e abbiamo iniziato a costruire con loro le strategie più appropriate per crescere sui mercati locali. Abbiamo anche stretto partnership con alcuni distributori, a volte acquisendone quote di minoranza e gestendo insieme la crescita; in altri casi abbiamo scelto di aprire filiali nostre, come per esempio in Germania, Malta e da poco Dubai. Oggi, insomma, il nostro sviluppo estero ha una strategia precisa: andiamo focalizzati su determinati mercati e ogni anno si aggiungono quelli che possono essere più interessanti da sviluppare».

Prima della pandemia il 95% del fatturato di Caffè Moak, che nel 2019 ha sfiorato i 20 milioni di euro, veniva dal canale Horeca. Oggi il mix è in evoluzione e l’asticella degli obiettivi è stata innalzata: «Prevediamo di raggiungere i 40 milioni a fine 2024», conferma Spadola. «L’Horeca oggi vale ancora oltre l’85% dei ricavi, ma abbiamo avviato due canali di vendita Ocs – Office cofee service, ovvero caffè per uffici, ndr -. In particolare abbiamo investito nel progetto For You, iniziato prima della pandemia: è un nuovo sistema chiuso con capsule compostabili per tre macchine evolute di dimensioni differenti, che danno vita a un’ampia gamma di prodotti multibeverage caldi e freddi, dal caffè singolo al doppio, dall’orzo al ginseng ai cioccolati al latte e così via: un’offerta per uffici molto ampia. La nostra sezione che si occupa di Ocs vending sta conquistando percentuali di richiesta elevate. Per fine 2024 l’Ocs nei nostri piani sarà al 15-20% del fatturato, con l’Horeca al 70% e il B2C al 10%».

L’altra novità di Moak è proprio la gamma di prodotti destinati alla vendita diretta ai consumatori, anche online. «Durante la pandemia, quando il nostro mercato principale, l’Horeca, è stato molto penalizzato, abbiamo lavorato intensamente per creare una nostra proposta B2C» scandisce Spadola: «È nata così una linea di prodotti con più miscele, dai macinati in barattolo ai grani, dalle capsule compatibili Nespresso alle cialde. Un’offerta interessante anche per i mercati esteri: con questa linea, infatti, il primo investimento l’abbiamo fatto in Germania con Graef un’azienda storica specializzata in elettrodomestici di nicchia, che ha allestito dei corner Moak riscuotendo risultati molto positivi. E stiamo lavorando in un altro Paese europeo per una distribuzione nel segmento medio alto».

Il B2C è un mercato che presenta grandi incognite, ma anche grandi potenzialità: «Considero la nostra linea di prodotti molto forte, per questo cerchiamo di studiare e leggere attentamente il mercato per cogliere le opportunità di sviluppo», mette in evidenza il ceo di Moak. «Il mondo B2C ha un fatturato molto più grande rispetto all’Horeca, nel momento in cui ci si struttura sempre meglio e si lavora in maniera corretta è possibile una grande crescita».

Alla base della filosofia e del successo di Caffè Moak resta la qualità, che fa rima con passione. Una qualità sempre più richiesta dal mercato, o meglio: da una sua componente specifica. «Il mercato è cambiato e sta cambiando» spiega Spadola, «e in pratica ce ne sono due: uno che guarda alla qualità con cognizione di causa, un altro che bada solo ed esclusivamente al prezzo. Una volta esisteva anche un mercato medio, che è quasi scomparso, dividensodi fra le due categorie: o qualità o prezzo. Noi ci rivolgiamo a chi ama la qualità, il nostro Dna è sempre stato estremizzarla in un progetto industriale, anche in nicchie come gli specialty, piccole realtà di caffè monorigine, un mercato che esiste ed è cresciuto, ma rimane una nicchia che deriva da microlotti con una valutazione più alta e una scadenza più ravvicinata». Il caffè monorigine è una raffinatezza per intenditori che ricorda un po’ i monocultivar dell’olio extra vergine d’oliva, un po’ i cioccolati fondenti che vengono dal cacao di un singolo Paese. «In Italia siamo abituati a trovare nella tazzina una serie di caratteristiche, dal corpo al gusto alla dolcezza all’acidità, e a gestirle con una miscela» nota il ceo di Caffè Moak. «Noi abbiamo scelto di lavorare e tostare i caffè monorigine, e di fare la miscela dopo. È una peculiarità di poche aziende, molte altre fanno la miscela con il prodotto crudo. Una scelta che non condividiamo perché ogni singola monorigine ha caratteristiche diverse, ed è meglio lavorarlo da solo… ma è anche più costoso per l’azienda, perché richiede un investimento superiore in termini di impianti».

Dopo quella di Mokafè, un’altra acquisizione all’estero è annunciata per le prossime settimane, ma il ceo non si sbottona. «Il nostro piano per il 2022 è completato, ma stiamo valutando se ci sono altre opportunità che a livello strategico possono essere interessanti, nel qual caso le porteremo avanti», conclude Spadola. «Credo molto nella doppia crescita per linee interne e esterne, lo stabilimento che abbiamo realizzato nel 2010 e tutto il restyling del nostro brand sono stati costruiti per fare questo tipo di operazioni: il nostro management, la struttura produttiva e organizzativa sono pronti per l’incorporazione di nuove realtà».