LA MIA FASE 2/Citel Group: la nostraintelligenza artificiale per la Croce Rossa
Valerio D'Angelo, Ceo di Citel Group.

Citel Group non si è mai fermata: sin dal primo giorno dell’emergenza siamo stati al 100% in smart working. Abbiamo la fortuna di lavorare per aziende strategiche e di pubblica utilità in settori come telecomunicazioni, utilities, servizi postali e banche, ma non sono mancate le preoccupazioni: il settore dei trasporti, parte della nostra committenza, si è al contrario dovuto fermare. Abbiamo saputo reagire e ci siamo concentrati dove la trasformazione digitale ha giocato un ruolo più che mai strategico. Ritenendoci fortunati, abbiamo ritenuto doveroso mettere la nostra competenza e le nostre tecnologie a supporto di chi era in prima linea nella gestione dell’emergenza.

Per esempio, abbiamo donato la nostra piattaforma di Intelligenza Artificiale alla Croce Rossa Italiana, permettendo all’ente di gestire con maggior efficienza i canali di comunicazione con il pubblico, in quel momento presi d’assalto. Siamo tuttora coinvolti in commesse di sviluppo di applicazioni per grandi aziende, che si trovano ora a gestire la fase due e il rientro dei propri dipendenti presso le sedi fisiche, anch’esse stravolte dal distanziamento sociale. Stiamo sviluppando applicazioni di sanità digitale e telemedicina che consentiranno di assistere i pazienti a distanza.  

Nella fase due abbiamo adottato tutte le misure necessarie: rivisitazione degli spazi, mascherine, interventi di sanificazione, ma soprattutto abbiamo sviluppato un’applicazione in grado di autocertificare lo stato di salute dei dipendenti, prenotare postazioni e comunicare all’azienda qualsivoglia necessità legata al contesto emergenziale. Abbiamo reso facoltativo il rientro presso le sedi, invitando al proseguimento della modalità di smart working per tutti coloro che ne hanno la possibilità. Una strategia che si è rivelata di successo sia per l’azienda e che per i suoi lavoratori.

Nulla sarà come prima, ma ci sono delle certezze: le aziende sono state chiamate a reggere un urto violentissimo, che in buona parte hanno dovuto ammortizzare con le proprie forze. Per questo è necessario che il loro impegno sia supportato, ora e per il futuro, attraverso forti investimenti strutturali. Questi ultimi dovranno tenere conto in modo centrale del reskilling delle persone che, a causa del virus, sono andate incontro a una digitalizzazione forzata e repentina.

Il settore digitale avrebbe inoltre bisogno di interventi ad hoc, come la defiscalizzazione degli investimenti o la riduzione del cuneo fiscale – quest’ultima misura in particolare stimolerebbe le nuove generazioni a indirizzarsi verso questo mondo in rapida evoluzione, riducendo così il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, che altrimenti non può che acutizzarsi.

È proprio sulla digitalizzazione che il Paese deve puntare in quanto asset strategico. Una digitalizzazione Made in Italy – abbiamo tutte le capacità perché sia così – e che miri a un azzeramento dell’off-shore extra UE e auspicabilmente a uno svolgimento delle attività nel nostro Paese, almeno per l’80%. Ogni progetto fatto in Italia significa aumento della competenza e maggiori stipendi per i nostri concittadini.  Partendo dalla pubblica amministrazione, dobbiamo creare modalità di progettazione ed esecuzione di trasformazione digitale immediata, per colmare quel gap che ci distanzia dalla media europea, e sburocratizzare il più possibile le modalità di acquisto. Il tema della digitalizzazione italiana è insomma estremamente centrale e come tale deve essere trattato in ambito politico, dalle grandi istituzioni e dalle aziende strategiche.

Digitalizzazione, però, non significa rinuncia all’elemento umano e di aggregazione: il “new normal” non dovrà dimenticare l’importanza della socialità, del senso di appartenenza aziendale e della condivisione che trovano la propria vera efficacia solo attraverso la vicinanza fisica.